Il circo della “Fame” dentro il carcere: Armando Punzo spalanca l’abisso dell’uomo

Ph: Aron Mattia Greco
Ph: Aron Mattia Greco

Paul Cocian attraversa il dolore come una bestia ferita, mentre le musiche di Andrea Salvadori lo trasformano in grido cosmico

Entrare nella sala della Casa circondariale di Lecce per assistere a “Fame” di Armando Punzo significa essere immediatamente sottratti alle coordinate abituali dello sguardo. Non c’è un fronte, non c’è una platea. Il pubblico è disposto lungo i lati di un quadrilatero che assomiglia a un ring, a una pista circense, a un recinto. E forse è tutte queste cose insieme. Per una volta, però, cade anche una barriera più sottile: quella tra il pubblico interno e quello esterno. Detenuti e spettatori condividono lo stesso perimetro dell’attesa, la stessa vicinanza all’evento. Sono tutti dentro.

Ispirato al romanzo “Fame” di Knut Hamsun, lo spettacolo di Punzo (produzione Carte Blanche ETS/ Compagnia della Fortezza, Teatro della Toscana) trasforma la vicenda dello scrittore affamato in una riflessione feroce sull’essere umano, sulla sua insaziabilità e sul suo bisogno disperato di esistere. Ma ciò che colpisce fin dai primi istanti è l’immaginario circense che domina la scena: piedistalli che evocano quelli delle belve, un rialzo da domatore, un baule che sembra un’arca o una tomba, un costume quasi militaresco con cilindro, bastone e frusta.

Ph: Aron Mattia Greco
Ph: Aron Mattia Greco

È il grande circo della vita.
E il protagonista, interpretato da un colossale Paul Cocian, nella Compagnia della Fortezza del carcere di Volterra da circa sei anni, è contemporaneamente domatore e animale. Fustiga gli altri, fustiga sé stesso. Cerca di imporre un ordine a ciò che ordine non ha. Corre senza tregua lungo il perimetro della scena come fosse lui la bestia in fuga, intrappolato dentro un meccanismo che non concede uscite. La sua è una corsa compulsiva. Questa fuga, che non porta da nessuna parte, è un moto perpetuo della disperazione.
Attorno a lui, le musiche dal vivo di Andrea Salvadori – pianoforte, chitarre, elettronica – costruiscono una sorta di liturgia profana. Non accompagnano l’azione: la infestano. La avvolgono. La trascinano verso territori interiori dove ogni nota sembra una preghiera pronunciata nel vuoto.

Le luci rossastre, il fumo, le atmosfere decadenti e bohemien compongono un paesaggio da fine del mondo. Sui cubi disseminati nello spazio e dentro quel baule che custodisce presenze invisibili si agitano animali che non vediamo mai. Ed è proprio questa assenza a renderli inquietanti. Gli animali siamo noi. Le bestie rinchiuse dentro i nostri bisogni, le nostre mancanze. Quella fame assume mille forme diverse: fame d’aria, di vita, d’amore. Fame di fama come riconoscimento. Fame perfino, semplicemente, di pane.

Cocian attraversa la scena come un uomo vulnerato. Striscia, gattona, arranca. Si trascina sotto luci spietate. È un saltimbanco disperato, un animale ferito, domatore incapace di domare sé stesso. Ogni tentativo di risalita coincide con una nuova caduta. Ogni slancio genera un nuovo auto-sabotaggio. Lo vediamo spogliarsi, disfarsi, sciogliere i capelli per poi rivestirsi di abiti logori e a piedi nudi, come se ogni identità fosse soltanto una maschera destinata a consumarsi.
Le sue risate improvvise hanno qualcosa di lugubre. I suoi latrati sembrano arrivare da un luogo remoto della coscienza. E quando esplode la domanda – c’è qualcosa di commestibile in questa vita? – l’intero spettacolo assume il valore di una vertigine esistenziale.

Punzo costruisce un teatro dei frammenti, tra tagli e allucinazioni. Il testo procede per scarti, deliri, immagini spezzate. Ma è proprio questa frammentazione a risultare profondamente vera. Nella vita reale, in fondo, comprendiamo ben poco di ciò che ci attraversa.
A un certo punto Cocian si rifugia dentro un cappotto come dentro un guscio. Cerca riparo dal dolore e soprattutto dallo sguardo degli altri. Perché anche qui risuona una verità antica: gli altri sono l’inferno. E allora nasce il desiderio di trovare un buco dove nascondersi, per dissolversi e scomparire.
Da solo l’attore compone un mosaico di figure sghembe e struggenti. C’è qualcosa del teatro visionario di Kantor, qualcosa delle inquietudini metafisiche di Kiéslowski, qualcosa del teatro povero di Grotowski. Il suo corpo diventa il campo di battaglia di una guerra invisibile.

Intanto la musica continua a rapire. A tratti restano soltanto le luci. E l’evocazione di un cielo luminoso, un mare sospeso. Infine, rose sparse, come detriti di un sogno. Lo spettacolo diventa un cimitero attraversato da spazi siderali e da voragini che risucchiano ogni certezza. Buchi neri dell’anima.
Quando il protagonista striscia supino all’indietro sembra l’emblema di un’umanità che brancola nel buio, forse già morta prima ancora di morire. Un verme consegnato al proprio sfacelo. Il domatore di un circo vuoto e isolato, dove non esistono più animali da ammaestrare perché la vera bestia è sempre stata l’uomo.

E forse è proprio qui che “Fame” trova la sua dimensione più profonda, soprattutto dentro un carcere. Perché quel recinto scenico diventa specchio di tutti i recinti interiori. E perché, attraverso spettacoli come questo, anche noi impariamo lentamente la lingua del carcere: una lingua fatta di mancanza, desiderio, resistenza e ostinata ricerca di una luce che continui a brillare dentro l’oscurità.

A Volterra il 24, 25, 27, 31 luglio e 1° agosto.

FAME
ispirato a Fame di Hamsun Knut
regia e drammaturgia Armando Punzo
con Paul Cocian e con Andrea Salvadori (pianoforte, chitarre, elettronica)
produzione Carte Blanche ETS/ Compagnia della Fortezza, Teatro della Toscana
Rassegna “DENTRO IL TEATRO” a cura di AMA (Accademia Mediterranea dell’Attore)

durata: 1h
applausi del pubblico: 3’

Visto a Lecce, Casa Circondariale, il 29 maggio 2026

0 replies on “Il circo della “Fame” dentro il carcere: Armando Punzo spalanca l’abisso dell’uomo”
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *