L’adattamento di Mattia Favaro arriva a Milano dopo il debutto in Calabria. Protagonisti Maria Laura Palmeri, Massimo di Michele e Stefano Braschi
Al Teatro Fontana, dopo il debutto al festival Primavera dei Teatri, giunge “Casa di bambola” da Ibsen, nell’adattamento drammaturgico di Mattia Favaro per la regia di Ivonne Capece.
L’opera trae ispirazione da una vicenda reale, quella di Laura Kieler, amica del drammaturgo, che firmò un prestito illegale per curare il marito malato. Una volta scoperta, l’uomo la ripudiò, le sottrasse i figli e la fece rinchiudere in manicomio.
Il testo di Ibsen nasce pertanto, fin dal principio, con un netto slancio politico, tanto da essere tacciato di femminismo al suo debutto, nonostante l’autore lo definisse piuttosto un’arringa a tutela della dignità umana. Ed è straniante constatare quanto questa pièce, tra i primi esempi del cosiddetto dramma borghese, risulti ancora così attuale e vibrante.
La rilettura di Ivonne Capece fa leva proprio su questa persistente urgenza politica, indagando l’emancipazione femminile e la sottile linea di demarcazione tra cura e controllo.
All’interno di uno spazio allucinato, dominato da un’intensa tonalità di rosso che astrae l’intimità domestica proiettandola in una dimensione puramente mentale, non si consuma soltanto il declino matrimoniale di Nora e Torvald. Assistiamo, piuttosto, alla crisi esistenziale di quest’ultimo: un uomo abituato a ruoli precostituiti, incapace di accettarne l’evoluzione, e il conseguente abbandono coniugale.
La drammaturgia di Mattia Favaro è, in tal senso, bilanciatissima. Al lavoro di riscrittura affianca un’attenta ricerca sulla parola, preservando i personaggi nella loro epoca pur avvicinandoli sensibilmente alla nostra. Intrecciando il tema del rimorso di Torvald – e del suo profondo senso di abbandono – con una gestione elastica del tempo narrativo, l’adattamento ci trasporta letteralmente nei meandri della sua mente, tra ossessioni di controllo e una latente misoginia.
Le scene e i costumi di Micol Vighi esaltano questo clima di tensione: un linoleum rosso sagomato circoscrive lo spazio domestico, dominato al centro da un albero di Natale, simbolo iconico della famiglia perfetta. Di rimando, i costumi mescolano pomposità storiche con la medesima accesa cromia, mentre alcune parziali nudità si ricollegano a quella sottile inquietudine erotica innestata dalla regista nel testo ibseniano.
Lo stesso vale per l’ambiente sonoro: le musiche fondono il ritmo del tango a suoni distorti e sfumature quasi horror, evocando un sentore di ferocia imminente. La violenza, quando infine si manifesta, non appare mai improvvisa, bensì come la naturale degenerazione di quel clima di possesso melenso che il marito esercita sulla moglie, ridotta a una maschera svuotata di personalità.

Una doverosa nota di merito va al cast. Maria Laura Palmeri interpreta Nora vestendo magistralmente la maschera della moglie devota, per poi farla scivolare via con assoluta naturalezza; la sua performance è arricchita da una profonda cura prossemica e corporea che conferisce enorme spessore al personaggio. Memorabile e toccante il momento del ballo: un tango imposto e ipercontrollato, che funge da catalizzatore verso la decisione di disvelare le proprie azioni.
Sul versante opposto, il Torvald di Massimo Di Michele è un uomo all’apparenza granitico che finisce per spezzarsi nei suoi stessi incubi, brancolando alla ricerca di una femminilità che non comprende, e da cui è distante per definizione. La sua interpretazione sembra dare corpo alle parole della filosofa Bell Hooks: «Il primo atto di violenza che il patriarcato richiede ai maschi è l’automutilazione psichica, l’uccisione delle proprie parti emotive».
Torvald, mutilato nei sentimenti e prigioniero di un controllo che scambia per amore, diventa così l’incarnazione perfetta dell’uomo contemporaneo ancora in bilico, chiamato a colmare il divario con l’emancipazione già conquistata dal mondo femminile.
A chiudere il cerchio, la prova di uno Stefano Braschi estremamente preciso, viscido e malefico.
La “Casa di bambola” firmata Favaro-Capece è quindi un’opera profondamente politica ma, al tempo stesso, estremamente godibile. Non si limita ad essere una mera riscrittura capace di attualizzare Ibsen, espandendo i temi dell’emancipazione femminile e della necessaria evoluzione maschile attraverso un’analisi chirurgica di dinamiche di coppia ancora dolorosamente irrisolte. È piuttosto uno spettacolo che – grazie alla compattezza della struttura, al ritmo serrato e all’illuminazione di Rossano Siragusano (abile nel trasformare le luci in uno squarcio visivo nella psiche di Torvald, tingendo di sfumature thriller l’impianto borghese) – avvince e affascina lo spettatore, raggiungendo notevoli picchi di emozione.

CASA DI BAMBOLA
da Henrik Ibsen
regia Ivonne Capece
traduzione e adattamento drammaturgico Mattia Favaro
con Stefano Braschi, Massimo di Michele, Maria Laura Palmeri
Scene e Costumi Micol Vighi
Sound designer Simone Arganini
Direzione Tecnica e disegno luci Rossano Siragusano
Assistente alla regia Sofia Sironi
realizzazione costumi Giorgia Piatta dell’Abbondio
Nadia Fiorio Responsabile di produzione
produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale
durata: 2 ore
applausi del pubblico: 2′
Visto a Milano, Teatro Fontana, il 9 giugno 2026
