Il capolavoro di Goethe in un adattamento originale che vuole avvicinare il pubblico più giovane
Ha ancora senso oggi narrare di un uomo che si vede brutto e, per questo, non credendo di avere le potenzialità per poter amare la donna del suo cuore, presta le sue meravigliose parole ad un aitante innamorato della donna ma dall’eloquio stentato?
Allo stesso tempo, si può ancora raccontare di un uomo che vende la sua anima al diavolo per possedere un sapere infinito e, ancora una volta, la possibilità di amare?
Conoscevamo già l’estro teatrale del giovane regista Leonardo Manzan proprio dal precedente “Cirano deve morire”, in cui il famoso testo di Edmond Rostand veniva rielaborato in modo scanzonato rendendolo contemporaneo.
Ora una analoga operazione viene condotta sempre da Manzan in collaborazione con Rocco Placidi per il “Faust” di Johann Wolfgang von Goethe.
Il dramma, composto dallo scrittore tedesco tra 1772 e il 1832, segue le gesta del dottor Faust, l’eroe infelice ed insoddisfatto che vuole possedere l’eternità, che decide per l’appunto di stringere un patto con il diavolo alla ricerca della felicità: il diavolo gli promette che appagherà la sua sete di conoscenza nonché di conquistare il cuore di Margherita, ma in cambio avrà la sua anima.
Se volessimo attualizzare questa trama, come la potremmo impostare oggi? Del resto lo stesso Goethe si chiedeva, in uno dei due prologhi dell’opera, come concepirla, se privilegiando l’arte in sé oppure il gusto del pubblico…
Nel “Faust” pensato da Manzan e Placidi, visto al Teatro Astra di Torino, quando il pubblico entra in sala il sipario è già alzato. Davanti a noi un lungo tavolo bianco, di cui non si vede né l’inizio né la fine, approntato come se dovesse tenersi un convegno, con tanto di microfoni, bottigliette d’acqua e fogli sparsi. Dietro di esso un grande sipario di tende rosse, mentre le pagine del capolavoro in questione fluttuano nell’aria (la cura della scena è affidata a Giuseppe Stellato).
Alessandro Bay Rossi, vestito di nero con una sciarpa grigia, è già in scena: seduto dietro il tavolo, in silenzio, ci guarda. Sì, è proprio lui, Faust, che di lì a poco verrà raggiunto da altri quattro attori: Alessandro Bandini, Chiara Ferrara, Jozef Gjura e Beatrice Verzotti, che si presume siano i relatori di questa misteriosa conferenza. Essi, insieme a una piccola rappresentanza del pubblico, che sempre verrà stimolato nella rappresentazione, si interrogano su quale sia la migliore direzione che uno spettacolo di successo debba prendere, e come potrebbe essere messo in scena il “Faust” oggi, una storia che in definitiva può anche semplicemente raccontare di come si possa trovare la felicità. Perché c’è un’unica domanda attorno a cui può ruotare il tutto: è vero che nessuno più crede nel diavolo, così come nessuno crede più nel teatro?
Ad aiutare gli intervenuti e a stimolare Faust, che sembra poco partecipativo, non credendo che la sua vicenda possa ancora interessare qualcuno, ad un certo punto si presenta proprio lui: il diavolo (una prorompente Paola Giannini), ad affermare come la sua presenza nel mondo non sia affatto cambiata da allora, e che dunque abbiamo bisogno del diavolo per esistere ancora, per capire cosa sia il bene e cosa il male, il giusto e l’ingiusto, al di là delle apparenze (e questo oggi, per la verità, è sempre più difficile).
Il diavolo entra quindi sgargiante, vestito di viola, muovendosi beffardo sul tavolo con un triciclo, e riempiendo la scena finalmente di colori e – diciamolo pure – di teatro. E’ da qui che lo spettacolo, irrorandosi di benefica ironia, sprona lo spettatore – attraverso canzoni, veri e propri numeri di cabaret e dialoghi surreali – a domandarsi cosa sia cambiato dai tempi di Goethe. Questo diavolo sornione ci ricorda come l’amore sia rimasto il vero motore del mondo, oggi quanto allora, e dialogando con Faust su cosa sia questo sentimento prende in giro, con ironia grottesca, tutte le barriere culturali che lo minacciano.
Alessandro Bandini, Chiara Ferrara, Jozef Gjura e Beatrice Verzotti, con grande e divertente diversità di accenti, seppur con qualche sghignazzo di troppo, ci parlano così non solo d’amore ma anche di felicità, del ruolo della donna e dell’artista (maledetto l’artista che crede di migliorare il mondo!) e perfino dei meccanismi perversi del teatro, sguazzando – davanti, sopra e sotto il tavolo – attraverso i significati evidenti e sommersi del capolavoro goethiano.
Così l’opera, in questo mordace e significativo spettacolo che relaziona in modo fecondo pubblico e arte, non viene raccontata, ma si interroga su sé stessa, riguardo al proprio significato e alla sua posizione nella contemporaneità. Perché Faust ha bisogno di credere nel diavolo per ritrovare sé stesso, ma anche la possibilità del teatro. E il diavolo ha bisogno che Faust creda in lui per esistere.
Il sipario, a chiudere, non si alzerà, perché alla fine Faust non avrà venduto l’anima al diavolo; anzi, a dirla tutta, sarà stato il diavolo che, in modo beffardamente contemporaneo, ci mostrerà come, in fondo, la nostra anima, pur nei cambiamenti sociali che sono avvenuti, sia la stessa di allora, in perenne ricerca d’amore e conoscenza, le uniche forze che ci permettono ancora di coltivare speranza.
FAUST
tratto da Faust I e II di Johann Wolfgang von Goethe
di Leonardo Manzan e Rocco Placidi
regia Leonardo Manzan
con Alessandro Bandini, Alessandro Bay Rossi, Chiara Ferrara, Paola Giannini, Jozef Gjura, Beatrice Verzotti
scene Giuseppe Stellato
music and sound Franco Visioli
light designer Marco D’Amelio
costumi Rossana Gea Cavallo
fonico Filippo Lilli
datore luci David Ghollasi
macchinista Giuseppe Russo
assistente scenografa Caterina Rossi
sarta di scena Benedetta Nicoletti
aiuto regia Virginia Sisti
collaborazione organizzativa Elisa Pavolini
produzione La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello, TPE – Teatro Piemonte Europa, LAC Lugano Arte e Cultura
in collaborazione con Teatro della Toscana – Teatro Nazionale
si ringrazia per la collaborazione Associazione Cadmo
Visto a Torino, Teatro Astra, il 1° marzo 2025
