Ferito a morte. Roberto Andò nel tempo della giovinezza di Raffaele La Capria

Ferito a morte (ph: Lia Pasqualino)
Ferito a morte (ph: Lia Pasqualino)

L’adattamento di Emanuele Trevi per il romanzo del Premio Strega ’61, scomparso nel giugno 2022 a pochi mesi dai cento anni

Sempre molto arduo tradurre per la scena tutta la complessità di un romanzo tentando di lasciarne intatti i vari significati, e nel medesimo tempo cercare di stimolare l’attenzione dello spettatore attraverso una resa drammaturgica dinamica, e non solo legata alla parola.

La prova l’abbiamo avuta assistendo, al Piccolo Teatro Strehler di Milano, a “Ferito a morte”, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Raffaele La Capria, Premio Strega 1961, coprodotto dal Teatro di Napoli, Fondazione Campania dei Festival, Ert e Teatro Stabile di Torino.

Il romanzo è stato adattato per la scena dal critico e scrittore Emanuele Trevi (anche lui Premio Strega ma nel 2021 con “Due vite”) e diretto da Roberto Andó, direttore del Teatro di Napoli, lo stesso che da poco ci ha regalato al cinema “La stranezza”, particolarissimo e sentito omaggio a Pirandello.
Raffaele La Capria, Dudù per gli amici, ci ha lasciato da poco, lo scorso giugno, prima di compiere ben un secolo di vita, testimone privilegiato dei cambiamenti storici e culturali della sua città, Napoli, da cui si era allontanato nel 1950 per vivere a Roma. Ed era stato proprio lui a stimolare Andó in questa impresa.


Protagonisti dello spettacolo e del libro non sono, come magari ci si aspetterebbe, i bassi napoletani con la loro popolaresca e vivida sostanza bensì, tra guerra e immediato dopoguerra, i Circoli di ritrovo dei giovani borghesi, dediti ad una vita di inedia tra Ischia, Capri, Positano ed il mare di Posillipo, tutti tesi poi a raccontare i propri approcci amorosi al Circolo nautico.
Il ritratto di questa Napoli che ami e che odi (“ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme”) ce lo forniscono i ricordi di Massimo De Luca, forse gli stessi di La Capria, che una mattina del 1954 sta partendo per Roma, proprio per uscire da quella inedia. In questo ci ha ricordato molto il Moraldo del felliniano “I Vitelloni”, che lascia gli amici a Rimini per la grande città.
Nello spettacolo Massimo ci appare sdoppiato tra presente e passato, tra maturità (Andrea Renzi) e giovinezza (Sabatino Trombetta). E’ lui che va indietro nella memoria, pescando – è proprio il caso di dirlo – nel mare dei ricordi e dei giorni perduti, perché Gianni Carluccio si affida spesso, nella sua scenografia, all’elemento dell’acqua, che diventa emblematico di tutto lo spettacolo, proiettato su veli trasparenti (i video sono di Luca Scarzella), confondendo l’occhio dello spettatore tra sogno e realtà.

La scena è divisa su due piani: in quello alto viene creato una sorta di ballatoio terrazzato, dove sfilano – a volte presenti, a volte simili a ombre lontane – le ragazze amate e inseguite dal giovane Massimo, come la spigola che apre lo spettacolo e, fra tutte la più sognata, Carla (Laure Valentinelli), che ci appare all’inizio come in un quadro di Hopper, e Betty. Poi ci sono gli amici: Guidino, Glauco, il fratello Ninì (Giovanni Ludeno) e l’emblematico Sasà (Paolo Mazzarelli), che troveremo alla fine, modello tragicamente negativo e per questo ostentato da tutti.
In basso invece alcune pedane si muovono di volta in volta a mostrare gli interni delle case, con la risacca del mare che proiettata diventa protagonista, mentre Hubert Westkemper inonda di rumori e musiche la scena, donando sonorità a questo piccolo mondo rannicchiato in riti sempre uguali a sé stessi, all’interno di un universo ben più grande e irraggiungibile.

La seconda parte dello spettacolo è dominata dalla lunga scena (troppo reiterata) del pranzo familiare a casa di Massimo, dove i personaggi della famiglia, come in un gioco a rimpiattino, si scambiano di posto: insieme al giovane protagonista e al fratello, lo zio Umberto (Marcello Romolo), la madre (Gea Martire) e l’amico comunista Gaetano (Paolo Cresta) che stimolerà Massimo a lasciare Napoli. Fra tutti i personaggi, ci è rimasta impressa la nonna di Aurora Quattrocchi, con la sua danza eterea ed ineffabile.
La scena finale è affidata al confronto tra Massimo, che ha scelto di andarsene diventando finalmente adulto, e Sasà che, tragicamente spavaldo nella sua inconsistenza, continuerà a vivere la sua tragica avventura napoletana.

Uno spettacolo di grande azzardo questo “Ferito a morte”, che soprattutto nella seconda parte fatica ad uscire dalla tirannia della parola, tra l’altro ricchissima di fascinazione, di La Capria, tuttavia coraggioso e multiforme nel cercare di rendere, attraverso ogni artificio che il teatro possiede, lo sfuggente universo del capolavoro, testimoniandone tutta la complessità di suggestioni.

In scena a Milano fino al 22 gennaio.

Ferito a morte
di Raffaele La Capria
adattamento Emanuele Trevi
regia Roberto Andò
con Andrea Renzi, Paolo Cresta, Giovanni Ludeno, Gea Martire, Paolo Mazzarelli, Aurora Quattrocchi, Marcello Romolo, Matteo Cecchi, Clio Cipolletta, Giancarlo Cosentino, Antonio Elia, Rebecca Furfaro, Lorenzo Parrotto, Vincenzo Pasquariello, Sabatino Trombetta, Laure Valentinelli
la voce di Roger in inglese è di Tim Daish
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
video Luca Scarzella
suono Hubert Westkemper
aiuto regia Luca Bargagna
coreografie Luna Cenere
aiuto regia Luca Bargagna
assistente alle scene Sebastiana Di Gesù
assistente ai costumi Pina Sorrentino
direttore di scena Sandro Amatucci
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 17 gennaio 2023

 

 

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