Hedda Gabler di Kriszta Székely. Il dramma di Ibsen, tra mancanza di sentimenti e ideali

Hedda Gabler (ph: Judith Horvath)
Hedda Gabler (ph: Judith Horvath)

Lo Stabile di Torino sceglie la regista ungherese come artista associata, e ospita il debutto dello spettacolo prodotto dal Katona József Színház

In scena al Teatro Carignano in prima nazionale, lo spettacolo “Hedda Gabler” con la regia della talentuosa e giovane regista ungherese Kriszta Székely (classe 1982) è arrivato a Torino grazie alla coproduzione con lo Stabile cittadino. Un ritorno, quello nel capoluogo piemontese, dopo il felice “Nora/Natale in casa Helmer” del 2019, e che ha portato lo Stabile a scegliere Székely come artista associata.

Scena a vista, una scelta che riflette il nostro tempo, in cui la dimensione del privato non richiede più il rito dello svelamento.
Quello che ci troviamo di fronte è un salotto, forse anni Settanta: perlinato sulle pareti laterali, fondale color verde muschio, divano vintage con i piedi a vista, controsoffittatura che abbassa e distende la scena in formato cinemascope, un giradischi a terra… E poco altro: uno sgabello posizionato in proscenio davanti a un microfono con asta, tre sedie pieghevoli, una scatola di plastica sul fondo con dentro mucchi disordinati di libri.

Luci di sala accese. Dal fondo del palco avanza Hedda (magnificamente interpretata da Adél Jordan) e subito l’atmosfera cambia. Il suo sguardo, seducente e inquietante, si posa su di noi, come poi farà con gli altri personaggi del dramma. Nulla sembra sfuggirle, nulla delle debolezze e incoerenze altrui. Con passo lento e flessuoso, si avvicina al microfono e il suono morbido, leggero ma determinato, della sua voce dà il via al dramma.


Via le luci di sala, conosciamo gli altri personaggi: Jörgen Tesman, noioso topo da biblioteca, ricercatore di letteratura medievale e inspiegabilmente novello marito della bellissima e ambitissima Hedda, figlia del generale Gabler; zia Julle, morbosamente attaccata al nipote Jörgen, che non disdegna affatto le sue smancerie, sempre bisognosa di apparire caritatevole; il giudice Brack, ambiguo, maneggione, scapolo impenitente con una predilezione per le relazioni a triangolo, fortemente attratto da Hedda; Thia, giovane graziosa ma fondamentalmente priva di carattere e autonomia, che prima consacra la sua vita alla cura dei bambini e poi della casa di un uomo che finisce per sposarla, verosimilmente per puro interesse pratico, poi amante dell’amico del marito, intellettuale “maledetto”, della cui redenzione si assumerà l’impegno e il merito; infine, lui, Ejlert Lövborg, il genio dannato, un tempo invischiato in una relazione passionale e tormentata con Hedda e ora convinto d’essersi ravveduto, grazie a Thia, per proiettarsi con il pensiero e lo studio sul futuro dell’umanità.

Le scene si susseguono, il suono gracchiante della punta di un giradischi che raschia sul disco segna il passaggio da un quadro all’altro. Gli attori, quasi sempre in scena, si animano alternativamente per poi riposizionarsi di lato o sul fondo, come spettatori immobili del dramma in atto. Nessun movimento, nessun gesto è di troppo o manca al disegno coreografico complessivo, pulito e preciso.

La società ritratta da Henrik Ibsen, autore del dramma rappresentato per la prima volta nel 1891 e fortemente criticato, non è poi così distante dalla nostra, in cui gran parte di ciò che cerchiamo è il riconoscimento sociale, il successo, il denaro.
Nessuno dei personaggi rappresentati si salva dall’ipocrisia, e neppure dalla meschinità. Solo Hedda, abile e spietata manipolatrice alla stregua di una più moderna Lady Macbeth, ne ha la consapevolezza e per questo, nonostante generi in chi le vive accanto paura, morte e sofferenza, non riusciamo a condannarla.
In un mondo che la vorrebbe incasellata in ruoli che non le appartengono, come madre e moglie, dedita soltanto alla cura dell’altro, il suo livore, il suo desiderio di vendetta, le sue azioni riprovevoli trovano da parte nostra una giustificazione nella vana e disperata ricerca di libertà, che la condurrà al più estremo dei gesti.

Verrebbe quasi da pensare a una tragedia greca, ma la drammaturgia di Ármin Szabó-Székely, la regia e l’interpretazione impeccabile e piacevolissima dei sei attori (il fatto che lo spettacolo sia in ungherese e soprattitolato non viene mai avvertito come un impedimento alla sua fruizione) ci regala anche momenti lievi, risate catartiche e felici intuizioni, come il ricorso alle cuffie indossate da Hedda, o un brano di musica rock per alludere alla sua passione per il poligono da tiro, e ancora l’idea del tritacarta a cui la protagonista ricorre per distruggere il manoscritto di Ejlert, o l’uso studiato e saltuario del microfono.

La regista, in questo ritorno al drammaturgo norvegese e ad un altro suo personaggio femminile dopo Nora, porta una riflessione su cosa sia per una donna la libertà, anche oggi che certi retaggi sembrano forse superati; il suo è un rimando alla libertà interiore in un Paese come l’Ungheria in cui ancora, sostiene, “si sente il desiderio di definire le donne secondo il loro compito biologico”. Ecco che il dramma di Ibsen racconta invece, fin dall’Ottocento, di come esistano donne incapaci di omologarsi agli stereotipi, e che mai riusciranno a vivere un’esistenza definita “normale” solo dagli altri.

Lunghi gli applausi finali del pubblico, del tutto meritati.

HEDDA GABLER
di Henrik Ibsen
con Adél Jordán, Barna Bányai Kelemen, Béla Mészáros, Júlia Mentes, Péter Takátsy, Eszter Kiss
regia Kriszta Székely
scenografia Juli Balázs
costume Dóa Pattantyus
drammaturgo Ármin Szabó-Székely
musica Flóra Lili matisz
luci Gergő Pető
Katona József Színház
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Durata dello spettacolo: 1h 35’
Applausi del pubblico: 3’ 30’’

Visto a Torino, Teatro Carignano, il 15 gennaio 2023
Prima nazionale

 

 

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