Neandertal di David Geselson. L’indissolubile legame fra scienza e storia umana

Néandertal (ph: Christophe Raynaud de Lage)
Néandertal (ph: Christophe Raynaud de Lage)

Alla 77^ edizione del Festival d’Avignon la storia romanzata del Premio Nobel Svante Pääbo

Se vogliamo comprendere da profani come si è evoluto l’uomo sulla terra, imparando per una buona volta che il modello di sviluppo deterministico e lineare (la scimmia, gli ominidi, i sapiens) che ci è stato propinato è frutto di una lettura distorta ed ideologica delle opere di Darwin, allora dobbiamo iniziare dalle conferenze del genetista Guido Barbujani, oppure da quelle del paleoantropologo Giorgio Manzi.

Ma per capire davvero come siamo arrivati alle attuali conoscenze circa l’evoluzione umana, e anche a nuovi dubbi ed interpretazioni, è necessario seguire le conferenze in inglese di Svante Pääbo. A lui è stato conferito il Premio Nobel perché per primo, lui e la sua équipe, ha trovato un modo per estrarre il DNA mitocondriale antico, quello dei Neanderthal o di altri ominidi, arrivando così a stabilire che noi uomini moderni portiamo tracce chiare dei nostri cugini più antichi, stabilendo una volta per tutte che le razze non esistono e arrivando a spiegare perché alcuni soggetti si ammalano più facilmente di alcuni virus rispetto ad altri individui.

Invece, se si vuole speculare sulle ragioni profonde, psicologiche, che hanno mosso lo scienziato svedese verso questa scoperta, o se si vuole ragionare sulle dinamiche politiche in cui inserire le scoperte di Pääbo e le loro possibili applicazioni, allora si può assistere allo spettacolo di David Geselson. In un paio d’ore, lui e la sua troupe propongono uno spettacolo ben congegnato, una buona prova di costruzione drammaturgica fatta da un regista-attore che sa giocare con i registri sia del teatro di narrazione, sia di quello più propriamente “di regia”, convincendo la sala, affrontando un argomento complesso ma divertendo, benché, certo, sacrificando molto della narrazione più propriamente scientifica.

Questo regista e la sua troupe, alla quale per l’occasione si sono aggiunte altre figure, come l’attore Dirk Roofthooft, sono soliti “raccontare la vita personale d’individui che hanno avuto un impatto sulla storia”, come rivela Geselson nell’intervista cui rimanda il foglio di sala.
In realtà, appena un anno fa, molti avevano storto il naso rispetto alla riduzione della vita di Nina Simone, compiuta proprio da Geselson in “Le Silence et la peur”: uno spettacolo che era parso inopportuno, illegittimo e per questo indigesto.

Con “Neandertal”, andato in scena alla 77^ edizione del Festival d’Avignon che si conclude proprio oggi, la critica sembra invece, con coro quasi unanime, consacrare sia il regista sia il motivo della sete di ricerca delle origini del genere umano che ha alimentato Svante Pääbo: il suo rapporto con un padre assente.

I nomi dei protagonisti di questa storia sono stati cambiati per meglio riconoscere, dietro la trama, la finzione: gli uomini e le donne che, in contesti storici precisi, hanno permesso di chiarire le complesse origini genetiche dell’uomo.
Tutto inizia nel momento in cui siamo fatti accomodare dagli attori della troupe, Laure Mathis e lo stesso Geselson, nello spazio del teatro di Vedène. Ci viene distribuita una pietra nera, senza dubbio di ossidiana, che nel corso della conferenza iniziale dovremo tenere in mano credendo che si tratti di un frammento di meteorite, mentre con una buona dose di suggestione ci viene spiegato che siamo tutti fatti di carbonio ed altri materiali provenienti dalle stelle. Si gioca anche sul funzionamento della genetica, o meglio, sul modo col quale si accoppiano pezzi di DNA per formare filamenti, quindi su come essi determinano le caratteristiche fisiche degli essere viventi e come, infine, queste vengono tramandate di generazione in generazione.

Lo spettacolo-conferenza termina poi per far iniziare lo spettacolo, che si apre sul buio, con il dialogo di due ricercatori che si scambiano i contatti, ma anche su un momento di passione che avviene mentre un uomo e una donna sono bloccati in un grattacielo senza luce, al termine di un congresso scientifico, alla fine degli anni Novanta negli Stati Uniti.

Inizia così la storia della scoperta del metodo di estrazione del DNA ereditato unicamente dalle madri da ossa vecchie di 200.000 o anche 400.000 anni, che ci porta dalla California, dal cuore delle paure di una coppia (lui americano, lei di origini ebraiche e con la voglia di partire per Israele) verso Monaco di Baviera. Lui (Geselson) ha il terrore di trasferirsi in Israele, ha paura di un conflitto che non potrà avere mai fine, ma la voglia di lei (Laure Mathis) di riabbracciare la madre a Tal Aviv e trovare una patria è più forte e vince. Sarà la Storia a metterci lo zampino: le morti e le stragi susseguenti agli accordi di pace firmati da Rabin e Arafat ritardano il viaggio.
In questo modo, il passaggio a Monaco, invitati per un solo anno a lavorare con Lüdo (Svante Pääbo, alias l’attore Elios Noël) si prolunga perché la storia, tragica, di Israele e del mondo non si ferma – l’assassinio di Rabin farà spegnere ogni voglia di lei di raggiungere la madre. Anche l’ostinata e appassionante ricerca di Lüdo attira la coppia, che resterà al fianco del ricercatore svedese trapiantato in Germania e della sua collega Adèle – complice, anche, la relazione fedifraga tra una ricercatrice americana ed un ricercatore di origine svedese.

Storie intime su sfondo storico, con un palco che diventa laboratorio e parco divertimenti, ma anche sottoscala del Museo di Zagreb all’indomani della guerra dei Balcani: è qui infatti che Adèle incontra Mila, conservatrice della collezione più importante al mondo di ossa di Neanderthal.
Le due donne si innamorano, e Mila diventa l’unica persona capace di calmare Adèle dai suoi attacchi. La ricercatrice, giovane madre, è infatti affetta da una malattia degenerativa, sta perdendo la memoria e il senso del pudore, una patologia non dissimile dall’Alzheimer, dunque.

Ora, tutti questi dettagli, questi intrecci, devono essere raccontati perché sono il materiale umano col quale Geselson costruisce la sua drammaturgia, retta da un’interpretazione forte e precisa di tutti gli attori.
Adèle, con le sue crisi, pronuncerà il messaggio dello spettacolo: la denuncia della distruzione della bellezza umana e della sua storia, condotta dall’uomo stesso. Mila ci farà invece penetrare nell’inferno di Srebrenica, sul quale proprio le scoperte di Lüdo potranno fare luce. Peccato che il personaggio di Mila venga rappresentato con tratti fin troppo caricaturali – si tratta di una ricercatrice scampata al genocidio per puro caso, non di una giovane punk che assume tutti i cliché che gli europei del Nord possono avere sui popoli balcanici. Grazie comunque alle doti dell’attrice che la interpreta (Marina Keltchhewsky), il pubblico non può che amare ed essere commosso da un personaggio che porta in sé una storia tragica e che, allo stesso tempo, riesce a far ridere il pubblico.

E’ la sola macchia che sporca un’opera ben congegnata e ben condotta dall’inizio alla fine, per uno spettacolo che, se non pretende magari di avvicinare il pubblico alla scienza, quantomeno mostra come la scienza e la storia siano indissolubili.

Neandertal
Con: David Geselson, Adeline Guillot, Marina Keltchewsky, Laure Mathis, Elios Noël, Dirk Roofthooft et Jérémie Arcache (violoncelle), Marine Dillard (dessins)
Testo e regia: David Geselson
Scenografia: Lisa Navarro
Luci: Jérémie Papin
Video: Jérémie Scheidler
Suono: Loïc Le Roux
Musica: Jérémie Arcache
Costumi: Benjamin Moreau
Assistenti alla regia: Aurélien Hamard- Padis, Jade Maignan
Collaborazione alla regia: Margaux Nessi
Collaborazione alle luci: Rosemonde Arrambourg
Integrazione e concezione della regia: Jérémie Gaston-Raoul
Collaborazione al suono: Orane Duclos
Collaborazione ai costumi: Florence Demingeon
Collaborazione drammaturgica: Quentin Rioual
Sguardo esterno: Juliette Navis
Traduzione del croato: Tiana Krivokapić
Capo macchinista: Sylvain Tardy
Regia di palco: Nicolas Hénault, Kayla Krog
Regia luci: Rosemonde Arrambourg
Regia video: Jérémie Scheidler
Regia suono: Orane Duclos
Traduzione in inglese dei sottotitoli: Jennifer Gay
Regia sottotitoli: Victoria Mariani
Stagista suono: Marius Nougier
Direzione di produzione: Noura Sairour
Amministrazione della produzione e della tournée: Laëtitia Fabaron
Diffusione e stampa: AlterMachine, Carole Willemot
Comitato scientifico: Évelyne Heyer et Sophie Lafosse (éco-anthropologie, musée de l’Homme), Cyrille Le Forestier (archéo-anthropologie, INRAP), Julie Birgel (CAGT)

durata: 2h 30′

Visto ad Avignon, L’Autre Scène du Grand Avignon – Vedène, l’11 luglio 2023

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