Flaubert e Aldo Nove per la vita oscena di Monstera

La vita oscena di Monstera
La vita oscena di Monstera
La vita oscena di Monstera
Irraccontabile, aggettivo usato per qualcosa che non si può – o non si deve – raccontare, per motivi di pudore e, ancora di più, di convenienza: qualcosa di inconfessabile e, teoricamente, irripetibile. Descrivibile solo sotto obbligo e a costo di un estremo sforzo.

Capita che certe storie di vita siano così, estreme, tanto indicibili da essere raccontabili solo tramite espediente narrativo, o teatrale. Tramite una quarta parete di voile, come quella scelta da Nicola Russo per “La vita oscena”, nuova produzione di Monstera, realizzata in residenza al Teatro Elfo Puccini di Milano dove ha debuttato questa settimana.

Per la drammaturgia, Nicola Russo ha attinto dal romanzo omonimo di Aldo Nove e da “La leggenda di San Giuliano Ospitaliere”, racconto di Gustave Flaubert.
La prima è la storia di un ragazzo che diventa uomo scendendo sempre più nel buio, tirato giù da un vortice in cui droga e sesso, a tutte le età, si mescolano con sempre meno contegno e dignità umana. E senza pietà è anche Giuliano, nato un paio di secoli prima tra mille agi, ma cresciuto selvaggio, reso primitivo e feroce, poi diventato San Giuliano.


Le due storie si intrecciano su un palco che mostra le rispettive ‘indicibilità’ attraverso una sottilissima rete, innanzitutto, e la sovrapposizione in trasparenza di immagini, proiettate a rallentatore, documentarie di un mondo animale che cita l’uomo e le sue movenze, attraverso una madre scimpanzè che allatta, o una civetta, bianca e con le pupille spalancate, che sbatte le ali nel buio. A sottolineare l’istinto a non guardare, anche una benda nera sugli occhi, legata dietro la testa del protagonista osceno da una donna (un’intensa Clara Galante), ambiguo personaggio femminile ugualmente mistress, terapeuta e madre, che con il suo tailleur pantalone, la camicia bianca e i capelli legatissimi ricorda un torero.

Lei lo guida senza accoglierlo, anzi urtandolo e umiliandolo, fino a piegarlo al suo volere, mettendolo carponi e calpestandolo, con parole, mani e bastone, conducendo una seduta psiacanalitica come un incontro sadomaso. Lui risponde ma non reagisce, vuotato di ogni espressività del volto.

Procede così, per un’ora circa, una sorta di “Intervista col vampiro” che, tuttavia, non arriva a inquietare nonostante la portata scandalistica. Lo spettatore segue il ritmo, anche se monotono, grazie soprattutto al contributo video, puntuale e muto, efficace.
Emerge lo studio dei personaggi, dai loro movimenti e da una mancanza di espressione, come le maschere crudeli e inquietanti della tragedia antica. Manca quell’umanità utile all’empatia, forse troppo, eppure anche questa scelta viene giustificata: “La vita è troppo crudele per suscitare compassione, troppo aspra per la realtà, raccontabile solo a frammenti, come fa la poesia, e anche la pornografia” ripetono i protagonisti.

Se il contributo video (progettato e realizzato da Liligutt Studio) accompagna una buona idea drammaturgica, quello musicale non suona altrettanto legato, visto il repertorio già (ab)usato. Se poi è chiamato a chiudere lo spettacolo, purtroppo l’intero lavoro ne risente.

LA VITA OSCENA
di Aldo Nove
con libere incursioni da “San Giuliano Ospitaliere” di G. Flaubert
drammaturgia e regia: Nicola Russo
con: Nicola Russo, Clara Galante
video e progetto grafico: Liligutt studio
produzione: Monstera realizzata in residenza al teatro Elfo Puccini

durata: 60′
applausi del pubblico: 1′ 13”

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 2 luglio 2013


 

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