I Puritani di Pierre-Emmanuel Rousseau, il raffinato triangolo amoroso di Bellini

Ph: Mattia Gaido
Ph: Mattia Gaido

Francesco Lanzillotta dirige il nuovo allestimento del Teatro Regio di Torino con protagonisti Gilda Fiume e John Osborn

A undici anni di distanza dall’ultima volta, abbiamo avuto l’opportunità, grazie al Teatro Regio di Torino, di assistere di nuovo a “I Puritani” di Vincenzo Bellini, estremo capolavoro del compositore catanese.
L’opera fu scritta su libretto di Carlo Pepoli, che la trasse dal dramma storico di Jacques-François Ancelot e Joseph Xavier Boniface “Têtes rondes et Cavaliers”.
La prima, segnata da grande successo, avvenne al Théâtre de la Comédie Italienne di Parigi il 24 gennaio 1835; nel ruolo della protagonista il famoso soprano Giulia Grisi.
Bellini compose la sua ultima opera in nove mesi, dall’aprile del 1834 al gennaio del 1835, attraverso una gestazione assai complicata, che vide l’intervento di diverse persone, tra cui il grande Gioachino Rossini.

L’azione si svolge nell’Inghilterra del XVII secolo, al tempo di Oliver Cromwell, dove è in atto il celebre scontro politico fra il partito dei Puritani e quello degli Stuart.
L’amore travagliato che di solito sta al centro della trama, come in ogni melodramma che si rispetti, è quello tra Elvira Valton e Arturo Talbo che si presenta con la sua meravigliosa cavatina “A te o cara”.
I due amanti si stanno per sposare per intercessione dello zio Giorgio, che ha convinto il padre di Elvira a combinare il matrimonio, nonostante avesse promesso la sua mano a Sir Riccardo Forth, a cui Bellini regala la prima bellissima aria “Ah per sempre io ti perdei”.
Prima della cerimonia Arturo, partigiano degli Stuart, riconosce però in una misteriosa prigioniera la regina spodestata, Enrichetta Maria di Francia; l’uomo è così costretto, per salvarla da morte certa, a farla fuggire, dovendo però giocoforza accompagnarla fuori dalla mischia, complice Riccardo, felice di disfarsi del rivale.
Pensando che il promesso sposo sia fuggito per amore con un’altra donna, Elvira impazzisce, mentre lo zio Giorgio racconta con commozione agli astanti tutti i contorni della follia della donna tradita (“Cinta di fiori”).
A un certo punto Elvira si presenta in scena esibendosi nella famosa e articolata scena della follia (“Oh rendetemi la speme… qua la voce sua soave”). Arturo, pur braccato dai soldati dell’esercito puritano, riesce ad avvicinarsi alla sua amata (“Son salvo e pur son salvo”), che lo riconosce attraverso una canzone (“A una fonte afflitto e solo s’assideva un trovator”).
Dopo il riconoscimento, Bellini pone poi il duetto estatico “Vieni tra queste braccia”. L’emozione per la nostra Elvira è tale da farle tornare la ragione, mentre i soldati irrompono sulla scena, imprigionando Arturo, che viene condannato a morte.

A differenza della Lucia donizettiana, tutto qui finisce bene: uno squillo di tromba annuncia la sconfitta degli Stuart e così, per celebrare la vittoria, Cromwell dispone un’amnistia. In questo modo i due amanti possono finalmente, dopo mille avventure, tornare insieme.

Se si eccettua il sublime finale di “Norma”, i Puritani rappresentano il vero culmine della musica belliniana, un fluire inarrestabile di purissima melodia ed essenza, dove ogni numero musicale si inabissa nell’animo dell’ascoltatore per rendere palpabile il succedersi dei sentimenti e delle emozioni, che vengono stemperati in un’aura di malinconia elegiaca, che solo l’opera lirica può suggerire. Si pensi ad esempio, al concertato finale del primo atto, “Ah vieni al tempio”, dove la pietà per la condizione di Elvira, il sentimento più celebrato in tutta l’opera, viene espressa come un lungo respiro da tutti, soprattutto dagli uomini.

“I Puritani” è un’opera che si presenta difficilissima per tutti gli interpreti, cominciando dal tenore, a partire dalla già citata cavatina d’entrata di Arturo, “A te o cara”, per non parlare dell’attacco del concertato del terzo atto “Credeasi misera”, con quel fa sovracuto che molti tenori risolvevano e risolvono ancora con un falsettone.
Per quanto riguarda il soprano, oltre alle varie asperità belcantistiche disseminate per tutta l’opera, vi è la scena culmine della follia (“Qui la voce sua soave”) e la difficilissima polonaise “Son vergine vezzosa” con i famosi tre “sì”, resi sublimi – nel nostro ricordo discografico – da Maria Callas, che rendono questa parte anche assai rischiosa.
Tra gli altri momenti celebri non possiamo dimenticare il duetto guerresco “Suoni la tromba intrepido” tra Giorgio e Riccardo, spesso utilizzato per il suo tono trionfalistico anche fuori dal contesto dell’opera.

Ph: Mattia Gaido
Ph: Mattia Gaido

Il regista Pierre-Emmanuel Rousseau, che firma anche scene e costumi, immette la vicenda in un’atmosfera allucinata, resa con pertinenza dalle luci di Gilles Gentner.
Vediamo Elvira, all’inizio dell’opera, in una scena muta, testimone bambina del suicidio e della morte della madre. Il sudario/velo della madre, bianco e nero, ci seguirà per tutta l’opera, anche per nascondere la regina prigioniera, anch’ella, come Elvira, imbrigliata nelle vicende della storia.

In molti momenti appare lampante l’idea di Rousseau di considerare la condizione della donna, sempre sottomessa al volere maschile. Uomini tra l’altro vestiti tutto il tempo di nero, mentre Elvira la vediamo prima in blu e poi in bianco, ogni volta costretta a fare quello che il mondo intorno a lei desidera. Ma è una Elvira che non potremmo definire del tutto soggiogata, si pensi ad esempio a come diventi una furia quando il suo Arturo se ne va: vuole sfasciare ogni cosa che le ricorda il matrimonio, anche la croce, per un amore straziante che le fa scrivere a caratteri cubitali il nome dell’amato (foto di copertina) nella sua stanza, un rifugio che ricorda però anche una prigione.

La guerra in atto fra il partito dei Puritani e quello degli Stuart è sempre presente con uomini armati che attraversano il palco.
Nel finale il regista propone un colpo di scena, con la vendetta di Riccardo che uccide Arturo: la cosa ci potrebbe anche stare, se avvenisse rappresentata in modo sensato e non con un colpo di pistola sparato in modo maldestro, sfiorando il ridicolo.
Al di là di questo piccolo neo, la regia di Rousseau ci sembra sempre coerente e foriera di significati pertinenti.

Ph: Mattia Gaido
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Di grandissimo risalto i due interpreti principali, il soprano Gilda Fiume, splendida e sofferta Elvira, dal canto espresso ogni volta con la giusta emozione nella sua impervia parte, e il tenore John Osborn, che avevamo già molto apprezzato proprio a Torino nell’Hamlet di Thomas, che coglie perfettamente il carattere di Arturo, e che aspettavamo al varco del fa acuto di “Ella è tremante, ella è spirante”, risolto con uno splendido falsetto.
Da apprezzare, come sempre ci è capitato, Nicola Ulivieri nella parte dell’“amato zio, oh mio secondo padre” Giorgio Valton, mentre meno incisivo ci è parso Simone Del Savio, come vendicativo Riccardo.

Sempre puntuale nella descrizione delle varie atmosfere che invadono l’opera, restituite con la giusta emozione, la direzione di Francesco Lanzillotta, mentre Gea Garatti Ansini ha preparato con pertinenza i numerosi interventi del coro che frequentemente attraversano l’opera.

I PURITANI
Opera seria in tre atti
Musica di Vincenzo Bellini
Libretto di Carlo Pepoli
tratto dal dramma storico Têtes rondes et cavaliers di Jacques-François Ancelot e Joseph-Xavier Boniface “Saintine”
Prima rappresentazione assoluta: Parigi, Théâtre Italien, 24/01/1835
Sopratitoli in italiano/inglese

Francesco Lanzillotta direttore d’orchestra
Pierre-Emmanuel Rousseau regia, scene e costumi
Carlo D’Abramo coreografia
Gilles Gentner luci
Achille Jourdain assistente alla regia
Guillemine Burin des Roziers assistente alle scene
Gea Garatti Ansini maestro del coro
Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
In coproduzione con Opéra Orchestre Normandie Rouen

Durata: 3h 30′

Visto a Torino, Teatro Regio, il 10 maggio 2026

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