Da stasera in scena al Piccolo Teatro di Milano, dove resta fino a domenica 24 novembre
Il palco è vuoto. La platea, invece, è piena, e lo è per la quinta sera di seguito, in occasione dell’ultimo appuntamento del 29° Festival delle Colline Torinesi, che è anche lo spettacolo di apertura della stagione teatrale di TPE 24/25, diretta per il terzo anno consecutivo da Andrea De Rosa e intitolata “Fantasmi”, come quelle verità che abitano il nostro mondo interiore e che di tanto in tanto fugacemente fanno una breve apparizione.
Il pubblico riempie completamente la gradinata del Teatro Astra. Quello con Pippo Delbono, con i “fantasmi” di Pippo Delbono, è un appuntamento a cui non si può mancare. Chi da anni assiste ai suoi spettacoli sente il bisogno di conoscere che cos’ha di nuovo da raccontare, che cosa è accaduto, persino di sapere come sta e come stanno gli altri membri della compagnia. Sì, perché, spettacolo dopo spettacolo, ci si trova sempre più immersi nella vita dell’uomo-artista, quasi come familiari o amici stretti. Chi non lo conosce è qui perché invece ne ha sentito parlare ed è curioso; può accadere, in questo caso, che si venga travolti dal flusso emotivo e spiazzante che questa sorta d’intimità genera, ma anche che la si rifiuti o non se ne comprenda lo scopo e la natura teatrale.
Un uomo, nel ruolo di “servo di scena”, entra da una quinta laterale con una sedia in mano, la posa in centro, a pochi metri dalla prima fila di spettatori, e se ne va. Pippo Delbono a piccoli passi raggiunge la sedia, fatica a camminare, una mano sul lato del bacino quasi a sorreggerlo, si siede e comincia lo spettacolo, cioè il racconto, l’inizio di una lunga confessione.
La giovane Ornella Vanoni, proiettata sul fondale, canta: “È uno di quei giorni che ti prende la malinconia…”, e Delbono inizia a danzare. Lontani ormai i tempi in cui l’attore-danzatore-regista-sperimentatore si librava da un lato all’altro del palcoscenico con leggerezza, eppure ce la fa, danza anche da seduto. Danzano le spalle, le mani, le braccia disegnano linee che si fanno via via più ampie, più vorticose. L’intuito e la sensibilità di Pina Bausch, che gli fu maestra, si colgono in quei gesti, che tuttavia appartengono a un altro uomo. Delbono riproduce infatti le movenze improvvisate di Bobò, proiettate sullo schermo più tardi. Bobò: l’amico più caro, il protagonista della maggior parte dei suoi spettacoli, il matto rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di Aversa per oltre quarant’anni e poi rapito da Pippo Delbono che un giorno decise di portarlo via con sé.
Assistiamo al risveglio di un uomo, di quell’uomo che, nell’immagine finale dell’ultimo spettacolo, “Amore”, si era addormentato ai piedi di un albero secco.
Che cosa è successo nel frattempo? C’è stato il covid, l’isolamento, la perdita della madre, quella straziante e insanabile di Bobò, e poi le guerre, prima una, poi l’altra, le guerre che ancora ci sono… ma di una sola, quella tremenda che si è combattuta nella sua mente, gli importa. Gli psicofarmaci un po’ aiutano, ma la paura resta. Paura di cosa? Della vita. Della morte. Dell’amore. Della solitudine. “I want people” grida senza urlare Delbono, “I want people”.
Entrano in scena gli altri membri della compagnia e si dispongono in proscenio. Pippo li presenta, a uno a uno: c’è chi una volta faceva il barbone nelle strade di Napoli e ora saltella felice sul palcoscenico, chi l’operaio e ora veste fiero il suo ruolo di attore e di servo di scena, chi proviene dalla Sicilia e quella terra ce l’ha nel corpo e nei capelli mentre danza vorticosamente, chi “il tempo è passato ma guardate le sue gambe! Sono o non sono ancora bellissime?”, ciascuno con la propria storia, fatta inevitabilmente di cadute ma anche di risvegli.
Non c’è finzione nel racconto di Delbono, che dialoga con il pubblico. Racconta della sua città natale, del padre, degli echi di Woodstock che hanno segnato la sua adolescenza, dei Jefferson Airplane già allora visionari, delle rivoluzioni, degli anni Settanta, dei suoi studi di Economia e Commercio (facoltà scelta del tutto per caso, perché era arrivato tardi e le segreterie delle altre università erano già chiuse), del concerto degli Who la sera prima dell’esame, delle canne, delle sue prime doti attoriali nell’intortare la bellissima e terribilissima docente di diritto privato, della scoperta del teatro, di Bobò, di come Bobò riusciva a prendersi gioco di Pina Bausch che al contrario lo adorava, dell’amore con un afgano, della fine di quell’amore malsano, della solitudine cercata e poi temuta.
Delbono racconta e legge. Legge parole che lui stesso ha scritto, i fogli gli cadono di mano, come foglie da un albero che a poco a poco si spegne, mentre il suono del violoncello, il più simile alla voce umana tra gli strumenti, lo accompagna dal vivo (Giovanni Ricciardi). Si avverte la sofferenza dell’uomo e dell’artista, eppure in quella sofferenza c’è bellezza, o – come direbbero i romantici ottocenteschi – c’è il sublime, terrificante e magnifico insieme.
Attratto più dal momento del congedo che dalla separazione definitiva, Delbono riproduce anche in questo spettacolo gli attimi che sempre si vorrebbe precedessero l’addio. E così, uno alla volta, i suoi compagni e le sue compagne gli vanno incontro per stringerlo in un ultimo e commovente abbraccio. Come in un rito funebre, alcuni di loro svuotano sul palco sacchi di terra, a formare piccole montagnette sulle quali piantano croci in legno, mentre in proscenio vengono simbolicamente deposte in cerchio alcune pietre.
Sembrerebbe un finale. E lo è, ma Delbono – alludendo ironicamente alla predilezione dei francesi (dai quali è molto apprezzato) per il doppio finale – ci stupisce con una seconda conclusione: una danza liberatoria contagia l’intera compagnia ed è di nuovo gioia, mentre camminando faticosamente, a piccoli passi, Delbono si avvicina alle croci per buttarle a terra, una dopo l’altra.
Un terzo finale sorprende poi anche gli attori e le attrici sul palco, quando un anziano, dall’abito elegante, con il borsello in mano, improvvisamente si alza da una delle prime file per unirsi spontaneamente alla compagnia e danzare insieme a loro.
Tra il pubblico, molti i commossi, alcuni perplessi.
Da oggi al 24 novembre al Piccolo Teatro di Milano.
IL RISVEGLIO
di Pippo Delbono
con la Compagnia Pippo Delbono: Dolly Albertin, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella
e con Giovanni Ricciardi (violoncello e arrangiamenti)
luci: Orlando Bolognesi
costumi: Elena Giampaoli
suono: Pietro Tirella
produttore esecutivo: Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale (Italia)
co-produzione: Teatro Stabile di Bolzano (Italia), Teatro Metastasio di Prato (Italia), Théâtre de Liège (Belgio), Sibiu International Theatre Festival/Teatrul Național “Radu Stanca” Sibiu (Romania), Teatrul Național “Mihai Eminescu” Timisoara (Romania), Istituto Italiano di Cultura di Bucarest (Romania), TPE – Teatro Piemonte Europa/Festival delle Colline Torinesi (Italia), Théâtre Gymnase-Bernardines Marseille (Francia)
in collaborazione con: Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento (Italia), Le Manège Maubeuge – Scène Nationale (Francia)
Durata: 1h 5′
Applausi del pubblico: 5′
Visto a Torino, Teatro Astra, il 10 novembre 2024
