Della relazione tra opera e pubblico. Torino e la danza che non t’aspetti

Collective Loss of Memory photo (photo: Andrea Macchia)|Higher di Michele Rizzo (photo: Andrea Macchia)
Collective Loss of Memory

Un gioco di luci, lentissimo, apre la scena: alcuni fari a luce gialla si spengono e si accendono ad intermittenza, cadenzati, all’interno di un cubo nero, vuoto.
In questo vuoto il tempo si dilata, scandito da un sottofondo flebile di musica elettronica precisa come un metronomo. Si copre il rumore dell’accomodarsi inquieto del signore qualche poltrona più avanti, si coprono i primi colpi di tosse, gli schiarimenti di gola, l’osservarsi attorno di un pubblico in attesa.

A lungo, all’interno di quel cubo nero che è il palcoscenico, nulla succede e nessuno compare. Qualcuno ricontrolla incerto il foglio di sala. Siamo al debutto di Interplay – Festival Internazionale di Danza Contemporanea che apre a Torino con “Higher” di Michele Rizzo, il coreografo di origini italiane e formazione olandese oggi sostenuto dal centro coreografico di Emio Greco.

Le musiche di Lorenzo Senni, artista mutidisciplinare che unisce ai metodi compositivi i calcoli algoritmici ed è ospite fisso del festival torinese di musica elettronica Club to Club, sono elemento essenziale della performance. Il riferimento è evidentemente al mondo del clubbing (e alle declinazioni in termini sociali e comportamentali che il termine schiude).


Ingenuamente allora ci si aspetta qualcosa di più del minimalismo che pervade la scena: l’immaginario dello spettatore è sedotto dalle basi sonore che procedono in loop ed evocano l’insinuarsi improvviso di colori scenografici e di illusioni ottiche e stroboscopiche.
La scena, invece, mantiene la stasi.

L’entrata di un primo performer, poi del secondo ed infine del terzo (Juan Pablo Camara, Max Goran e lo stesso Rizzo) spezza la ciclicità ossessiva del ritmo. Entrano ballando, “banalmente”, con quelle movenze che l’occhio e la memoria dei più riconoscono come lo spontaneo (o socialmente condizionato) adattamento di un corpo a quelle sonorità sintetiche: un codice fisico perfettamente riconoscibile come proprio (concesse forse alcune sfumature percettive per diversa appartenenza generazionale). Non succede altro. E nelle intenzioni di Michele Rizzo c’è esattamente questo: la riproduzione di un rituale sociale, quello del clubbing, nei suoi aspetti essenziali. Riproducendone la litania vuole mostrarne la mistica, la funzione catartica e liturgica, ma al pubblico resta pressoché preclusa (che in un locale ballerebbe, ma in un teatro no). L’osservatore partecipa al rito? (la domanda del teatro sul teatro per eccellenza). Molti del pubblico, infatti, escono, spaesati.

Il titolo della performance, “Higher”, rimanda a quegli stati di alterità della coscienza (to feel high) che si raggiungono per stupefazione, con o senza additivi, all’interno di un rituale. Ma perché è al comparativo? “Higher”, “più in alto” di che cosa?
Michele Rizzo, nel presentare questo lavoro in prima nazionale, cita la filosofa Julia Kristeva: “Come essere umani coinvolti politicamente, sessualmente, religiosamente e attraverso l’identità famigliare, stiamo subendo un momento di grave crisi di identità. Abbiamo bisogno di trovare un linguaggio che trascenda l’umano, al fine di superare questa crisi e risvegliare un nuovo Rinascimento. Questo linguaggio può essere ritrovato nella danza”.

“Il di più” sarebbe quindi riferito alla dimensione rivelatoria che l’adesione a questo linguaggio permette di raggiungere? “Confidando nella danza come la pratica che compensa il fatto che non possiamo mai essere l’altro, noi tentiamo di diventare uno” spiega il coreografo.

Il campo sarebbe allora da allargare all’arte tutta. Un po’ come sostiene Jacques Rancière, che mette in relazione la politica e l’estetica attraverso la comune capacità di ridisegnare lo spazio della percezione e di manifestare il non-visibile. Un po’ come il rito.
E qui il non-visibile messo in luce da “Higher” pare essere la dimensione individuale del mondo del clubbing: i tre performer sono universi a sé stanti, semi-ermetici, in isolamento l’uno dall’altro, e per quarantacinque minuti di durata della performance non se ne vedono i volti.
La testa è china, assorta, verso il basso (verso l’interno?). La catarsi è solo individuale o può essere anche collettiva?
E quali aspetti assume realmente il rito (che sia il clubbing, piuttosto che il rave, piuttosto che il teatro stesso) in rapporto alle nostre modalità economiche di consumo?

Le reazioni sono diverse e contrastanti, entusiaste e reticenti. “Higher” è sicuramente una fotografia del reale, di quel reale al quale talora partecipiamo come attori e che non riusciamo ad osservare “da fuori”. La differenza delle reazioni del pubblico dipende allora dalla qualità e dalle modalità con cui si è fatta (e si è voluta fare) esperienza di questa distanza.

Sul ruolo e la posizione che assume l’osservatore si concentra anche il secondo spettacolo di Interplay, “Collective Loss of Memory” delle compagnie Dot504 e RootLessRoot, di provenienza dalla Repubblica Ceca.

Collective Loss of Memory photo (photo: Andrea Macchia)
Collective Loss of Memory (photo: Andrea Macchia)

“Collective Loss of Memory” è uno spettacolo dolorosissimo ed estremamente intelligente sull’essere spettatori passivi di violenza. Una passività prodotta dall’abitudine, dall’alienazione, dall’ignavia protratta. Una perdita collettiva di memoria.

Un gruppo di cinque performer di differenti nazionalità (Nathan Jardin, Joona Kaakinen, Knut Vikström Precht, Dano Raček e Tom Weksler) mette in scena i rapporti di potere che si determinano all’interno dei gruppi sociali, la struttura machista e patriarcale che li genera, il dawinismo che li giustifica, il razzismo che li alimenta.

Si dividono i ruoli e le relative stigmatizzazioni: il “purosangue”, il meticcio, l’ebreo, quello più alto e quello più basso di tutti. Si alternano momenti coreografici e momenti narrativi verbali e l’aggressività pervade entrambi.
I movimenti collettivi che Dot504 mette in scena, elaborati dai coreografi Jozef Fruček & Linda Kapetanea, riproducono mosse di lotta greco-romana, i gesti e gli sfottò corporali di un certo cameratismo sportivo piuttosto diffuso. Eppure l’aggressività che mostrano è celata da ironia, da un’arrogante ostentazione di corpi giovani, atletici, tonici e incredibilmente agili.

Qualcosa ci inganna. E in qualche modo si ride di quel calzino riempito di stoffa e usato come pene sovradimensionato che mette in imbarazzo alcuni spettatori quando uno dei perfomer chiederà loro di toccarlo o di farne esperienza sensoriale. E in qualche modo si tace quando al pubblico verranno lanciate con violenza in mezzo alla platea delle caramelle.

Si partecipa come spettatori di un gioco, un po’ sbruffone, un po’ gradasso, ma solo alla fine si capirà realmente che la coreografia dei cinque danzatori è la riproduzione di un pestaggio di gruppo  videoregistrato da una telecamera nascosta in quello che sembra essere un parcheggio.

Agonizzante sul palcoscenico il corpo magrissimo del belga Nathan Jardin soccombe come vittima di fronte a noi, sotto la videoproiezione che si accende sullo sfondo e lascia attoniti.
“Collective Loss of Memory” è un’indagine sulla violenza e sull’assuefazione che ci impedisce di riconoscerla.

L’edizione 2016 di Interplay si concluderà con l’ultimo appuntamento il 10 giugno, al Museo Ettore Fico, con “M 1, poi 2, poi 3…” di Gianluca Girolami, “Ci sono cose che vorrei davvero dirti” di Bellanda e “Possibili derive (progetto selfie myself)” di Senza confini di pelle.

HIGHER
Michele Rizzo
Ideazione e coreografia Michele Rizzo
Musica Lorenzo Senni
Con Juan Pablo Camara, Max Goran e Michele Rizzo
Disegno luci Michele Rizzo
Produzione Frascati Productions Amsterdam e ICK Amsterdam
Supporto tecnico Lukas Heistinger

durata: 45′

stars-3.5

 

 

COLLECTIVE LOSS OF MEMORY
Jozef Fruček e Linda Kapetanea – RootLessRoot DOT504 (SK/GR/CZ)
Ideazione e coreografia Jozef Fruček e Linda Kapetanea RootLessRoot Company
Con Nathan Jardin, Joona Kaakinen,
Knut Vikström Precht, Dano Raček, Tom Weksler
Disegno luci David Prokopič
Design costumi Lenka Kovarinová
Ideazione costumi Linda Kapetanea
Produzione ©DOT504 Dance Company 2014
Coproduzione Tanec Praha
Supporto del Ministero della Cultura della Repubblica Ceca, Città di Praga, Ponec – The Dance Venue di praga, Dance Perfect Studio di Praga
Spettacolo dell’anno e premio del pubblico alla Piattaforma della Danza Ceca, 2015

stars-4

0 replies on “Della relazione tra opera e pubblico. Torino e la danza che non t’aspetti”
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *