Kaspar. Barletti e Waas nella parola di Peter Handke

Kaspar (ovvero una tortura di parole)
Kaspar (ovvero una tortura di parole)

Un fattore di benessere. Sicuramente non è questa l’aspettativa, il presupposto esclusivo per cui si decide di assistere a “Kaspar (ovvero una tortura di parole)”, il testo del 1968 di Peter Handke, romanziere austriaco Premio Nobel per la Letteratura 2019. Merita, tuttavia, un consistente approfondimento il concetto di bene dell’essere e di bene nell’essere, in chiave handkiana. L’opera è andata in scena al teatro Palladium di Roma, nell’ambito della stagione 2021/2022 intitolata Infiniti Mondi, ad opera di Lea Barletti e Werner Waas.

Cerebrale, inflessibile, ruvido, germanofono austriaco. Fin da subito lo spettatore viene messo in una condizione di vuoto, di silenzio o apnea, nella difficoltà di abitare uno spazio, quello che sembra l’interno di una casa arredata con pochi oggetti: un tavolo, due sedie, un armadio, una scopa. È davvero così? Cosa definisce e identifica un luogo, un pensiero, un oggetto, una necessità, un’emozione? Le frasi, ovviamente, degli insiemi ordinati di parole. Una frase è ciò che permette ad ognuno di farsi notare. Di consentire all’essere umano di distinguersi dagli animali.

“Kaspar” non inizia con la frase “Io vorrei diventare un tale come già un altro fu”. Comincia con un lungo silenzio, con un senso di vuoto, con un corpo che gira a vuoto e un respiro amplificato da una cassa. La persona che si trova in un angolo del proscenio, tra una quinta e il sipario, è un clown, un automa, un prigioniero che ha perso la memoria e l’uso della parola, un disadattato o un fanciullo?
Il “fanciullo d’Europa”, così è stato chiamato Kaspar Hauser, il misterioso ragazzo tedesco cresciuto nei primi decenni dell’Ottocento, istruito ed educato alla religione cristiana, al quale sembra di non essere mai stato consentito di uscire dalla sua stanza buia, lunga un paio di metri e larga uno, con un giaciglio di paglia su cui dormire. Incarcerato successivamente nella torre del Castello di Norimberga, gli viene diagnosticato un deficit intellettivo, ma anche un’ottima memoria e una veloce capacità di apprendimento, con dei sensi sviluppati al limite del sovrumano. La prima volta che vede un uomo (il precettore che si prende cura di lui) è prima della sua liberazione e dell’imparare la posizione eretta. A Norimberga gli viene insegnata la frase: “Voglio diventare un cavaliere, come lo era mio padre”.


Lea Barletti e Werner Waas si sono conosciuti diversi anni fa a Roma, ma adesso vivono a Berlino. Negli anni hanno prodotto, diretto e interpretato molti spettacoli, hanno fondato quella che è la loro attuale compagnia, con la quale lavorano e viaggiano tra Germania e Italia. Nella messinscena del testo di Handke il silenzio, l’iniziale assenza di parole, il vuoto, il respiro sono fondamentali per comprendere la sensazione collettiva di tuffarsi o di essere scaraventati, di affondare nel mare della linguistica. E per ca(r)pire quel senso di determinazione, quell’ipotesi su come una coscienza umana “vuota” può essere riempita, torturata, mediante l’esercizio di formule linguistiche convenzionali.
Come un congegno ben costruito e nascosto in quella prima battuta che viene pronunciata e ascoltata: “Io vorrei diventare un tale come già un altro fu”. Una frase con tre diverse voci per altrettanti modi verbali: condizionale, infinito e indicativo. Se manca il tempo presente, manca il “qui e ora” del teatro? Manca il teatro? Può darsi, forse.

Peter Handke incontra presto il mondo teatrale e ci si avvicina attraverso gli Sprechstücke, pezzi teatrali parlati, ispirati al linguaggio dell’improvvisazione e della strada. Lo scrittore austriaco smonta la concezione di un teatro tradizionale: non ci sono azioni, non ci sono storie, dialoghi, personaggi protagonisti. È la parola ad essere rappresentata come unica realtà.
La realtà si manifesta attorno a Kaspar (Lea Barletti) come un mostro di parole che lo tortura, lo manipola, lo addomestica alla civiltà, costringendolo ad adeguarsi ad essa, rendendolo simile a tutti gli altri. “Da quando so parlare, so mettere tutto a posto […] alzarmi, chinarmi, dimenticare, ricominciare, vergognarmi…”. Peter Handke non pone soltanto la denuncia della dittatura dell’omologazione, tristemente attuale oggi come cinquant’anni fa, ma soprattutto una domanda universale: il linguaggio corrisponde ad un’esigenza interiore dell’essere umano oppure è uno strumento di coercizione, al quale veniamo sottoposti incessantemente, tanto che non ci accorgiamo del suo potere di corruzione?

Handke incarna la possibilità di svestire e comprendere i meccanismi sociali attraverso l’arguzia, l’ironia, il ragionamento, i giochi di parole e i calembour, ma non c’è solo questo. Per lui ma anche per molte autrici e autori, intellettuali, artiste e artisti austriaci del dopoguerra, la lingua tedesca portava la macchia del Nazionalsocialismo, degli abusi del Nazismo. Doveva essere redenta e recuperata, parola per parola, frase per frase. Da Hans Lebert a Thomas Bernhard, da Handke a Elfriede Jelinek, quella coraggiosa tradizione culturale – nata come un dispositivo anti-Heimat – è stata una spina nel fianco e, ancora adesso, vuole essere l’urgenza per parlare, per scavare nel pattume della Storia, tra le rovine di quel Leviatano politico-militare che aveva organizzato le prove per la fine del mondo.

“Kaspar (ovvero una tortura di parole)” è un degno esempio del riscatto e dei fondamenti della lingua tedesca, probabilmente destinato a soffrire se tradotto in un’altra lingua, in relazione alla concezione filosofica del sostantivo dasein (esistenza) e del verbo sein (essere). Bene hanno fatto Lea Barletti e Werner Waas a portarlo in scena con una versione condensata in lingua tedesca e con una breve e circoscritta chiusura finale, quasi confidenziale, in lingua italiana. Nel proscenio, seduti uno accanto all’altro, come in una specie di spin-off, guardando in faccia gli spettatori o un punto fisso all’orizzonte. Niente può essere preso alla lettera, dopo essere stati portati e trasportati da tante parole. È un momento di rielaborazione, con una serie di riflessioni individuali e una voce interiore. “La sentite?” chiede ripetutamente Lea Barletti. L’assenza di frasi, di suoni, di voci ritorna come una “seconda volta” e si conclude così, prima del buio, nel silenzio. Con il silenzio.

Kaspar (ovvero una tortura di parole)
con Lea Barletti e Werner Waas
regia/produzione di Barletti/Waas
con il sostegno dell’ItzBerlin e.V.
collaborazione di Iacopo Fulgi e Harald Wissler
e con il contributo del Forum Austriaco di Cultura
in lingua tedesca con sopratitoli in italiano

applausi del pubblico: 3′

Visto a Roma, Teatro Palladium, il 9 dicembre 2021

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