XII Kids Festival: l’infanzia come luogo politico dell’immaginazione

Smile (ph: Giovanni William Palmisano)
Smile (ph: Giovanni William Palmisano)

La direzione artistica di Tonio De Nitto e Raffaella Romano affida alla poesia uno sguardo radicale sul presente

C’è qualcosa di simbolico nel collocare Kids Festival a cavallo tra la fine e l’inizio dell’anno solare. Come se questo appuntamento, ormai radicato nel cuore culturale di Lecce, si facesse esso stesso rito di passaggio: un tempo sospeso in cui il teatro per l’infanzia diventa spazio di semina, attesa e trasformazione. Alla sua XII edizione, il festival conferma una linea curatoriale solida e coerente, capace di intrecciare poesia, impegno civile, gioco, meraviglia e riflessione, parlando ai più piccoli senza dimenticare gli adulti che li accompagnano.

Kids Festival non è una rassegna “per bambini” nel senso riduttivo del termine. È piuttosto un luogo di attraversamento, dove l’infanzia è riconosciuta come spazio di domande radicali sul crescere, sulla perdita, la paura, la diversità, sulla memoria e la possibilità di immaginare mondi altri. Il pubblico che lo anima – famiglie, scuole, operatori, curiosi – contribuisce a creare un clima festoso, in cui il teatro si offre come esperienza condivisa, mai calata dall’alto.

Ad aprire il nostro percorso è “Come seme”, produzione di Kuziba in collaborazione con TRIC – Teatri di Bari. Uno spettacolo che lavora sulla sottrazione e sul tempo lungo, scegliendo la poesia e la ritualità come chiavi d’accesso all’immaginazione infantile. In scena due narratrici, Gianna Grimaldi e Annabella Tedone, avvolte in costumi caldi e terrosi, che sembrano emergere dalla materia originaria: la terra. I loro movimenti sono solenni, quasi da vestali, e costruiscono un tempo lento, in cui ogni gesto assume il peso simbolico di un rito antico. In questo universo teatrale le donne sono semi e i semi esseri umani. Si accudiscono, si avvicinano, si proteggono, attraversando il tempo della crescita. I suoni di una natura agreste accompagnano l’azione, mentre un telo color roccia diventa terra, coperta, grembo. Il linguaggio è fatto di grammelot infantile, neologismi divertenti, filastrocche dedicate alla terra madre, che parlano direttamente all’immaginazione dei più piccoli. La scena alterna fatica e gioco, civetterie garrule e tempi morti che insegnano la pazienza e il valore dell’attesa. Il finale, con la distribuzione dei semi, chiude il rito trasformando lo spettatore in custode di una nuova possibilità. Teatro come gesto di responsabilità, che continua oltre la sala.

Dal rito della nascita si passa al territorio inquieto della fiaba con “La bambola e la bambina”, spettacolo di Michelangelo Campanale, intenso e stratificato, liberamente ispirato alla storia di Vassilissa e Baba Jaga. Qui la fiaba non è mai edulcorata: è luogo di attraversamento, di prove e paure, di soglie da varcare. Una bambola-protettrice accompagna la bambina in un viaggio che è insieme esterno e interiore, simbolo di un’infanzia fragile ma capace di resistenza. La drammaturgia intreccia narrazione, canto, teatro d’attore e teatro di figura in un racconto che esplora la marginalità e il timore, senza rinunciare all’incanto. La presenza scenica della bambola dagli occhi intensi richiama Cappuccetto Rosso e la casa nel bosco, diventando emblema ambiguo di protezione e mistero. La scena, con la casetta illuminata e le luci ben curate, costruisce un’atmosfera immersiva fatta di nenie, ninne nanne, lievi presenze di fumo e suggestioni da teatro d’ombra. Roberta Carrieri, magistrale nel canto e nel ventriloquio, e Vania Pucci, che incarna figure fatate e oscure, danno vita a un mondo pulsante, in cui paura e coraggio si tengono per mano. Uno spettacolo che resta addosso, perché non nega l’ombra ma la attraversa.

Ph: Giovanni William Palmisano
Ph: Giovanni William Palmisano

Il festival sa però anche cambiare ritmo e linguaggio, aprendo lo spazio alla fisicità esuberante del circo contemporaneo. “Seguime” di ZEC – Zenzero e Cannella è un’esplosione di energia, musica e incontro tra culture. Basta pestare una valigia perché la scena si accenda: flauto andino, chitarra, tromba, pianola e tamburi costruiscono un paesaggio sonoro mobile, contagioso. Il corpo è al centro: cade, si rialza, si infila nei pertugi più improbabili, disegna acrobazie con naturalezza. È un circo che parla la lingua del gesto, vicino alla tradizione francese del circo contemporaneo, anche se la drammaturgia resta volutamente leggera, talvolta frammentaria, lasciando spazio all’improvvisazione e alla pura vitalità. Tra giocoleria, giochi con bastoni, lotte rituali e grammelot musicale, la scena si trasforma progressivamente in un rito tribale, fino al finale multicolore che coinvolge direttamente i bambini.

Dal movimento al silenzio, Kids Festival accompagna poi il pubblico in uno dei territori più delicati: quello della perdita. “Mattia e il nonno”, produzione Factory su testo di Roberto Piumini con Ippolito Chiarello in scena, è un monologo dolce e potente che affronta il lutto con intelligenza emotiva e grande rispetto. La scrittura di Piumini costruisce una giostra di registri che passa con naturalezza dal dialogo al pensiero, fino a una narrazione capace di tenere insieme assenza e memoria. Chiarello attraversa i personaggi con misura, restituendo la voce di Mattia, quella del nonno e soprattutto gli spazi vuoti lasciati dall’addio. Centrale è il tema dell’involucro e dell’anima, del corpo che se ne va e della presenza che resta custodita nell’amore. Lo spettacolo non spiega il lutto: lo accompagna. Accarezza senza semplificare, lasciando spazio al silenzio e al sorriso.

Mattia e il nonno (ph: Giovanni William Palmisano)
Mattia e il nonno (ph: Giovanni William Palmisano)

Lo sguardo si allarga poi ai confini del mondo con “C’era una volta l’Africa” della Bottega degli Apocrifi. Una narrazione a volume spiegato, che procede come un viaggio improvviso, richiamando per forza emotiva le partenze di oggi. È una storia di povertà, di dettagli minimi che diventano segnali di sopravvivenza. La scena è essenziale ma viva: da una botola emergono oggetti, abiti, memorie materiali di corpi e passaggi.
Al centro c’è la sapienza dell’Africa subsahariana, il valore della parola e il rispetto per la figura materna. Animazioni in bianco e nero, musica e una recitazione a briglie sciolte costruiscono un racconto generoso e visionario. Resta forse una sensazione di drammaturgia incompiuta, ma la forza delle immagini e del ritmo compensa, lasciando allo spettatore un’impressione viva e sincera.

La leggerezza torna protagonista con “Sonosolo” di Studio TA-DAA! e Teatro Gioco Vita. Michele Cafaggi accompagna il pubblico in un universo onirico fatto di bolle di sapone, stupore e silenzi eloquenti. Tasche infinite, valigie di cartone, acqua e sapone diventano strumenti di poesia. Galassie di bolle multicolori, fiori effimeri, sagome umane e giganti d’aria abitano la scena, sostenuti da percussioni discrete. È il trionfo dell’effimero: arte che dura un attimo e resta dentro a lungo. Un teatro senza parole che parla a tutti, ricordandoci che la meraviglia è una forma di resistenza.

La fragilità come forza attraversa anche “Cuor di coniglio” della Compagnia Dimitri/Canessa. Una fiaba scenica di rara grazia, costruita attraverso teatro fisico, danza e clownerie. Quelle orecchie da coniglio diventano simbolo di ascolto e vulnerabilità, amplificando il giudizio altrui ma anche la capacità di sentire. Il protagonista, con il suo gonnellino di tulle, affronta un bullismo sottile fatto di sguardi e derisioni. Il cuore che si perde e si ricompone è un’immagine semplice e struggente. Uno spettacolo che invita ad accettare la propria diversità e a trasformare la fragilità in possibilità di rinascita.

“Smile” di Factory Compagnia Transadriatica (regia di Tonio De Nitto) è uno spettacolo che sceglie il pudore. Al centro una scenografia mobile, una casa-girandola che ruota e si apre come un piccolo caravanserraglio domestico, specchio di una vita talmente ordinaria da apparire quasi insignificante.
Dentro abita un omino solo (Luca Pastore), prigioniero di una routine ripetitiva. Una quotidianità normale, appena fatata, che lentamente lascia intravedere uno squarcio. La guerra è lontana eppure vicinissima: non nominata, ma percepibile come un lampo, una finestra che sbatte, filtrata da linguaggi altri. C’è un amore spezzato, uno scenario algido, spogliato di colori. I colori dell’amore sopravvivono solo nell’anima, nei ricordi, nelle ferite, in lacerazioni che non si possono ricucire.
La neve cade ambivalente: copre e rivela, congela e protegge. Come la canzone “Smile” di Charlie Chaplin, che invita a sorridere mentre il dolore resta. Forse c’è un po’ di zucchero. Ma c’è anche molta bellezza. Benedetta Pati, in perfetta sordina, è al servizio dello spettacolo, di questo fragile mondo umano che continua a resistere.

Il circo torna protagonista con “Flora” del Duo Kaos. Uno spettacolo onirico e fantasmagorico per dare corpo a un universo poetico fatto di biciclette, trottole e alberi-altalena. Le scene ruotano come la vita, restituendo l’idea di un crescere inteso come sedimentazione di esperienze.
La forza dello spettacolo risiede nell’equilibrio profondo tra i performer: magia, danza e acrobatica si fondono in una scrittura fisica precisa e sensibile. I corpi sanno abbassarsi per eludere gli ostacoli, oppure superarli con salti leggeri. Le note corpose e intense del pianoforte, suonate dal vivo, amplificano l’atmosfera sospesa e intima.
Nella prima parte emerge forse qualche parola di troppo. Ma poi la bellezza raffinata ed elegante di “Flora” prende il sopravvento.

Flora (ph: Ph: Giovanni William Palmisano)
Flora (ph: Ph: Giovanni William Palmisano)

Il viaggio si chiude con “Ti vedo, la leggenda del Basilisco”, di cui su KLP abbiamo già parlato, coproduzione Teatro del Buratto e CSS.
Così come de “La bicicletta rossa” di Principio Attivo Teatro, una favola civile che ha saputo attraversare gli anni mantenendo intatta la sua forza poetica.

Kids Festival, alla sua XII edizione, si conferma uno spazio necessario: un luogo in cui crescere insieme, affidando al teatro il compito di immaginare il mondo, e provare a cambiarlo.

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