Nella morsa di Arturo Cirillo e Sandro Lombardi

La morsa
La morsa
Arturo Cirillo e Sandro Lombardi ne ‘La morsa’

Si resta interdetti quando, nel bel mezzo della rappresentazione de “La morsa” di Luigi Pirandello, d’improvviso cala un buio totale e silenzioso in scena, e il cortile del museo del Bargello di Firenze si tramuta in una selva oscura.
Non ci vuole molto per intuire che la scelta non è registica, bensì dovuta a un inconveniente. Ma Sandro Lombardi non si scompone, e nei panni del protagonista Andrea Fabbri si diletta in brevi cenni storici del luogo e di Firenze, quasi incantando i presenti. Poi la luce dei piazzati risorge, l’attore chiede il permesso di continuare e il pubblico con un caldo applauso manifesta l’assenso.
Che maestria, Sandro Lombardi. E l’incidente sembra donare ritmo e atmosfera, sciogliendo perfino dei nodi che all’inizio sembravano rallentare un po’ il tutto. La morsa riprende a stringere e con lei l’attenzione del pubblico, distratto forse solo dalla temperatura, un po’ troppo rigida per essere giugno.

La vicenda di Pirandello, un triangolo amoroso marito moglie amante-amico di famiglia, con il malcapitato che scopre l’intreccio e con la sua fredda reazione, conduce la moglie al suicidio. Eppure in questa vicenda, apparentemente usuale, si nascondono spunti interessanti, che donano modernità alla storia, e che fanno riverberare segmenti di personalità inespresse: dal bovarismo di fondo della donna, che include anche un forte senso di riscatto sociale da una famiglia oppressiva, al protagonista, uomo che si è fatto da sé coltivando un sogno, un riscatto legato a un’idea che lo ha reso un uomo ricco, pur subissato da dubbi e consapevolezze di incapacità. E non sarà certo il tradimento a impedirgli di continuare con forza e determinazione il percorso intrapreso.

La regia di Arturo Cirillo – interessante la lettura delle didascalie del testo, in parte recitate da una voce fuori campo, in parte dalla protagonista, che creano distonia con l’azione – unisce riuscite trovate a momenti più rallentati, che forse non giovano troppo alla prima parte del lavoro.


Ma il finale, sommesso ma con forza, conduce quasi in silenzio diritti nel dramma. Un colpo di pistola, da lontano, un urlo strozzato in gola, una frase lapidaria chiudono una vicenda che lascia allo spettatore margini e ipotesi di comprensione che aumentano il fascino di questo dramma, certo non tra i più conosciuti del drammaturgo siciliano.

E’ un epilogo in un atto capace di lasciare ampio spazio allo spettatore per ritagliarsi una storia antecedente ai fatti brevemente accennati, eventi che lasciano supporre meccanismi e artifici all’interno della vita dei due protagonisti, negli anfratti di storie personali, di un tempo che fu e che viene solamente accennato. È un clima paludoso, melmoso, dove ci si muove lenti come anfibi e dove l’epilogo lascia perplessi, ancora a interrogarci se la scelta della signora Giulia sia l’unica via d’uscita per liberarsi della stretta del marito e da una vita che non le ha donato ciò che bramava.

La morsa. Epilogo in un atto
di Luigi Pirandello
con: Sandro Lombardi, Arturo Cirillo, Marta Richeldi
regia: Arturo Cirillo
scene: Dario Gessati
costumi: Giovanna Buzzi
luci: Gianni Pollini
suono: Antonio Lovato
assistente alla regia: Fabrizio Sinisi
durata: 1h 9′
applausi del pubblico: 2′ 50”

Visto a Firenze, Cortile del Museo Nazionale del Bargello, il 9 giugno 2011

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