Amore e memoria al Teatro Elfo Puccini di Milano, con De Capitani, Crippa, Ferretti e Terruso
Si accende come un racconto sussurrato, fatto di memoria, amore, esilio e poesia. Sul palco del Teatro Elfo Puccini fino al 5 giugno, “La prima luce di Neruda” – adattamento teatrale dell’omonimo romanzo di Ruggero Cappuccio, con la regia “gentile” di César Brie – è la culla che accoglie un progetto artistico e umano condiviso con Elio De Capitani e Cristina Crippa, coppia scenica e reale, sodalizio artistico di rara intensità che da cinquant’anni attraversa le stagioni del teatro con rigore e passione.
Lo spettacolo (produzione Teatro dell’Elfo e Fondazione Campania dei Festival) si articola come un “volo incrociato di voci”, come lo definisce la nota, ma anche di anime, di stagioni biografiche, di linguaggi che si contaminano. Brie, artista migrante segnato dall’esilio e dalla resistenza, come Neruda stesso, si fa mediatore tra mondi: Europa e America Latina, memoria e immaginazione, amore e perdita. Il suo sguardo su Neruda è personale e profondo: «Neruda è patria e idioma», dice, rivelando una fratellanza spirituale con il poeta cileno, anche lui costretto troppe volte alla fuga.
L’intreccio si muove tra due tempi narrativi: Napoli nel 1952, con Neruda vittima di un decreto di espulsione firmato da Scelba, e Isla Negra, in Cile, nei giorni del golpe di Pinochet. Fra questi estremi, l’oasi sospesa di Capri — «luogo dell’amore», dove Pablo e Matilde vivono la passione clandestina che ispirerà “I versi del capitano”. Il tempo diventa fluido, le epoche si sovrappongono: è un teatro della memoria, dell’immaginazione, della resistenza.
I quattro interpreti – oltre a De Capitani e Crippa, Silvia Ferretti, Umberto Terruso – si alternano con elegante levigatezza nei ruoli dei due amanti, giovani e anziani. Le loro performance sono misurate, interiori, mai sopra le righe: una recitazione sottovoce, che lavora per sottrazione e profondità. I personaggi si sfiorano, si cercano; raramente si fondono: restano corpi che danzano il desiderio, la perdita, la speranza.
La regia di César Brie si muove con una grazia quasi invisibile, come un respiro. È una direzione che accarezza, e lascia spazio ai silenzi, agli sguardi, ai vuoti. Le azioni sono essenziali, ma cariche di senso. Gli oggetti scenici — letti, attaccapanni, bacinelle, scarpe — diventano simboli mobili, metafore visive che trasformano lo spazio in tempo, e il tempo in ricordo.
La regia è una coreografia poetica delle piccole cose: dai fazzoletti che danzano, alle ringhiere che diventano barriere emotive o finestre sul mondo, tutto suggerisce piuttosto che mostrare. È un Brie che non scuote la coscienza, ma la sfiora con un tocco lieve, per paura di farle male.
Le luci di Nando Frigerio sono un ricamo visivo: coni e rettangoli di luce si muovono come sipari impalpabili tra le epoche e gli stati d’animo. Ombre che si allungano, controluce che dilatano lo spazio, spazi poetici ed elegiaci che sembrano usciti da un sogno a occhi aperti. La scena è minimale ma potentissima. Bastano pochi elementi a evocare interi mondi, grazie anche all’uso sapiente del suono (Emanuele Martina) e dei video (Terruso), in cui la natura dialoga con l’elettronica per restituire la potenza dell’oceano, dei ricordi, della fuga.
La voce — soprattutto quella a cappella di Francesca Breschi — è un altro elemento poetico fondamentale. Le sue musiche alla fisarmonica, tratte quasi interamente da Violeta Parra, restituiscono un Cile mitico e doloroso, e trovano un contrappunto struggente nella canzone campana che accompagna le scene capresi, quasi un canto funebre dell’amore.
“La prima luce di Neruda” è anche il racconto in filigrana di un altro sodalizio: quello tra Elio De Capitani e Cristina Crippa, coppia nella vita e in scena, che qui affronta il tema universale e struggente del commiato. «Quando non ti vedrò più, parlerò con te come se tu fossi davanti a me», dice Matilde. È il teatro che si fa autobiografia, corpo, memoria condivisa, riflessione sulla vecchiaia, sull’addio, sulla forza del ricordo.
È la voce di Cristina Crippa, levigata come marmo fragile, a dare anima a questi momenti. È lo sguardo intenso di De Capitani, che restituisce a Neruda non l’aura del monumento, ma la complessità dell’uomo. È l’energia scanzonata ed elegiaca di Ferretti e Terruso, protagonisti in prima persona, interlocutori in seconda persona, narratori in terza persona.
Il testo è denso e lirico; a tratti ridondante e retorico; ma sempre animato da una paratassi che lo rende fruibile e vitale. Il pubblico è coinvolto direttamente, persino interpellato, come nella scena dell’espulsione di Neruda dall’Italia, con una rottura della quarta parete che trascina la platea nella Storia. Il teatro diventa così rito collettivo, invocazione civile, canto per chi ha lottato con la parola.
Alcune citazioni restano scolpite:
• “Conosco solo due modi per fermare il tempo: scrivere e amare”
• “L’amore è un furto d’indipendenza. La rapina che mi consegna a un altro”
• “Cura sempre che nella tua vita ci sia un quadro storto, se non vuoi guardare solo la cornice”
• “Come le spighe, dopo la morte, non avrò bisogno di parole”
“La prima luce di Neruda” è uno spettacolo poetico e struggente. Un’opera che intreccia arte, vita e memoria, dove le luci sono carezze, la regia è un sussurro, e gli attori sono esseri umani scolpiti dal tempo e dalla scena. È un omaggio a Neruda, ma anche al teatro stesso, come luogo di verità, amore e resistenza. In scena non ci sono solo personaggi, ma vite intrecciate, sogni condivisi, ferite da rimarginare. E in fondo, una certezza lieve e profonda: «Guarda com’è bella la prima luce… Con il suo tempo fuori asse».
La prima luce di Neruda
di Ruggero Cappuccio
regia e adattamento César Brie
con Elio De Capitani, Cristina Crippa, Silvia Ferretti, Umberto Terruso
musiche eseguite dal vivo da Francesca Breschi
luci e scena Nando Frigerio
suono Emanuele Martina
video Umberto Terruso
costumi Alessia Lattanzio
assistente alla regia Alessandro Frigerio
produzione Teatro dell’Elfo e Fondazione Campania dei Festival
durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 4’
Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 15 maggio 2025
