La parabola di Fritz Haber è lente impietosa sulle contraddizioni del Novecento: progresso e sterminio, etica e cecità, responsabilità e autoassoluzione
“Affetti collaterali”, il nuovo lavoro della Compagnia del Sole diretto da Marinella Anaclerio su testo di Roberto Scarpetti, debutta al Teatro Piccinni di Bari come un taglio nella carne viva del Novecento. Non rievoca la storia: la riapre. Non cerca emozioni: chiede la riflessione critica. È un teatro che scava e scardina.
Al centro della vicenda c’è Fritz Haber, interpretato da Luigi Moretti, figura-simbolo delle contraddizioni più abissali del secolo breve: Nobel per un processo chimico che rende possibile nutrire il mondo grazie ai fertilizzanti azotati, e allo stesso tempo promotore instancabile — prima e più di molti altri — dell’uso dei gas tossici sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale.
Lo spettacolo affonda nella zona grigia in cui la scienza transita dalla ricerca al dispositivo bellico, e non elude il nodo più inquietante: sotto l’egida di Haber nacquero l’iprite e lo Zyklon B; nella cultura tecnico-scientifica sviluppata sotto la sua direzione maturarono quei paradigmi letali, poi estremizzati — dopo la sua morte — fino all’orrore delle camere a gas.
Moretti dà a Haber una presenza febbrile: uno scienziato convinto che l’utilità nazionale legittimi ogni scelta, un uomo che giustifica l’ingiustificabile con una logica impeccabile e avvelenata. Ogni sua frase sembra un ragionamento che corre troppo veloce per accorgersi del baratro verso cui lo trascina.
Accanto a lui, Stella Addario è una Clara Immerwahr di impressionante nitidezza morale. Prima donna laureata in chimica all’Università di Breslavia, Clara non è soltanto la moglie che contesta Haber, ma la scienza che rifiuta di diventare strumento di morte. Addario la interpreta con una compostezza che non ha nulla di remissivo: è un rigore che taglia, un’etica che si oppone come un muro, un’intelligenza che vede dove quella di Haber sceglie di non guardare. Le sue parole sono richiami, limiti, domande che non trovano spazio nella corsa cieca del marito.
Flavio Albanese, nel ruolo del figlio Hermann, porta in scena la ferita del futuro. È il testimone muto di una frattura che si apre prima dentro la famiglia e poi dentro la storia. Albanese costruisce un corpo inquieto, fragile, che assorbe la tensione tra i genitori e la restituisce come smarrimento generazionale: è lui a incarnare ciò che la storia lascia ai figli, la colpa non scelta, l’eco di un disastro etico che li precede.

La scena, essenziale e tagliente, è un dispositivo mentale più che un ambiente realistico. Una tenda per giochi d’ombra deforma e moltiplica i corpi: Haber diventa un gigante, un mostro, un’ombra che si allunga sulla storia. A lato, un cumulo di libri richiama la fragilità della cultura di fronte alla violenza della tecnica. L’eco di Heine (“Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”) vibra come un presagio. Qui a bruciare per prima è la coscienza, è l’etica. Bruciare una cultura, bruciare i meriti di un premio Nobel. Un semplice fumo di sigaretta evoca la nube tossica di Ypres; una pioggia di barattoli metallici scroscia come un bombardamento industriale, rievocando insieme laboratorio, fabbrica, trincea e fili spinati. È un teatro di segni che non spiega: agisce, incide, scompone.
La regia di Anaclerio mantiene un rigore senza cedimenti. Il tempo si frantuma. Le epoche si sovrappongono: passato e presente dialogano senza confini, come se la storia fosse un motore che continua a girare dentro la coscienza dei personaggi. Gli attori scendono tra il pubblico, camminano tra le persone, spezzano ogni distanza: un gesto che dice che il male non ha un altrove, che può sempre confondersi nella normalità.
Stella Addario, Luigi Moretti e Flavio Albanese lavorano come un unico corpo scenico, restituendo una tessitura emotiva compatta, precisa, quasi chirurgica. Il testo – asciutto, scandito, segnato da ripetizioni martellanti – trova in loro la sua partitura più esatta: un teatro che non illustra la scienza, ma ne mostra l’abisso. “Affetti collaterali” non è un’opera di divulgazione, è un atto di pensiero teatrale: una reazione chimica tra biografia, etica e storia. Anche il titolo alternativo “1.5.15”, richiamo alla tavola periodica, alla cabala, al potere simbolico dei numeri, partendo da una data chiave di questa vicenda, ribadisce che la materia – chimica e umana – è sempre destinata a combinarsi, esplodere, mutare.
Alla fine rimane una domanda che pesa come un atto d’accusa: se la scienza è un atto umano, perché l’uomo continua a piegarla contro sé stesso?
AFFETTI COLLATERALI
di Roberto Scarpetti
con Stella Addario, Flavio Albanese, Luigi Moretti
regia Marinella Anaclerio
scena Francesco Arrivo
costumi Stefania Cempini
disegno luci Cristian Allegrini
assistente alla regia Veronica Monti
assistente Michele Bellino
realizzazione scena Domenico Pirozzi
realizzazione costumi Angela Gassi
sound designer Giovanni Chiapparino
durata: 1h 20’
applausi del pubblico: 3’
Visto a Bari, Teatro Piccinni, il 30 novembre 2025
