Le Baccanti: Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa torna alla tragedia greca

Le Baccanti dei Marcido (ph: Giorgio Sottile)
Le Baccanti dei Marcido (ph: Giorgio Sottile)

Il testo di Euripide viene “contaminato” dalla penna di Marco Isidori, anche lui in scena

In occasione del quarantesimo anniversario della sua fondazione, Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa punta sulle certezze. Ancora una volta è il Teatro Gobetti di Torino ad ospitare la prima nazionale della compagnia e ancora una volta la scrittura di Marco Isidori si confronta con il classico e lo fa nella sua consueta modalità. Del resto è il titolo stesso che non lascia spazio ad equivoci: “Le Baccanti Di Euripide che “precipitano” a contatto col reagente Marcido”.
La parola “reagente” contiene in sé una serie di fattori, frutto del percorso stesso che il gruppo ha compiuto per giungere alla ricetta del “prezioso elemento”. Debutta infatti una versione di questo dramma antico che non solo rielabora il testo, ma ne ridefinisce completamente il significato.

La regia di Isidori, che è anche in scena, si fa portatrice di un’interpretazione “sfidante”, confermando una visione originale e sperimentale. Lo spettacolo diventa sintesi della poetica del gruppo, puntando quasi tutte le carte sul grottesco, non tanto come elemento estetico ma come approccio, non sempre riuscito, per scavare nelle pieghe più oscure e complicate della tragedia. Una modalità radicale che non mira a risolvere le contraddizioni del testo ma a enfatizzarle, portando in superficie gli elementi più inquietanti.
L’aspetto ludico e giocoso, tipico della compagnia, viene abbinato a una visione che non ha paura di esprimere l’inquietudine sottesa al tema della follia collettiva e del potere distruttivo della passione. Il dramma subisce una riscrittura radicale che aggiorna il linguaggio e reinventa completamente la struttura e la visione del mito. Il “reagente” carica Dioniso di centralità e gli attribuisce una spiccata natura ambigua, resa principalmente attraverso un gioco intorno alle sue contraddizioni. Il Dio, pur conservando una certa sacralità, si manifesta come disordinato, subdolo, capriccioso e volutamente disturbante. Non è un caso che Paolo Oricco, nell’interpretarlo, calzi gli stessi stivali rosso laccati che indossava in “Loretta Strong“. C’è una voluta non linearità sessuale nelle smorfie ammiccanti del Dio, capriccioso e sfrontato adolescente alla costante ricerca di un sé che gli sfugge di mano.

La scenografia, strumento principe con cui la compagnia implementa l’immersione del pubblico, è progettata e realizzata da Daniela Dal Cin, cui Klp dedicherà a breve un’intervista. Il palazzo, che nella tragedia rappresenta l’autorità in scontro con l’irrazionale potere di Dioniso, viene qui ripensato come un gigantesco e labirintico sistema di strutture che gli attori scalano, percorrono, trasformano in un territorio di esplorazione e di rivelazione. Non solo un luogo fisico, ma un simbolo della rigidità e della chiusura mentale imposta da Penteo alla sua città, impotente nel contenere l’esplosione di energia di Dioniso.

Gli attori, impegnati in una durissima e talvolta esasperata interazione con l’architettura scenica, creano una dimensione dinamica che coinvolge lo spettatore attraverso un’esperienza visiva in movimento costante. La struttura, pur mantenendo un forte impatto visivo, si fa anche metafora della fragilità del potere e della sua incapacità di resistere alla forza dirompente della passione e della follia.
Le improvvise aperture attraverso le quali il Coro entra in scena diventano “occhi” attraverso cui lo spettatore viene invitato a scrutare e a partecipare al dramma.
Il tentativo di rottura tra palco e platea, che restano comunque ben distinti, punta a coinvolgere il pubblico in una dimensione che guarda al rituale. Il gioco di prospettive, le ombre e le luci che si alternano sulla scenografia contribuiscono a creare un’atmosfera di mistero e di inquietudine che rispecchia il tema cardine della tragedia: il confine tra ragione e follia, tra ordine e caos.

Cuore pulsante resta però il conflitto tra Dioniso e Penteo, il tiranno che cerca di reprimere e controllare il culto dionisiaco e la sua espressione di libertà. In questa versione, il confronto tra i due è intensificato dalla carica grottesca e dalla continua provocazione che il Dio esercita sul rivale. Quest’ultimo, rappresentante dell’ordine e della moralità tradizionale, è destinato a soccombere di fronte all’irresistibile potenza della divinità che agisce come una forza catartica che travolge tutto ciò che incontra. L’omicidio di Penteo da parte delle Menadi, è reso attraverso drappi a tinte “pulp” sostenuti dagli interpreti che accentuano il contrasto tra il sacro e il profano, tra la violenza e la bellezza. Il duello verbale tra Dioniso e Penteo è il punto di massimo conflitto, il momento in cui la visione della compagnia si fa più esplicita. Non si tratta di un confronto tra due uomini, ma di una lotta tra razionalità e il suo contrario, tra controllo e liberazione, tra cultura e natura.
Isidori ci vuole invitare a riflettere sul significato di questi conflitti anche nella società contemporanea. L’invocazione di Dioniso è una sollecitazione a riconoscere e ad affrontare le forze irrazionali e primordiali che albergano in ognuno di noi.

LE BACCANTI
di Euripide che “precipitano” a contatto col reagente Marcido
riscrittura di Marco Isidori
con Paolo Oricco, Marco Isidori, Ottavia Della Porta, Maria Luisa Abate, Valentina Battistone, Alessio Arbustini, Alessandro Bosticco
riscrittura e regia di Marco Isidori
assistente alla regia Mattia Pirandello
luci Fabio Bonfanti
scene e costumi Daniela Dal Cin
Teatro Stabile Di Torino – Teatro Nazionale, Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa

Durata: 1h 20′
Applausi del pubblico: 2′ 58”

Visto a Torino, Teatro Gobetti, il 7 marzo 2025
Prima nazionale

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