La danza di Catol Teixeira, Anna-Marija Adomaityte e Lisa Vereertbrugghen nelle prime giornate di questa edizione
Non poteva mancare a Santarcangelo Catol Teixeira, danzatrice e coreografa brasiliana dall’energia prorompente, che inaugura la 54^ edizione del festival con “Zona de derrama”, la sua prima creazione collettiva che celebra, in scarpe da ginnastica e pantaloncini, il piacere di essere sé stessi, con la propria identità e il proprio diritto ad amare, in maniera semplice e schietta.
Al centro della performance troviamo il corpo: un corpo libero, espressivo, percettivo, che entra in ascolto e in risonanza col sentire degli altri.
La frase in inglese “While we are here” è lo slogan che accompagna il festival di quest’anno, un’edizione quanto mai diretta e senza mezzi termini, salda al presente in cui viviamo, che viene raccontato in tutte le sue sfaccettature, tempi e luoghi. Per veicolare questo messaggio, viene privilegiato il corpo, quale strumento più atto alla comunicazione col pubblico.
Ma ciò che colpisce è il tratto ossessivo con cui il corpo viene utilizzato in scena, proponendo ripetizioni di movimenti, azioni, gesti, salti, sequenze di passi, per centinaia di volte, sino allo sfinimento dei performer e talvolta anche del pubblico.
Così accade con “Il mio Filippino” di Liryc Dela Cruz, artista d’origini filippine che vive ed opera a Roma. In scena vediamo tre filippini raccogliere una montagna di spazzatura, che per tutta la durata della performance contano i numeri dall’uno all’otto, eseguendo all’unisono una sequenza ritmata di passi, accompagnata da azioni meccaniche e senza sosta. Gli attori in realtà compaiono a metà dello spettacolo, dopo una frenetica carrellata di riprese sulla storia delle Filippine, che si intersecano con video lentissimi dal sapore onirico. Il tutto accompagnato da un fitto tessuto sonoro.
Durante la visione di questo lavoro, numerosi spettatori s’addormentano sulle poltrone, altri mostrano irrequietezza e commentano spazientiti: “Basta, abbiamo capito. Non se ne può più!”. Altri ancora, invece, rimangono sensibilmente toccati dalla monotonia agghiacciante della performance, cogliendo il profondo turbamento interiore che si cela in quelle esistenze schiacciate dal lavoro.
Ma al di là delle riflessioni che il pubblico è più o meno invogliato di fare, tra una pennica e l’altra, tra una protesta e un moto d’empatia, ciò che sconcerta è l’assenza di partecipazione. Non importa quanto tempo ci mettano quei malcapitati filippini a rimuovere l’immondizia, a nessuno viene in mente di dare una mano: “Togliamo di mezzo quei sacchetti di plastica e finiamola qui”. No, la platea, assopita o indignata che sia, non alza un dito per cambiare le sorti di quei filippini (chiaramente sfiniti e sviliti). Così, quando lo spettacolo si conclude, non si leva nemmeno un applauso.
Atavica apatia, smarrimento, incapacità d’azione: del resto siamo noi, quelli seduti in poltrona, babbei da primo mondo, che sorridiamo pure quando all’ingresso del cinema ci fanno un timbro sul braccio con la scritta: “Il mio filippino”.
Altro tratto distintivo di numerosi spettacoli è l’alto sforzo di concentrazione che viene richiesto a chi guarda, giacché da esso dipende il tipo d’esperienza che ognuno ne trarrà. Stupore o noia? Indifferenza o arrovellamento? Stanchezza o assuefazione? Le reazioni si dividono nettamente, sono soggettive, ma hanno una loro coerenza, un loro perché e soprattutto non si escludono a vicenda.
Simili sensazioni si provano anche davanti ad altri spettacoli, totalmente diversi per tematica, come ad esempio: “While we are here” di Lisa Vereertbrugghen, coreografa berlinese con residenza a Bruxelles, che da una decina d’anni indaga il sound hardcore techno e la danza rave.
Il pubblico, disposto su quattro lati, si trova immerso nella penombra, accerchiato dal ritmo martellante della techno con le sue basse frequenze che arrivano diritte in pancia.
Le performer s’abbandonano gradualmente alle BPM, lasciando che il corpo le segua con movimenti, passi, calci e saltelli, che replicano senza tregua, cavalcando le scariche d’adrenalina e d’endorfine, sino a raggiungere uno stato di beata trance.
Anche qui colpisce il coinvolgimento del pubblico: qualcuno tiene il tempo con la testa, altri si concentrano ed osservano meticolosamente i passi e gli schemi di movimento nello spazio; altri ancora attendono impazienti la fine per poter commentare: “Questa non è danza, se volevo vedere questo me ne andavo in discoteca a ballare pure io”.
In realtà la maggior parte del pubblico muore forse dalla voglia di lanciarsi in pista, ma ancora una volta prevalgono pudore e convenzioni sociali… Del resto a teatro si sta seduti, a meno che un chiaro segnale non permetta di partecipare.
Così questa performance ci sbatte in faccia la nostra realtà politica, ricordandoci il recente decreto legge Rave Party, ormai andato nel dimenticatoio, che proibisce con tanto di sanzioni sia l’organizzazione sia la partecipazione a tali eventi. Non tutti i Paesi d’Europa si sono ancora adeguati a questo tipo di disposizioni, certo è che la libertà d’espressione del corpo ha subìto una profonda menomazione. Così, annuendo a ritmo di musica, rimaniamo a guardare quel che la censura ci ha tolto: una delle forma di ballo più libere e spontanee delle nuove generazioni.

A proposito di menomazione del movimento, viene in mente “Pas de deux” l’ipnotico lavoro di Anna-Marija Adomaityte.
Qui una coppia, un ragazzo e una ragazza, si cingono in un lungo abbraccio, dando vita a una danza circolare, fatta di piccoli passi ed impulsi a saltare. L’abbraccio però limita i loro movimenti, costringendoli a ridurre l’entità dei propri impulsi, obbligandoli a restare attaccati alla stessa dinamica che si ripete ciclicamente, ancora ed ancora.
La danza avanza per scatti, come l’ingranaggio di un orologio, in cui le lancette, perfettamente sincronizzate, non riescono a raggiungersi se non raramente e per brevi periodi.
Noi, pubblico, sediamo intorno a loro, ci facciamo testimoni di questo sposalizio, aspettando speranzosi che, col passare del tempo, qualcosa possa cambiare o evolvere. Eppure, secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, possiamo solo prendere atto del fatto che la monotonia coreografica di questa danza nuziale a forma di carillon, altro non fa che torturare i performer, sottoponendoli ad un notevole sforzo fisico e psicologico. I due innamorati si aiutano a vicenda, si supportano, cercano assieme un equilibrio che siano in grado di sostenere, ma questa loro unione è come una trappola dalla quale non possono uscire. Dall’inizio alla fine, i loro sguardi sono sempre rivolti verso l’esterno, le loro espressioni contrite sembrano chiedere aiuto, stanche, stravolte, bisognose, tragiche, drammatiche.
Ancora una volta il pubblico si trova davanti a una danza/meccanismo/monotonia, che si fa metafora della vita, in questo caso quella di coppia. Il duo amoroso, in preda a una qualche dinamica perversa, trasforma la gioia del legame in un nodo strettoio. La ripetizione plasma ogni gesto, azione e sentimento in un atto di schiavitù.
Il pubblico si commuove, ipnotizzato dall’enfasi dell’empatia, e ritrovando in simili dinamiche perverse pezzi del proprio inconscio o di quello collettivo.

Per raccontarvi infine i primi giorni di Santarcangelo 24, citiamo un ultimo spettacolo, “HIT out” del gruppo Parini Secondo, che strega una platea di passanti in piazza Ganganelli. Apoteosi del salto e della ripetizione a livello coreografico e ritmico-musicale. In scena ci sono unicamente tre ragazze, che per 20 minuti saltano ininterrottamente la corda, il cui suono martellante entra a far parte di un mixaggio musicale originale.
In questa occasione, monotonia e ripetitività generano nello spettatore forte curiosità, stupore, ammirazione. Persone di tutte le età, amanti del teatro e non, abitanti del luogo e turisti, si ritrovano accalcati attorno all’agorà di legno. Il teatro diventa festa, condivisione, scherzi, risate. Le nonne si ricordano di quando saltavano la corda da bambine, le mamme sfidano i figli a una gara di resistenza, alcuni s’interrogano sul duro allenamento a cui si saranno sottoposte le performer. Altri ancora si chiedono se ci saranno ulteriori spettacoli da vedere in piazza la sera. Il pubblico resta, disperdendosi solo dopo gli ultimi applausi…
Zona de derrama – first chapter
concept, coreografia e performance Catol Teixeira
co-coreografia e performance Auguste de Boursetty, Luara Raio
performance sonora Ágatha Barbosa
creazione sonora Luisa Lemgruber
produzione e amministrazione Rabea Grand
distribuzione Jérôme Pique
produzione Association UÀ
coproduzione RESO – Swiss coproduction found
in collaborazione con far° festival, Gessnerallee Zurich, Pavillon ADC – Genève, Théâtre Vidy-Lausanne, Points Communs – Nouvelle Scène nationale of Cergy-Pontoise / Val d’Oise
in collaborazione con Santarcangelo Festival, Südpol Luzern as part of the Extra Time Plus programme
progetto realizzato con il supporto di Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia
in collaborazione con Zürcher Theater Spektakel (Zurigo) e New Baltic Dance (Vilnius) nell’ambito di European Festivals Fund for Emerging Artists – EFFEA, cofinanziato dall’Unione Europea
Il Mio Filippino
ricerca, concept, testi, coreografia, direzione Liryc Dela Cruz
con Sheryl Pabalcal Aluan, Jenny Llanto Caringal, Benjamin Vasquez Barcellano Jr., Tess Magallanes
production management Benjamin Vasquez Barcellano Jr.
production care Jenny Llanto Caringal, Sheryl Pabalcal Aluan, Tess Magallanes
production design Liryc Dela Cruz
executive production Ass. Chiasma ETS
sound and text performed by Liryc Dela Cruz
light Sara Zannoni
creatives Liryc Dela Cruz, Benjamin Vasquez Barcellano Jr., Jenny Llanto Caringal, Sheryl Palbacal Aluan, Tess Magallanes, Sara Zannoni
coproduzione Associazione Zeit
con il supporto di Roby Borraccia, Ozono Studio
all’interno del progetto europeo In Ex(ile) Lab co-finanziato dal programma Creative Europe
While we are here
concept e coreografia Lisa Vereertbrugghen
performance e cocreazione Claire Godsmark, Taka Shamoto, Eimi Leggett, Castélie Yalombo Lilonge, Lisa Vereertbrugghen
drammaturgia Simon Baetens, Sophie Guisset
consulenza artistica Madison Bycroft
luci Vera Martins
suono Michael Langeder
canzoni Lisa Vereertbrugghen, Michaela Riener
costumi Cee Füllemann
folk expert Aurélie Giet
tecnica Babette Poncelet, Korneel Coessens
produzione CAMPO
coproduzione Dans in Brugge (Concertgebouw, Cultuurcentrum & KAAP), Kunstenwerkplaats KWP, STUK Arts Centre, ICI — CCN Montpellier, Kunstencentrum BUDA, BIT teatergarasjen & Perpodium
con il sostegno di taxshelter of the Belgian Federal Government via uFund, the Flemish Government & the Commission of the Flemish Government
progetto realizzato con il supporto di Department of Culture, Youth and Media – Government of Flanders, Rappresentanza Generale delle Fiandre in Italia
Pas de deux
concept e coreografia Anna-Marija Adomaityte
con Romane Peytavin, Victor Poltier
sound e light design Gautier Teuscher
supporto tecnico Joël Corboz
sguardo esterno Pierre Piton
amministrazione Hugo Langlade
distribuzione Tristan Barani
grazie a Maud Blandel, Elie Grappe
produzione Cie A M A
coproduzione La Bâtie-Festival de Genève, L’Abri-Genève
con il sostegno di Swiss Arts Council Pro Helvetia, Bourses SSA – Société Suisse des Auteurs pour la création chorégraphique 2021
“Pas de deux” fa parte di European dance network Aerowaves
progetto realizzato con il supporto di Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia, Ambasciata della Repubblica di Lituania a Roma, Lithuanian Culture Institute, Lithuanian Council for Culture, Lithuanian Dance Information Centre
HIT out
di Parini Secondo e Bienoise
con Sissj Bassani, Martina Piazzi, Camilla Neri, Francesca Pizzagalli
coreografia Parini Secondo
suono Alberto Ricca / Bienoise
costumi e intrecci Giulia Pastorelli
corde MarcRope Milano
organizzazione Margherita Alpini
produzione Parini Secondo, Nexus Factory
coproduzione Santarcangelo Festival, Bolzano Danza
con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea” 2023/2024
con il supporto di Boarding Pass Plus, R.O.M Residencies On the Move, Nuovo Grand Tour 2024, BIT Theater garasjen, NID platform, Istituto Italiano di Cultura Oslo, Istituto Italiano di Cultura Parigi, Ufficio Italiano di promozione economica commerciale e culturale Taipei, Cantieri / Network Anticorpi XL, Magdalena Oettl, AMAT Marche
spettacolo offerto da Oleificio Pasquinoni
