Tre studi di danza giovane per Fuori Programma e Dominio Pubblico 26

Ingresso libero (ph: Giuseppe Follacchio)
Ingresso libero (ph: Giuseppe Follacchio)

Alice D’Urso, Francesco Paolino ed Emilia Quiñones protagonisti di tre coreografie in fieri e “condivise” dai due festival romani

La chiusura della programmazione di Dominio Pubblico, il festival romano ormai alla tredicesima edizione, pensato da Tiziano Panici e curato da una direzione artistica partecipata di under 25, converge con l’apertura della nuova stagione di Fuori Programma, direzione artistica assodata di Valentina Marini.
Tale convergenza punta sulla presentazione in co-programmazione di tre lavori, a uno stadio diverso di compiutezza, con understatement dati quali “studi”, ma in fasi mai del tutto iniziali.

Marini specifica in apertura: niente “riserve indiane” per i giovani. È una politica, sostiene, che danneggia quanto sembra soccorrere. Si tratta invece, per questo terzetto di danzatori/coreografi, di un controcampo rispetto al tradizionale sforzo dei programmatori di far emergere voci in formazione: qui la scelta di Fuori Programma è quella di ascoltare, affiancandoli, i giovani programmatori di Dominio Pubblico, per capire dove va lo sguardo di questo gruppo anagraficamente basso di spettatori curiosi della contemporaneità.

Il lavoro più breve, quello che davvero si presenta come materiale in cerca di sistemazione, è il breve solo “Ingresso libero” di Alice D’Urso, catanese ora di stanza a Berlino.
Il tema è quello, sociologicamente cogente, dello stare o dell’andarsene. Dopo un breve estratto da “Nostalgia” di Milan Kundera, D’Urso, in camiciola con maniche a sbuffo e ciclisti color carne, seguendo lo spunto autobiografico dell’artista emigrante, adotta un linguaggio che non spiacerebbe alla Francesca Santamaria di “Come sopravvivere in caso di danni permanenti”, dove il corpo emergeva grazie alla sua menomazione, alla sua dis-integrazione programmatica.
Qui, nel caso di D’Urso, la menomazione è quella del rimanere letteralmente attaccata alle proprie radici, ovvero con una mano appiccicata al suolo o al corpo. Tra mimo e slapstick, la mano disobbedisce e si ravvede, si fa ora organo estraneo e renitente, ora pacifico, dando conto dell’impossibilità di capirsi del tutto, di guidarsi con nettezza verso la maturità senza quei cedimenti che reclamano, somaticamente, la propria urgenza.

Basta poco a rendersi conto dei contatti di questi giovani coreografi e coreografe con la temperie della creazione contemporanea. Non a caso Panici rileverà, nel breve talk finale, l’avveduta formazione tecnica delle generazioni degli attuali ventenni, a cui non manca neppure (come talvolta accade nel teatro non coreografico) una cultura di visioni.

Muga (ph: Giuseppe Follacchio)
Muga (ph: Giuseppe Follacchio)

Ciò si può dire anche di Francesco Paolino, coreografo di “Muga”, di cui va in scena una versione breve di 12 minuti. L’habitat di significati, quello nel quale immerge e da cui lascia conformare il duo, costruito con il compagno di studi al Codarts di Rotterdam Tom Blanc, è comune, ad esempio, a “Fuck me blind” di Matteo Sedda, vincitore di DNAppunti coreografici lo scorso anno e, in modo ancor più evidente, alla meraviglia che si sprigiona da “Save the last dance for me” di Alessandro Sciarroni.
Si ritrova la tendenza drammaturgica a sciogliersi nel lirismo sul finale (qui segnato da un bacio profondo, feroce, che ricompone la frammentazione del duo) e in quella oggettivazione del ballo, che per il Leone d’oro 2019 era la polka chinata, mentre qui, per il duo Paolino-Blanc, si riconosce nell’esordio in controluce, sopra una distesa di polvere bianca aerea, in uno strettissimo unisono, immerso nel vaporare di quella, come bruma.
E però, poco dopo, nella seconda parte, l’unisono si rompe e la qualità del movimento richiede una prestazione ancora più virtuosistica che, come la cura del palco a tutto tondo, dalle luci all’ambiente, dall’apertura del lavoro condotta attraverso la presenza di tre servi di scena chini a pulire il tappeto-danza, testimonia la contemporaneità di chi conosce come lavorano Spellbound e La Veronal, per fare altri due nomi.

Lupo di mare (ph: Giuseppe Follacchio)
Lupo di mare (ph: Giuseppe Follacchio)

Fra le tre proposte stupisce, per la trasparenza, per la qualità cristallina del pensiero, quella di una giovanissima ventiduenne tedesca, Emilia Quiñones.
Di lei ben pochi segni restano impigliati in rete, segno di un percorso ancora agli inizi e di uno status di esordiente (se si esclude la sua partecipazione al Collettivo Banditinnen), ma tutt’altro che ingenuo, a conferma di quanto si riportava, in riferimento a esperienze formative e percorso di sguardi.
Il suo “Lupo di mare” cita un verso dell'”Allegria di naufragi” di Ungaretti, letta dall’artista nella traduzione tedesca di Ingeborg Bachmann, e diffusa in registrazione, in italiano, a inizio lavoro.
Come sempre, per chi guarda, lo spunto è una glossa alla lettura, o poco di più, a meno che non si stia assistendo a un’opera di transcodificazione. Che qui non è.
Quiñones compare in scena sotto una sorta di rete azzurrina, un po’ slargata e frustra come quelle che la corrente restituisce, in un costume pure appena delicatamente allusivo al naufrago (tessuti sfinati da un lungo uso, o sfibrati dalle acque salse), ma presto se ne svincola per raggiungere, poco per volta, una sedia sulla destra, della cui spalliera, tagliata da un foro circolare, fa presto un oblò. Poi anche la sedia viene riportata sul fondo e, nella terza parte del lavoro/studio, torna in gioco la rete, che ora oppone al passo della danzatrice una resistenza d’acqua, ora si lascia pettinare, di nuovo come mare, tra le dita.
Ovunque il gesto di Quiñones è informato di una presenza perfettamente aderente, si direbbe, al corpo e al ritmo che al lavoro è imposto; nelle sue brevi frasi costruite da battute rapide e brevissime pause, quasi a riallineare il respiro, sa dello sfarsi dell’onda sulla battigia e della sua risacca; nel portare avanti un’idea, che a teatro è una figura, non ha timidezze né scende a compromessi.
Anche quando, verso il finale, il sonoro si declina in musica ritmata (altro lavoro occorrerà fare a livello drammaturgico), e quando su di esso il movimento va troppo in squadro, l’artista non perde mai le sue due qualità principali: la precisione di un gesto che, pur pieno, colmo di eventi, tutt’altro che parco o meditativo, raramente si annacqua nel superfluo, e la capacità sorgiva di evocare immagini, che suonano lampanti pur senza scadere nella didascalia o nella mimesi.

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