La notte delle lucciole. Roberto Andò e Marco Baliani tra Sciascia e Pasolini

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La notte delle lucciole

Lo spettacolo inizia con «la frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto “al momento giusto”», esatta citazione di Elias Canetti con cui Sciascia apre il ‘suo’ L’affaire Moro. È il bravo Marco Baliani a dare corpo, sul palcoscenico, a questo redivivo Sciascia che parla poi con la voce dei propri testi e alcuni accenni a quelli di Pasolini.

Il titolo dello spettacolo – La notte delle lucciole – rimanda ad un articolo dell’autore friulano del febbraio del 1973 sul Corriere della Sera (“Il vuoto di potere in Italia”), ancora una volta citato da Sciascia nell’Affaire. Ma i riferimenti a Pasolini, nell’opera sciasciana come nello spettacolo allestito da Roberto Andò, fungono in realtà da specchio di ritorno per accendere la fiamma della propria intelligenza narrativo-drammatica. È nel sottotitolo – una veglia –, e nella sua doppia valenza, che forse si possono rinvenire le premesse culturali di questo spettacolo: da una parte la necessità improrogabile di un discorso che ritardi la notte che minaccia il ricordo di questo autentico personaggio del ‘900; dall’altra il pubblico, non più solo in platea ma sul palcoscenico, testimone di un’esperienza “mostruosamente” persa quando non era ancora “il momento giusto”.

Leonardo Sciascia nasce l’8 gennaio del 1921 a Racalmuto, piccolo paese della provincia di Agrigento. Figlio di Pasquale e Genoveffa, maggiore di tre fratelli, passa l’infanzia con le zie e all’ombra di un nonno che, sin dall’età di nove anni, lavora come minatore nelle zolfare. La fanciullezza, il mondo della miniera, Racalmuto, il successivo trasferimento della famiglia a Caltanisetta nel 1935, il non troppo amato incarico di maestro elementare, saranno tutti elementi presenti nella sua esperienza di scrittore, saggista, giornalista e politico.
Se qualcosa distingue Sciascia dagli altri scrittori e intellettuali a lui coevi è nel non voler rimanere celato dietro un’autorialità asettica e distante, convinto che la verità, prima ancora che la giustizia, stia dietro il riflesso delle parole, nella vita d’uomo che ognuno, volente o nolente, è chiamato a compiere.


Essenziale nella narrazione dell’attore protagonista (non c’è retorica che non sia voluta dagli autori originali dei testi), precisa nei riferimenti estetici fatti vivere sul palco (sopra a tutti, l’iconica classe elementare di bambini che sembra uscita da Le parrocchie di Regalpetra, la fantasmagorica processione funebre infantile alla maniera delle Feste religiose in Sicilia), il merito de La notte delle lucciole (una veglia) sta nella capacità di restituire la drammatica umanità del maestro racalmutese, nel senso concreto del suo esser stato, all’inizio e alla fine di tutto, di “carne ed ossa” (citando non a caso le parole di Unamuno, con cui Sciascia condivise quel profondo “sentimento tragico” dell’esistenza a cui lo spettatore viene letteralmente consegnato).

Alla fine rimane un solo dubbio: la voce di Baliani, nel senso più fisico del termine, è certo convincente, anche per la sua esperta capacità di modularla a seconda delle esigenze sceniche e della verve insita nei testi a cui fa riferimento. Ma è una voce assai differente da quella dello Sciascia vivente. Eppure chissà che, anche questa scelta, ossia quella di una voce certamente meno difficile da ascoltare – come spiega lo stesso Andò – si riveli col tempo tanto intelligente e lungimirante quanto la bella architettura che gli è riuscito di congegnare.

LA NOTTE DELLE LUCCIOLE – Una veglia
testi: Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini
drammaturgia e regia: Roberto Andò
con Marco Baliani, cinque bambini e un vecchio
scene: Gianni Carluccio
musiche: Marco Betta
assistente alla regia: Chiara Agnello
produzione: Palermo Teatro Festival
in collaborazione con Fondazione Leonardo Sciascia
e Teatro Stabile di Catania
durata: 1h 10′
applausi del pubblico: 2′ 22”

Visto a Roma, Teatro India, il 4 aprile 2008

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