Me vojo sarvà e Nessuno ci guarda. L’umanità strappata di Eleonora Danco in una corsa all’ultimo respiro

Eleonora Danco
Eleonora Danco (photo: itcteatro.it)

Buio. Musica forte. La luce progressivamente si alza, ma mai al punto da far dimenticare quel buio che – nello spettacolo – sembrerà avere la consistenza di un luogo. E da cui Eleonora Danco si ricaverà uno spazio a furia di corse, salti, rotolamenti, testa sbattuta più volte contro un pannello di legno, schiaffi in faccia. Insomma, senza risparmiarsi e risparmiarci nulla.
In scena due monologhi, “Me vojo sarva’” e “Nessuno ci guarda”, di cui è regista, performer e autrice.

Sulla carta sembra tanto, forse troppo, per una sola persona. Ma dopo aver visto lo spettacolo sarà evidente che, in questo caso, non avrebbe potuto essere altrimenti.
La scrittura di Eleonora Danco è fatta tanto di parole quanto di corpo: non sono mondi separabili. Le parole prendono davvero forma, risuonano solo attraverso le deformazioni a cui l’attrice sottopone il proprio corpo, che diventa uno strumento a disposizione, un oggetto da deformare, da portare al limite e poi oltre, se possibile.

La sua bellezza è proprio in questo inseguire il momento, in un fare che non si può fermare, come non si può fermare il corpo. Preda dell’attimo che fa deflagrare in uno spazio pieno della sua presenza.


Poi ci sono le parole. Tra il dialetto romanesco e l’italiano che si spezza, Eleonora Danco crea una musica sincopata in cui le parole si rincorrono, si mangiano, gracchiano nella gola ed esplodono dalla bocca che non le può contenere. Un vortice fatto di linguaggi che si mischiano, tra sussurri e grida, lanciate al pubblico o a un interlocutore immaginario poco importa: la forza è la stessa.

“Me vojo sarva’” racconta un mondo (il nostro mondo) in cui la gente lavora, corre da una parte all’altra, stanca (“c’ho troppo da fa’“), per poi rinchiudersi in casa – e volerne fuggire – proprio perché non ce la fa.
Prima il lavoro, da fare e da cercare, le preoccupazioni quotidiane. Poi, quando si va in pensione, dormire e riposare.
Sono brandelli di umanità a pezzi che gira a vuoto e che la Danco attraversa con vitalità feroce, di pancia. La durezza con cui restituisce quest’umanità al pubblico è diretta, immediata, appassionata: non c’è distanza rispetto a quello che racconta. Non c’è nemmeno per chi guarda, perché il ritmo folle con cui tutto accade non lo permette. Da un istante all’altro si passa dalla ragazzina che avrebbe voluto essere una fatina tutta blu con la bacchetta magica alla coppia che scoppia perché lei si vuole sposare per paura e lui, invece, ha trovato un’altra. Sono cadute folli, dolorose e capaci di far ridere allo stesso tempo. Sono persone che trovano spazio in quel corpo fatto di rallentamenti e tensioni, di tempo innaturale.

“Nessuno ci guarda” trasporta invece in un mondo più intimo. La Danco racconta di essersi ispirata, nella scrittura di questo monologo, a Jackson Pollock.
La precedente irruenza nello spazio scenico sembra ora placarsi: del corpo sfrenato restano tracce, quasi dei sussulti, come succede a chi si ferma dopo aver corso fortissimo. Il corpo dell’attrice torna così alla sua forma naturale: filiforme, longilineo, più lento. La parola si distende e la voce si alleggerisce.
C’è un’infanzia in scena: la ragazzina che non può fare il bagno perché non è ancora ora, la bambina che vuole fare l’amore col suo papà, e aspetta solo che torni per dirglielo. È una specie di discorso lunghissimo, fatto di tante voci che hanno diversi punti di vista. In realtà, però, tutto confluisce in un’unica atmosfera dove l’attrice fa parlare un padre che, per l’ennesima volta, spiega la divisione alla figlia in attesa dell’ora di cena. O una giovane donna che, seduta a un tavolo, ricorda di quando l’accusavano di perdere tempo; nonostante sia “per tutto quel tempo perso” che è arrivata dov’è oggi.

In un tempo e in uno spazio diversi, Eleonora Danco si prepara a tornare nel buio. Seguita da tutto quello a cui ha dato forma. Perché il suo essere in scena ha a che fare con lo scolpire spazio e tempo, senza tregua, con una vitalità disperata, di carne, fatta di fallimenti e umanità, soprattutto. Quell’umanità che, pure in un caos di vita senza fine, è ancora in grado di gridare “Me vojo sarva’!” con tutta la voce di cui è capace un corpo quando ne emerge prepotente l’urgenza.

Me vojo sarva’/Nessuno ci guarda
di e con Eleonora Danco
durata: 1h 11’
applausi del pubblico: 3’ 15’’

Visto a Bologna, Itc di San Lazzaro, il 3 febbraio 2011

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