Memory of Mankind di Marcus Lindeen: la nostra storia collettiva, tra ossessione di ricordare e d’esser ricordati

Memory of Mankind (ph: Beatrice Borges)
Memory of Mankind (ph: Beatrice Borges)

In prima nazionale al Piccolo Teatro di Milano, una coproduzione internazionale che parte dal lavoro di Martin Kunze

Se uno dei compiti del teatro è anche quello di mettere in scena possibili utopie per generare delle domande e trasmetterle agli spettatori, “Memory of Mankind”, diretto dal regista svedese Marcus Lindeen, artista associato al Piccolo Teatro di Milano, ideato insieme a Marianne Ségol, realizza benissimo questo obiettivo.
Al centro della scena dello Studio Melato, in un’arena circolare di legno, vi sono tre cassette su cui si intravede l’acronimo MOM, che sta appunto per “Memory of Mankind” (memoria dell’umanità), da cui prende origine e nome lo spettacolo.

Le tre cassette contengono alcuni esemplari di tavolette di ceramica inossidabili che si rifanno alle stesse che l’artista ceramista Martin Kunze, nel 2012, ha cercato di utilizzare per un suo progetto utopico di grande rilevanza: conservare, per un mondo futuro, la memoria della nostra civiltà.
Sono semplici tavolette di ceramica da bagno, che hanno però la capacità, al contrario di molti sofisticati mezzi digitali che abbiamo oggi a disposizione, di resistere per sempre all’inesorabilità del tempo.
E’ su queste tavolette che Kunze ha cominciato ad imprimere non solo migliaia di informazioni, ma anche racconti personali di individui diversi provenienti da Paesi lontanissimi fra loro, attraverso una tecnica di stampa molto accurata.
Il luogo scelto da Kunze per preservare queste migliaia di tavolette è una miniera di sale ad Hallstatt, in Austria, la stessa (e non è un caso) in cui i nazisti decisero di nascondere “L’Adorazione dell’Agnello mistico” di Van Eick.

Il pubblico è posto su gradinate, subito dietro la prima fila su cui sono seduti i quattro interpreti (Sofia Aouine, Driver, Axel Ravier e Jean-Philippe Uzan), quindi a stretto contatto con loro, a sottolineare un senso di comunità pensante; due schermi proiettano delle immagini esplicative e i sottotitoli del testo, recitato in francese.
Come ci è capitato a volte di osservare a teatro per collegare passato e presente, teatro e realtà nelle creazioni di molti maestri stranieri come Milo Rau, Mohamed El Khatib e Pantelis Flatsousis, a trasmetterci delle domande e a interrogarsi fra loro sono attori non professionisti, con ruoli ed esistenze che in qualche modo si collegano con le storie e i personaggi, realmente esistiti, che mettono in scena. Sono loro che, prendendo alcune di quelle tavolette nel corso dello spettacolo, le presentano al pubblico.

L’inizio è affidato al cosmologo Jean-Philippe Uzan nel ruolo di Martin Kunze, che spiega il suo progetto teso a mettere argine all’oblio che potrebbe avvolgere la memoria della civiltà umana. Vicino a lui sono seduti Axel Ravier, nella vita un dottorando in sociologia, ma che in scena è un archeologo queer che vuole raccontare la storia dal punto di vista di chi generalmente non ha voce; c’è poi un uomo che soffre di un rarissimo disturbo della memoria, definita fuga dissociativa (“Una pagina bianca che cammina” dirà di sé), accompagnato dalla moglie, una scrittrice che lo aiuta a ricomporre i ricordi proprio attraverso la scrittura.

Tra i quattro scaturisce subito la questione principale che sottende a tutto lo spettacolo: cosa sarà della memoria del mondo, ma anche della nostra, tra mille anni, o anche solo quando non ci saremo più? Cosa rimarrà di noi?

L’esperienza scientifica e filosofica di Kunze e di Ravier, anche attraverso la visione di quelle tavolette, si connette subito con quella esistenziale dei due sposi. L’uomo confessa che, almeno una volta all’anno, la sua memoria si cancella completamente; gli rimangono solo le funzioni motorie e quelle linguistiche di base. Per il resto, ogni volta deve ricominciare daccapo, aiutato sempre dalla donna con la quale convive (e che in qualche modo diventa l’archivista della memoria del marito), una figura imprescindibile di cui l’uomo deve anche imparare a re-innamorarsi ogni volta.

ll sociologo invece, mostrando delle immagini esemplificatrici che ripercorrono storicamente l’esperienza queer, ma non solo quella, e i possibili sotterfugi inventati in epoca recente, si concentra sull’oblio che la sta avvolgendo, e sulla possibilità di ricrearne, anche attraverso ingannevoli artifici, una nuova, seppur non veritiera, ma necessaria per ricomporre un quadro diverso e finalmente significativo di ciò che, per vari motivi, è stato espunto dalla Storia, che viene scritta dai vincitori e da chi dice di possedere la verità, ricordando solo ciò che fa comodo.

La discussione, che il pubblico segue con interesse, si concentra quindi in modo proficuo su temi assai complessi, come il vero e il falso di ciò che ci è stato trasmesso, su cosa converrebbe ricordare ma anche dimenticare, e se sia giusto o no tacere ai nostri posteri, per esempio, l’orrore del nazismo per far sì che non si ripeta, anche se noi ben sappiamo che si è replicato anche in tempi recenti. Viene così posta direttamente allo spettatore la fatidica domanda: che cosa, della tua vita, vorresti rimanesse in eterno? Perché, in fin dei conti, noi saremo come gli altri ci ricorderanno.

Attraverso queste riflessioni trascorrono ottanta minuti di spettacolo in cui, in definitiva, non accade niente, eppure dentro allo spettatore si affastellano, come nel grande archivio pensato da Kunze, un coacervo di domande e di pensieri che in qualche modo entreranno a far parte della nostra memoria, arricchendola di riflessioni che potrebbero aiutarci a comprendere meglio, se pur con qualche dubbio, ciò che è stato, ciò che è e forse sarà.

Memory of Mankind
testo e regia Marcus Lindeen
ideazione Marcus Lindeen e Marianne Ségol
drammaturgia e traduzione Marianne Ségol
voci Gabriel Dufay, Julien Lewkowicz, Olga Mouak, Nathan Jousni, Marianne Ségol
musica e progetto sonoro Hans Appelqvist, scene Mathieu Lorry-Dupuy
luci Diane Guérin, costumi Charlotte Legal
con Sofia Aouine, Driver, Axel Ravier, Jean-Philippe Uzan
casting Naelle Dariya, stage manager David Marin
tecnico del suono Nicolas Brusq, tecnico video e luci Dimitri Blin
manager di produzione Emanuelle Ossena, Charlotte Pesle Beal, Lison Bellanger | EPOC produzioni
produzione compagnia Wild Minds
coproduzione T2G-Théâtre de Gennevilliers – CDN, Festival d’Automne à Paris, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, La Comédie de Caen – CDN de Normandie, Le META – CDN Poitiers Nouvelle-Aquitaine, Nouveau Théâtre de Besançon Centre dramatique national, Le Quai ‐ CDN Angers Pays de Loire, Kunstenfestivaldesarts Bruxelles, Wiener Festwochen,
Le Grand T Nantes, Le Lieu Unique Nantes, PEP Pays-de-Loire
con il sostegno di Fondation d’entreprise Hermès, con il supporto di ADAMI
progetto sostenuto dal Ministero della Cultura – Direzione regionale degli affari culturali dell’Île-de-France
scenografia realizzata dai laboratori scenotecnici del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
e del Nouveau Théâtre de Besançon Centre Dramatique National

Con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia e Institut français Italia

durata: 1h 20′

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 18 gennaio 2025
Prima nazionale

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