Il Moby Dick alla prova dell’Elfo, tra Welles e pandemia

La ciurma di Moby Dick (photo: Marcella Foccardi)
La ciurma di Moby Dick (photo: Marcella Foccardi)

Arnold Böcklin, pittore svizzero dell’Ottocento, scriveva che «la pittura deve riempire di sé l’anima. Finché non lo fa, rimane uno stupido artigianato; […] un quadro deve raccontare qualche cosa, far pensare lo spettatore come una poesia e lasciare in lui l’impressione come un brano di musica».

La semplicità dell’artigianato teatrale diventa arte in “Moby Dick alla prova”, «magnifica ossessione» di Orson Welles, che mise in scena il capolavoro di Melville nel 1955 a Londra dopo averlo tradotto in versi liberi. La compagnia dell’Elfo guidata da Elio De Capitani dilata la felice intuizione di Welles realizzando – in coproduzione con il Teatro Stabile di Torino – uno spettacolo corale narrativo come un dipinto, evocativo come la poesia, coinvolgente come un brano di musica.
Proprio la musica, creata, diretta ed eseguita dal vivo da Mario Arcari, è il valore aggiunto di questo “Moby Dick alla prova” di scena all’Elfo Puccini di Milano fino al 6 febbraio.

La storia del capitano Achab che solca due oceani ossessionato dalla ricerca di Moby Dick è notoria. Qui però si gioca sul metateatro: una compagnia è alle prese con il “Re Lear” di Shakespeare. Sennonché il capocomico (lo stesso De Capitani) decide inaspettatamente di virare su Melville. Achab e Lear sono accomunati dallo stesso titanismo e dalla stessa follia. Hybris, empietà, crudeltà, sete di potere permeano entrambi i canovacci. La medesima sensazione di morte e disfacimento aleggia su queste storie di avventura, ricerca e una fede tutta da costruire.


È una scena metallica quella allestita da De Capitani con Roberta Monopoli. È un ponte di coperta sovrastato da sgabelli, banconi, scale a castello. Achab si muove su una pedana a rotelle. I suoni di Gianfranco Turco hanno un che di sinistro e distensivo. Le luci disegnate da Michele Ceglia sono squarci di luce dai contorni plumbei.
Sono lividi i costumi color petrolio curati da Ferdinando Bruni. Musiche e canti marinareschi a cappella, intonati da voci stridule o vellutate, creano atmosfere cameratesche che esorcizzano gli spettri. Ad alimentare la suspense, un climax sinestetico di rombi, lampi e tuoni. E ancora, i garriti dei gabbiani, i trilli acuti dei cormorani, i fragori delle onde, il frangersi dei flutti. Avvertiamo l’oceano, ne percepiamo l’odore e la potenza.

Tre generazioni di attori (Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Massimo Somaglino, Michele Costabile, Giulia Viana, Vincenzo Zampa, Mario Arcari) cooperano con De Capitani a sprigionare la sacralità dell’opera. Lo fanno con voci calde, aspre o penetranti. Dialoghi concitati si alternano a brevi monologhi rasserenanti. Il sacro è nascosto in forme misteriose. Il testo, finemente tradotto da Cristina Viti, incrocia ancora lo Shakespeare della “Tempesta”, oppure il Konrad di “Cuore di tenebra”.

Achab è figura archetipica a metà tra Caronte e Ulisse. Interpreta l’impari lotta tra l’uomo e la natura. Tutt’altro che plateali, anzi da scrutare in controluce come la filigrana di una banconota, sono i rimandi alla nostra epoca segnata dalla pandemia e dal lockdown.
Lo spettacolo è nato e si è consolidato lo scorso anno, durante la lunga chiusura dei teatri. E allora assumono un valore pregnante la claustrofobia di questa nave esposta alle intemperie, l’aneddoto di Giona nel ventre della balena, il riferimento all’armonia della natura turbata dall’uomo, l’uso delle maschere di Marco Bonadei a nascondere dal naso al mento, a velare parole, emozioni, umanità, quando l’intero equipaggio della nave si fa contagiare da Achab malato di vendetta.

Un percorso di autodistruzione. Una cupa preparazione al dramma. L’ambizione titanica di ingaggiare una lotta soprannaturale. La ricerca ossessiva e diabolica di un nemico inafferrabile. Intrisa di rimandi allegorici, l’avventura epica alla ricerca del bianco capodoglio è ancora oggi il simbolo riconosciuto del desiderio di conoscere, e forse della piccolezza dell’uomo davanti al proprio desiderio. È la sfida della ragione contro l’abisso. È la ricerca di un senso disperato per la propria vita.

In questo lavoro che dedica a Gigi Dall’Aglio, scomparso a dicembre 2020 (qui il nostro endgame), De Capitani dà voce al desiderio, alla ricerca dell’assoluto, a un miraggio di verità e grandezza che l’uomo insegue da sempre e non potrà mai afferrare pienamente. La versione dell’Elfo emana una spiccata sensibilità per l’aspetto spirituale delle immagini e per la sua dimensione simbolica.
Achab dà la caccia a Moby Dick come i nostri anni danno la caccia a un virus; come la scienza insegue un rimedio che pare sempre insufficiente.
Il segreto della storia di Melville sta nella tensione che l’ombra fuggente del mistico capodoglio inocula nei suoi inseguitori. Moby Dick rappresenta l’antagonismo puro. Perciò Achab e il suo nemico formano una paradossale coppia di inseparabili. L’annullamento reciproco davanti al sacro mistero del male e della morte resta l’unica comunione possibile.
Rimane il grande silenzio ancestrale dell’oceano, che si chiude sulle nostre velleità come un enorme drappo bianco via via più bigio, come un sipario sul dramma che consuma il nostro desiderio di conoscenza.
Tutti cerchiamo la balena bianca: alcuni credono di averla scovata, altri sono morti senza averla veduta. Pochi l’hanno guardata veramente negli occhi. I più fortunati si sono pacificati con essa.

MOBY DICK ALLA PROVA
di Orson Welles
adattato – prevalentemente in versi sciolti – dal romanzo di Herman Melville
traduzione Cristina Viti
uno spettacolo di Elio De Capitani
costumi Ferdinando Bruni
musiche dal vivo Mario Arcari, direzione del coro Francesca Breschi
maschere Marco Bonadei, luci Michele Ceglia, suono Gianfranco Turco
con Elio De Capitani
e Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Massimo Somaglino, Michele Costabile, Giulia Viana, Vincenzo Zampa, Mario Arcari
una coproduzione Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Lo spettacolo è dedicato alla memoria di Gigi Dall’Aglio

durata: 2h 20’
applausi del pubblico: 5’

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, l’11 gennaio 2022
Prima nazionale

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