L’opera bendata. In risposta ad Alberto Veronesi

Un po' di religione, o miei signori: si beva in casa, ma si pranzi fuori.
Un po' di religione, o miei signori: si beva in casa, ma si pranzi fuori.

Una “Bohème” non gradita e una protesta che ha fatto licenziare il direttore d’orchestra dall’ente organizzatore del 69° Puccini Festival di Torre del Lago

Da un po’ di tempo a questa parte, uno dei nostri maggiori passatempi sul web è stato quello di controbattere, sui numerosi siti e blog dedicati all’opera lirica, alle stantie argomentazioni dei così detti melomani di stampo tradizionalista, che si scagliano contro le regie non convenzionali.
Ciò ci spinge anche su Klp a intervenire sull’argomento, soprattutto dopo quello che è avvenuto all’inaugurazione del Festival Puccini di Torre del Lago (in corso fino al 26 agosto) per un’edizione della “Bohème” diretta dal cinquantottenne maestro concertatore e direttore d’orchestra Alberto Veronesi (ora opportunamente licenziato da chi organizza da molti anni il festival), il quale, non apprezzando la messa in scena operata da Christophe Gayral, regista francese peraltro già apprezzato all’Opéra du Rhin a Strasburgo, ha diretto l’orchestra con una benda nera sugli occhi per non vedere l’allestimento.

Veronesi, che comunque – sapendo della regia – avrebbe potuto comodamente esimersi dal dirigere, era già stato precedentemente supportato dal sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi che, senza aver ovviamente visto lo spettacolo, si era scagliato contro l’allestimento perché ambientato a Parigi allo sbocciare del Maggio, tra il 1967 e il 1968, tra pugni chiusi e manifesti del Che.

In un contesto in cui la politica non dovrebbe mai entrare (ma strano è, in questo senso, il passaggio di Veronesi dalle sponde del Pd a quelle di Fratelli d’Italia), ci piace a questo punto ribadire, dal punto di vista culturale, alcune cose che dovrebbero essere ovvie ma forse non lo sono.

Il teatro per sua natura è sempre contemporaneo. E l’opera è indiscutibilmente teatro, un teatro che si connatura con la musica, restituendone tutte le vibrazioni e i sentimenti, che sono di solito proposti in una forma testuale, magari sì desueta, ma capace di parlare ancora e sempre anche chi vive in questo tempo. Si possono cambiare i contesti originali, assolutamente sì, lo ribadiamo fermamente, con l’accortezza però – è giusto precisarlo – di lasciarne intatti i sentimenti espressi, restituendone l’intimo senso.

Per questo, per fare un esempio, il più bell'”Elisir d’amore” di Donizetti che abbiamo visto non si svolge in un’aia contadina dei Paesi Baschi alla fine del XVIII secolo, come era stata pensata originariamente, ma su una spiaggia, tra i bagnanti di oggi, in cui Damiano Michieletto, regista odiatissimo dai tradizionalisti, ci fa rivivere con i nostri occhi e orecchie, se possibile ancora più intimamente, la vicenda di Nemorino e Adina e dell’elisir “magnifico” del dottor Dulcamara.

E che dire della stessa “Bohème”: amiamo nel medesimo modo quella tradizionale di Zeffirelli, con la sua neve finta, con tutti che assistono pietosi alla morte di Mimì, e quella del compianto Graham Vick, che lascia morire la protagonista da sola, perché il dolore degli amici e del suo amato Rodolfo è così forte che non si può reggere, e quindi è necessario andar via.
La grandezza dell’opera lirica sta proprio qui: quanto più parla di sentimenti universali, tanto più ci concede di tradirla teatralmente, non certo per riproporla solo in modo bizzarro, ma per recuperarne il senso con tutti i mutamenti avvenuti nella nostra società.

Presumiamo poi che quelli che si scagliano preventivamente contro queste regie al grido di “Povero Verdi, si rigirerà nella tomba”, del teatro poco importi, dimenticando le offese ricevute dal Maestro dai loro omologhi di allora, per aver, ne “La Traviata” messo al centro di tutto una prostituta che viveva nel suo tempo. Per loro, in definitiva, solo la musica conta. Stiano allora in casa, seduti comodamente in poltrona, ad ascoltare Lauri Volpi (che, per inciso, amiamo anche noi) rimpiangendo i tempi delle rossiniane sorelle Marchisio.

Noi ci andremo sempre e comunque a teatro, cercando di vedere dal vivo opere mai ascoltate, magari fuori dal solito repertorio ottocentesco, rimanendo sorpresi sia da regie che operano nel loro originale contesto, sia da quelle che, con la fantasia originale, ci fanno rivivere, con profondo e medesimo senso, quei fatti che la musica e il teatro hanno reso così universali.

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1 Comments

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  1. says: Vittorio Mazzei

    Un’ opera d’arte esprime concetti e sentimenti universali, e per questo resta tale nei secoli. Ma è indubbio che l’ Autore ha creato la sua opera contestualizzandola agli eventi, ai sensi comuni del suo tempo, e dando elementi storici e geografici precisi. E’ quindi esilarante sentir parlare di monete con l’ effige di Luigi Filippo nella Parigi del 1968, come, nello stesso periodo storico senti dire “il mio rossor non si vedea”. E’ semplicemente stupido vedere Pollione vestito da cacciatore colonialista lottare contro druidi addobbati con false pellicce di leopardo. Certe iniziative coprono la mancanza di vere idee creative e cercano solo l’ occasione per finire sulla stampa.