La tetralogia di Wagner al Teatro alla Scala in un percorso che si snoderà fino al 2026
Dopo 50 anni dalla prima volta in cui ci eravamo avvicinati, attraverso la regia di Luca Ronconi e i costumi di Pier Luigi Pizzi, alle prime due giornate del ciclo dell’“Anello del Nibelungo” (Der Ring des Nibelungen), possiamo ora ascoltare l’intera tetralogia di Richard Wagner al Teatro alla Scala.
La grande nuova esperienza, perché di questo si tratta, è cominciata all’inizio di novembre con il prologo “L’oro del Reno” (Das Rheingold) e si svilupperà poi, nel corso dei mesi, fino all’inizio del 2026 con le altre tre giornate che lo compongono: “La Valchiria” (prima giornata), “Sigfrido” (seconda giornata) e “Il crepuscolo degli dei” (terza giornata), quattro momenti che costituiscono questo vero e proprio monumento dell’opera.
“L’Oro del Reno” fu rappresentata per la prima volta il 22 settembre 1869 a Monaco di Baviera, presso il Teatro Nazionale, con la direzione di Franz Wüllner, e il 13 agosto 1876 al Festspielhaus di Bayreuth quale parte integrante della tetralogia.
Come è noto Wagner componeva sia la musica che il libretto ma, in modo assai particolare, ci accorgeremo che la struttura dei testi poetici espressi nelle quattro opere risulta più arcaica nell’ultima, “Il crepuscolo degli Dei”, in quanto il compositore scrisse i testi cominciando proprio da quella e dal Sigfrido.
Tutta la complessa trama del prologo ruota intorno all’oro del Reno, custodito dalle tre figlie Woglinde, Wellgunde e Flosshilde, che hanno il compito di proteggerlo, annunciate dal famoso canto “Weia! Waga! Wagalaweia!”. Esse al contempo rivelano il segreto potere del tesoro che custodiscono: chiunque sarà capace di forgiare con esso un anello avrà il mondo in suo potere, dovendo però contemporaneamente rinnegare l’amore. “Solo chi rinnega / la potenza dell’amore […] conquista la magia / di costringere l’oro in anello”.
Il nano Alberich, che aveva tentato di afferrarle rimanendo schernito dalle tre ondine, maledicendo l’amore si impadronisce dell’oro e scompare.
L’azione si sposta allora nella dimora di Wotan, il capo degli Dei (Odino nella mitologia nordica, che vediamo sempre munito di una lancia da cui non si separa, simbolo della legge) e della moglie Fricka. Wotan si è fatto costruire dai giganti Fasolt e Fafner una bellissima dimora celeste, il Valhalla, promettendo loro in cambio la sorella di Fricka, Freia, che fornisce agli dei le mele d’oro che preservano giovani. Wotan però non vuole accondiscendere alla promessa, facendo infuriare i due giganti, che così vogliono rapire lo stesso la donna, difesa dai fratelli Donner e Froh.
Il semidio Loge, astuto e ingannatore, che nel racconto acquisisce con la sua innata furbizia la dimensione del risolutore dei problemi, propone una soluzione: la possibilità di rubare l’oro al nano Alberich che, nel frattempo, è riuscito a forgiare l’anello.
I giganti intanto rapiscono Freia e la terranno con loro fino a che non avranno l’oro promesso.
Nel suo regno sotterraneo Alberich, nel frattempo, continua ad accumulare ricchezze, costringendo in servitù i Nibelunghi e assoggettando al suo potere anche suo fratello Mime, che ha realizzato per lui un elmo magico, Tarnhelm, che se indossato può trasformare ognuno in qualsivoglia cosa, e persino renderlo invisibile. Wotan e Loge, ingannando Alberich, riescono a imprigionarlo e a farsi consegnare tesoro e anello.
Il nano, una volta liberato, maledice l’anello con l’auspicio di condurre alla rovina chiunque ne sia il possessore. Wotan, che pur essendo un Dio è sempre in preda a stimoli molto umani, ignora la maledizione e lo indossa, ma è costretto a cedere davanti all’esortazione di Erda, la dea della terra, che conoscendo la maledizione che lo accompagna lo mette in guardia. Ed infatti tra i giganti, che hanno ottenuto l’anello da Wotan, scatta una disputa, e Fafner, per avidità, uccide il fratello Fasolt (con il performer, simbolo dell’oro, che in terra si contorce sporco di sangue, simbolo della maledizione dell’oro che si avvera).
Nel finale gli dei prendono possesso della loro dimora, e l’oro non viene restituito alle figlie del Reno, che lo reclamano.
Nelle seguenti avventure delle tre giornate che seguono il prologo, conosceremo nuovi personaggi come il mortale Sigfrido, Hagen, il figlio di Alberich, le Valkirie e Brünnhilde, figlia di Wotan, che prima di immolarsi, morendo con il suo sposo, restituirà l’oro alle figlie del Reno, mentre gli dei e il Valhalla verranno distrutti da un incendio (Ragnarök).
Wagner trae molta parte della sua ispirazione da “La canzone dei Nibelunghi” (Nibelungenlied), un poema epico redatto da un autore anonimo tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, basato su temi eroici germanici precristiani (la Nibelungensage), che includevano vicende storiche realmente accadute fra il V e VI secolo, con echi riguardanti anche la letteratura mitologica norrena (I Canti dell’Edda), l’antica lingua e cultura proveniente dalla Scandinavia, vicina al norvegese antico e all’islandese.
Come vedremo nel proseguimento della tetralogia, Wagner, nelle pieghe del suo libretto, riverbera la filosofia di Marx e di Feuerbach, intriso alla fine con il pensiero pessimista di Schopenhauer.
Già nell’Anello del Nibelungo sono presenti i celebri leitmotiv che caratterizzano la musica del compositore tedesco, temi che si associano a personaggi e stati d’animo in un coacervo di melodie che, nel corso della tetralogia, con il conseguente approfondimento degli strumenti musicali, si amplificheranno sempre più, con esiti di eccezionale emotività per l’ascoltatore (l’orchestra diventa una sorta di rimembranza del coro della tragedia greca); non per niente, tra la composizione del prologo e l’ultima giornata del ring intercorrono diversi anni.
“L’Oro del Reno”, come abbiamo visto dalla trama, risulta alla fine una grande fiaba spruzzata di rimandi fantasy, e il regista scozzese David McVicar sceglie appunto di “raccontarci” una fiaba popolata da esseri soprannaturali, che sono pervasi da sentimenti diversificati: solo il nano Alberich è proposto come personaggio sempre malevolo.
Le scene dello stesso McVicar e di Hannah Postlehwaite collocano la vicenda in un luogo mitico imprecisato, dominato da una doppia scala ruotante che conduce al Wahalla. All’inizio però sono tre grandi mani rotanti ad invadere la scena in cui vivono le tre ondine, a cui le luci di David Finn infondono riflessi acquei dorati.
L’oro è rappresentato da un performer con maschera d’oro che si muove attraverso le coreografie di Gareth Mole. Le mani, simbolo di potere, sono una delle chiavi di lettura del regista, presenti fin dall’inizio sul velario che viene posto poi ad ogni cambio scena; su di esso si staglia una mano nera circondata da un enorme cerchio-anello. Torneranno poi nella costruzione dei due giganti, che appaiono su trampoli con due grandi maschere, rievocando un immaginario che ci ricorda il Bread and Puppet Theater.
Buona parte del felice esito di questa rappresentazione è legata all’accesa fantasia dei costumi di Emma Kingsbury: Alberich come un piccolo mefistofelico diavoletto, che ad un certo punto si strappa violentemente le corna; Loge, in nero con un copricapo rosso fuoco, si muove con circostanza, con i servi di scena che gli fanno le ali; Wotan, austero con gonna, corazza e lancia; Donner e Froh, i fratelli di Freia, agghindati in modo eccentrico, con il secondo che indossa un vestito femminile di foggia settecentesca di verde sgargiante.
Nella rotazione delle scale appare ad un certo punto un grande teschio dorato, simbolo del Nibelheim, da cui escono con un ottimo uso del teatro di figura un drago e un rospo.
Ben caratterizzati i Nibelunghi-bambini, simili ai nani di Biancaneve, intenti sempre a lavorare per Alberich, con l’oro che gettano nella bocca enorme del teschio. Del resto le fiabe ritornano anche nei sotterfugi che usano Wotan e Loge per incastrare il nano malefico, tanto simili a quelli utilizzati dal Gatto con gli Stivali per sconfiggere l’orco.
Lo stesso teschio poi si presenta come maschera dorata composta da blocchi, sotto la quale viene nascosta Freia.
Erda, la madre terra, appare da un antro che si apre sotto la grande scalinata come una vecchia maga dai capelli bianchi con un grande mappamondo.
Nel finale gli Dei salgono la scalinata preceduti da Donner che, attraverso il suo mantello, provoca un lampo che trascolora tutto. Nella narrazione del tutto, un ruolo visivo hanno mimi e ballerini (le coreografie sono di Gareth Mole con l’ausilio del maestro di arti marziali e preparazioni circensi David Greeves), che accompagnano le azioni dei personaggi reggendo i meccanismi delle apparizioni.
Alla fine, dunque, un “Oro del Reno” dalla forte resa visiva, a cui forse avrebbe giovato anche una maggiore vivacità di accenti nei vari momenti in cui la storia si dipana e nella caratterizzazione dei personaggi. Abbiamo comunque assistito a uno spettacolo godibile, vista anche la difficoltà nel mettere in scena credibilmente una storia con un immaginario tanto variegato.
Quasi tutta la vocalità del prologo verte sui personaggi di Wotan, Alberich e Loge. Michael Volle è un Wotan dalla forte presenza scenica, pervaso sempre da feroci dubbi, non sempre reso – soprattutto verso la fine – da una vocalità del tutto confacente.
Il baritono islandese Ólafur Sigurdarson è il migliore della serata, caratterizzando in modo efficace un Alberich rozzo e malevolo, mentre il Loge del tenore austriaco Norbert Ernst ben esprime, anche con il canto, il carattere mellifluo e pieno di ambigui sottointesi del suo personaggio.
La conduzione dell’orchestra, affidata al britannico Alexander Soddy, che dopo la sostituzione di Christian Thielemann si alterna sul podio con la direttrice australiana Simone Young, cerca, in sintonia con la regia, un giusto equilibrio tra la sottolineatura musicale degli avvenimenti narrati e l’impetuosità delle atmosfere in campo. E ci è sembrata nel complesso adeguata all’ardua impresa dell’opera proposta, anche se siamo di fronte alla meno intrigante dal punto di vista musicale all’interno della tetralogia wagneriana.
Das Rheingold (Der Ring des Nibelungen)
Richard Wagner
Direttrice (28 e 31 ott.; 3 nov.) SIMONE YOUNG
Direttore (5, 7 e 10 nov.) ALEXANDER SODDY
Regia DAVID MCVICAR
Scene DAVID MCVICAR
e HANNAH POSTLETHWAITE
Costumi EMMA KINGSBURY
Luci DAVID FINN
Video KATY TUCKER
Coreografia GARETH MOLE
Maestro arti marziali / prestazioni circensi DAVID GREEVES
Cast
Wotan Michael Volle
Donner Andrè Schuen
Froh Siyabonga Maqungo
Loge Norbert Ernst
Alberich Ólafur Sigurdarson
Mime Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
Fasolt Jongmin Park
Fafner Ain Anger
Fricka Okka von der Damerau
Freia Olga Bezsmertna
Erda Christa Mayer
Woglinde Andrea Carroll
Wellgunde Svetlina Stoyanova
Flosshilde Virginie Verrez
durata: 2h 30′
Visto a Milano, Teatro alla Scala, il 7 novembre 2024
