Tra realtà e sogno, nella Penombra del primo mattino

Penombra del primo mattino
Penombra del primo mattino
Corrado Scalia e Lara Brucci (photo: Adolfo Trinca)

In questi tempi durissimi per la scena romana, il piccolo Teatro Arvalia ospita la seconda edizione della rassegna Ubu Rex, a cura del Consorzio Ubusettete, contenitore che vede il debutto di “Penombra del primo mattino”, nuovo testo di Fabio Massimo Franceschelli, qui anche regista.

Senza dubbio tra le voci più interessanti della nuova drammaturgia, con “Totem”, “Terzo Millennio” e “Appunti per un teatro politico” Franceschelli e la sua compagnia OlivieriRavelli_Teatro aveva intrapreso un piccolo viaggio attraverso le dinamiche e le logiche dell’Assurdo.

Con i tre spettacoli citati Franceschelli aveva davvero tastato il polso di quell’ambientazione, affrontando coraggiosamente tutti gli illustri predecessori e facendo della loro eredità il capitale per un investimento rischioso, finendo per guadagnarci, rendendoci lieti di accogliere quello che a tutti gli effetti è un autore, ancor prima che un regista.


Fin dal foglio di sala l’autore inquadra questo nuovo lavoro in una volontà di rottura con il percorso precedente, una “virata”, si legge, che modifica del tutto l’ambientazione, conservando di quello spaesamento già sperimentato quanto basta per trasformare la realtà in un sogno bislacco, nero, dai ritmi sballati. E ben lontano dalla comprensione diretta.

La storia. Un ex fuoriclasse del calcio, strappato troppo presto alla carriera da un grave infortunio, sfoga la propria rabbia sulla famiglia, mandando a morire in circostanze dubbie le due mogli e terrorizzando un figlio e una figlia, tra i quali, per autodifesa, nascerà un amore incestuoso.

Così come non lo faremmo per un film di David Lynch (chiamato direttamente in causa nelle note di regia) non andremo qui ossessivamente in cerca di uno svolgimento lineare, perché stavolta Franceschelli vuole accompagnarci dentro la vicenda passando dalla porta di servizio.
La sperimentazione drammaturgica è dichiarata dal principio: l’intento è quello di raccontare una storia che, nella parte finale, volti le spalle al proprio stesso senso, dimostrando che lo spostamento geometrico di alcuni particolari è sufficiente per distorcere la visione al punto da cancellare il confine tra realtà e sogno. Questo perché al centro del dibattito poetico e immaginativo resta l’eterna domanda: “chi sono io?”, declinata in questa sede in una forma che è a metà tra la risposta che dava Arthur Rimbaud (“Io è un altro”) e quella riflessione un po’ frivola, un po’ inquietante secondo cui “poteva accadere a me”.

Formalmente parlando, dal riferimento a Lynch è assolutamente impossibile prescindere, anche solo perché la struttura drammaturgica è identica a quella di certe sue opere, stesso il rovello, stessa la tesi, sottilmente poetica, secondo cui potremmo star vivendo solo una delle migliaia di vite parallele.
Nel considerare la realtà come una materia del tutto elastica, pronta a curvarsi sotto ogni leva impressa dall’autore, sta il senso stesso del ragionare sulla dimensione onirica: gli eventi accadono e si influenzano in quel preciso modo solo perché in quell’ordine li stiamo osservando. Se avessimo la possibilità di agire su quell’ordine, a variare non sarebbero solo l’andamento e l’epilogo dei fatti ma, di conseguenza, anche il messaggio che essi si portano dietro.

Era accaduto altrove, ci viene in mente in particolare il progetto “Motel” del Gruppo Nanou, che il teatro facesse l’amore con il cinema onirico, con gli ottimi risultati garantiti da un rigore formale, visivo e performativo e da una riflessione chiara su corpo e luce come campo d’azione per emozioni e relazioni di dialogo, ma bisogna riconoscere che un esperimento simile sulla drammaturgia di parola è un azzardo encomiabile.
Tuttavia, perché il gioco riesca, è condizione imprescindibile un progetto chiaro sul testo e, soprattutto, sull’interpretazione. Sembra di avvertire nelle intenzioni del regista un’accelerata sui toni “da fiction” per quanto riguarda i due fratelli, contro i quali si oppone, a contrasto, l’intervento a gamba tesa di due personaggi estranei, apparentemente in grado di manovrare la deriva onirica della vicenda. Eppure questi ultimi (Claudio Di Loreto e Francesca Guercio) risultano di gran lunga più efficaci e a loro agio nel feeling reciproco e nella recitazione, mentre gli altri annaspano in uno stile che da un lato non riesce ad essere del tutto naturale, dall’altro non è abbastanza sopra le righe da innescare la caricatura del dramma familiare serioso e senza speranza.

Nonostante gli ottimi dialoghi, l’aspetto visivo (di per sé importante) rischia la didascalia e alcuni ritmi non riescono a trovare una collocazione davvero matura, a cominciare dalla struttura un po’ troppo sbilanciata (tre atti “lineari” più uno solo di rottura). Se davvero si vuole rappresentare l’opportunità onirica e ironica acquattata dietro ogni evento e coglierla con un semplice salto sul binario adiacente, l’impianto della storia deve tenere viva una tensione fatta, se non di una trama realmente noir, almeno delle dinamiche di rapporto che la sottendono, soprattutto in questa frontalità forse troppo intellettuale a cui mancano gli elementi di cui l’arte cinematografica dispone per costruire il ritmo: movimento di macchina e montaggio.

PENOMBRA DEL PRIMO MATTINO
drammaturgia / regia: Fabio M. Franceschelli
interpretazione: Francesca Guercio, Lara Brucci, Corrado Scalia, Claudio Di Loreto, Davis Tagliaferro
voci fuori campo: Marco Fumarola, Claudio Di Loreto
disegno luci: Marco Fumarola
progetto grafico: FineDesign
produzione: Ass. Cult. amnesiA vivacE – Ass. Cult. Figli di Hamm
distribuzione: Consorzio Ubusettete
durata spettacolo: 1h 24′
applausi del pubblico: 2′ 08”

Visto a Roma, Teatro Arvalia, il 17 marzo 2011

5 Comments

  1. says: Daniele Timpano

    Ok, scusa però a me soprattutto il secondo quadro, quello con i veterani Di Loreto e Guercio, se non di rottura, pareva abbastanza di scarto, non pienamente inserito nella linearità che attribuisci a tutti e tre i quadri, prima del quarto, non credo fosse solo per la qualità/tipologia della recitazione…

  2. says: sergio LG

    forse non ho capito: intendi che secondo te non avrebbe dovuto essere di scarto o che doveva esserlo e io non l’ho notato? Perché secondo me la scena con Di Loreto/Guercio prima del quarto atto era di scarto eccome e anche piuttosto efficace. In quel caso loro secondo me erano giusti e la scena funzionava. Anche rispetto alla linearità della storia, quella scena non mi sembra la rompesse del tutto, gettava solo l’ipotesi che potesse trattarsi di un sogno, ma di per sé non era del tutto surreale.

  3. says: Fabio M.Franceschelli

    questa recenzione completa quella di Andrea nel senso che ambedue concordate su un più massiccio intervento di scrittura scenica, in particolare nel secondo atto, al fine di portare al massimo lo spaesamento (per Andrea) e l’aspetto onorico (per te).
    Sì, è un consiglio che potrei seguire, a prescindere dalla disponibilità di “mezzi” di cui diceva Andrea.
    Eppure non è che non l’abbia pensato in fase di prova. Il mio intervento maggiore in termini di scrittura scenica è stato in quelle tre scene che nel testo vengono raccontate in didascalia ma non esplicitate attraverso il dialogo: all’inizio il risveglio di Marco, nel terzo atto la scena dello stupro, nel quarto la scena della violenza in famiglia fuori campo. Per tutto il resto ho trovato giusto che ha parlare fosse solo il testo, e nient’altro, e da regista ho fatto unpasso indietro.
    Il mio “esperimento” in direzione dello spaesamento è stato questo, ricercarlo principalmente attraverso il testo.
    Sono ancora convinto che il testo da solo può farlo, ma mi rendo anche conto che la storia è terribilmente complicata e che se i dialoghi seminano segni in quella direzione, non è comunque facile coglierli, ci vuole un’attenzione al testo e ai dialoghi ben più alta di quanto oggi il pubblico sia disposto a concedere.
    Il quarto atto ad esempio è un ribaltamento rigorosamente geometrico dei primi tre ma se uno non ha prestato la massima attenzione a quanto accade e a quel che si dice nei primi tre questo ribaltamento non lo coglie, coglie solo un confuso rimescolamento di carte. Anche il secondo attoè chiaramente onirico, ma questo aspetto lo suggerisce chiaramente il testo e non mi è proprio passato per la mente di intervenire da regista per sottolineare ciò che mi sembrava già tanto chiaro.
    Comunque i vostri consigli (tuo e di Andrea) sono e saranno molto utili.
    Riguardo gli attori non concordo assolutamente: 5 attori perfetti. E aggiungo che mi sono scocciato di questo snobismo/razzismo nei confronti di stili recitativi diversi da quelli “standard”. Recitare è come suonare e le cose migliori che la musica produce risiedono sempre nei sincretismi e nelle fusion (questa battuta, caro Sergio, non è rivolta tanto a te quanto al mondo intero).
    🙂 grazie per la tua analisi e ciao.
    Fabio

Comments are closed.