Da Auschwitz all’America. Teatro del Simposio racconta il pugile Hertzko Haft

I protagonisti de Il ring dell'inferno (photo: Luca Pradella)
I protagonisti de Il ring dell'inferno (photo: Luca Pradella)

Nei maledetti lager tedeschi c’era chi prendeva a pugni la morte. Nella logica di spogliazione della propria e altrui umanità messa in atto dalle SS, figuravano i combattimenti tra pugili ebrei. Secondo un rituale macabro risalente ai popoli antichi (si pensi ai giochi gladiatori dei Romani) queste gare contemplavano la morte del perdente.

Così l’ebreo polacco Hertzko Haft sopravvisse alla Shoah: combattendo ad Auschwitz in incontri-spettacolo cruenti che erano il divertimento dei soldati di Hitler. Sul ring, “Harry la bestia” – così fu soprannominato – salvò la propria vita ma lasciò la fede, l’umanità e la pietà. Una volta libero, andò in America, cambiò nome e diventò un peso massimo tra i più forti del mondo. Finché non incrociò il campionissimo di origini italiane Rocky Marciano, che pose fine alla sua carriera.

La storia vera di Hertzko Haft è stata riproposta allo Spazio Avirex Tertulliano di Milano, in occasione del Giorno della Memoria, dal Teatro del Simposio, nello spettacolo “Il ring dell’inferno”. Una storia tragica di rabbia e violenza, di privazioni e sofferenze. Con il tarlo assassino dell’antisemitismo.
I match, senza regole né arbitri, non prevedevano il gong; potevano durare all’infinito, fino a sopraggiunta morte di uno dei boxeur.

Francesco Leschiera ambienta il soggetto, riscritto drammaturgicamente da Antonello Antinolfi e Giulia Pes, in uno spazio che odora di cuoio e tabacco, tra poltrone vintage, ferro spinato, valigie, guantoni, svastiche e stelle di David.
La struttura, la grammatica stessa dello spettacolo, è cinematografica. Cinematografica non tanto per il documentario iniziale dedicato a Hitler, proiettato sulla scena (il documentario è una sorta di vestibolo che accompagna l’arrivo degli spettatori). A essere cinematografico è soprattutto l’intreccio della storia, che parte con il protagonista in America alla vigilia del match con Marciano e poi, con un lungo flashback, ne ripercorre la biografia: dall’infanzia difficile all’innamoramento per la bellissima Leah, alla deportazione nel lager. Cinematografico è il montaggio in parallelo che alterna situazioni e personaggi, narrazione fuori campo, monologhi e dialoghi, soliloqui notturni e vita nel lager, realtà e immaginazione. Cinematografiche sono le nuvole di fumo da sigaretta nel preambolo, le luci notturne a tratti lattiginose, le lettere d’amore tra i protagonisti, un po’ mimate un po’ animate con uno stile da graphic novel.

In tutto ciò è apprezzabile la drammaturgia pulita, piana, lineare di Antinolfi, senza orpelli né dilatazioni. I tre attori in scena (Ettore Distasio, Giulia Pes, Ermanno Rovella) sono abili a giostrare tra una recitazione icastica, a tratti sovrabbondante, e parti narrative meditate e solitarie.
I passaggi romantici esorcizzano la perfidia dilagante. In una scena surreale i due innamorati Leah ed Hertzko superano la quarta parete e scendono in platea. E così gli spettatori diventano muro umano.

Hertzko uccide per non morire. Il ricordo dell’amore è l’ultimo brandello di verità, appiglio per non sprofondare. Ma l’amore è baluardo salvifico effimero. Viene in mente l’“Adelchi” di Manzoni: «Loco a gentile / ad innocente opra non v’è: non resta / Che far torto, o patirlo. Una feroce / Forza il mondo possiede, e fa nomarsi / Dritto: la man degli avi insanguinata / Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno / Coltivata col sangue; e omai la terra /Altra messe non dà».

Uno spettacolo utile, perché narra un personaggio reale con le sue contraddizioni e i mille nodi irrisolti. Una pagina di storia sconosciuta e terrificante. Forse evitabile il documentario introduttivo incentrato su Hitler, che rischia di essere presentato come una sorta di gigantesca incarnazione del male assoluto.
Il Giorno della Memoria ha senso nella misura in cui superiamo i meccanismi di rimozione e autoassoluzione, e ci ritroviamo di fronte alle nostre molteplici identità: potenziali eroi capaci di abbracciare le cause più elevate; esseri umani mediocri, esposti all’indifferenza e all’abiezione.

IL RING DELL’INFERNO
liberamente ispirato a una storia vera
drammaturgia Antonello Antinolfi e Giulia Pes
con Ettore Distasio, Giulia Pes, Ermanno Rovella
regia Francesco Leschiera
scene e costumi Paola Ghiano e Francesco Leschiera
luci Luca Lombardi – elaborazioni sonore Antonello Antinolfi
scenografie Digitali Dora Visual Art – assistente regia Alessandro Macchi
produzione Teatro del Simposio

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 2’ 35”

Visto a Milano, Spazio Avirex Tertulliano, il 28 gennaio 2018

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