Da Ponte di Pino a Leschiera, la delusione degli esclusi dai fondi per Milano è viva

Dall'alto a sx: Ponte Di Pino, Oliva, Calimani e Leschiera
Dall'alto a sx: Ponte Di Pino, Oliva, Calimani e Leschiera

Orfano di Del Corno, il teatro milanese cerca nell’assessore Tommaso Sacchi un interlocutore credibile: Alberto Oliva lo promuove con riserva, Ponte di Pino lo rimanda. Il rammarico di Gaia Calimani (MTM) e Francesco Leschiera (Teatro del Simposio) per le bocciature

La sensazione di una lontananza delle istituzioni dal teatro milanese periferico. Dopo l’annuncio che Filippo Del Corno avrebbe abbandonato l’assessorato alla Cultura, c’era il timore che qualcosa potesse peggiorare a Palazzo Marino, malgrado la rielezione a sindaco di Beppe Sala. Del vecchio assessore apprezzavamo la presenza, l’ascolto, la conoscenza capillare di ogni singola realtà teatrale: mai un discorso rituale, mai una celebrazione di facciata.
Dopo Del Corno “cornuti e mazziati”, si potrebbe dire. E di Sacchi (una volta a Milano si chiamavano così le banconote da mille lire) sempre troppo pochi.

La pandemia è stata una iattura per i piccoli teatri milanesi. I finanziamenti del PNRR per le periferie erano attesi come una manna rigenerante. Ma a molti non è arrivato neppure un centesimo. Invece sono stati finanziati alcuni grandi teatri, come La Scala e il Piccolo.
A occuparsi del caso anche “Il Giorno”, con i corsivi di Diego Vincenti e Alberto Oliva. Quest’ultimo, nella sua rubrica “Anime nascoste”, si chiedeva: «Siamo sicuri che sia questo il risveglio delle periferie? Sarebbe questa la partecipazione dei territori dal basso? I dubbi aumentano se si scopre che gli operatori culturali della città erano all’oscuro degli esiti del bando fino alla sera precedente la conferenza stampa, cui ovviamente nessuno di loro è stato preventivamente invitato. Si chiede loro di immaginare progetti da 15.000 – 45.000 o 90.000 euro da svolgersi in estate e si dà loro conferma o smentita del buon esito della domanda il 30 giugno? Praticamente impossibile cominciare adesso un progetto per i mesi estivi, con la serenità del finanziamento confermato. Quindi ecco che i generosi operatori culturali milanesi si sono visti costretti a cominciare a organizzare le attività prima di sapere se sarebbero state coperte dal finanziamento, oppure a far rientrare nel bando attività che avrebbero svolto comunque e per le quali questi soldi non sarebbero stati decisivi. In entrambi i casi, un fallimento della macchina pubblica».

Intervento irreprensibile. Eppure proprio Oliva, sui social, è stato tra i più strenui difensori di Tommaso Sacchi, neoassessore alla Cultura: «Chi conosce la macchina amministrativa – spiega Oliva – sa bene quanto poco possa fare un politico rispetto alla scelta dei vincitori di un bando. Diciamo chiaramente che è stato il Ministero a decidere che quei due milioni e mezzo di PNRR dovessero andare a chi è già finanziato dal Fus. Sono parametri che escludono le piccole compagnie e chi non è abbastanza strutturato. Nel bando “Milano è viva” sono evidenti i connotati paternalistici per cui il centro invade le periferie. Ma ne è responsabile il ministro Dario Franceschini. Sacchi, per quanto gli competeva, ha provato ad allargare le maglie. Il che non esclude che i funzionari del Comune abbiano potuto commettere degli errori».


Dunque, per Oliva, eventuali critiche andrebbero indirizzate ai funzionari comunali e al ministro. Ci risulta tuttavia che Palazzo Marino abbia incoraggiato la partecipazione di Scala, Piccolo e Triennale al bando, forse per avvalorarne l’iniziativa e darle prestigio. L’obiettivo di Sacchi sarebbe di dare visibilità al bando di modo che possa essere rinnovato e diventare strutturale. Ma se così fosse, come escludere anche in futuro il rischio che a banchettare siano i soliti ricchi, e che i piccoli debbano accontentarsi delle briciole? E soprattutto, con la caduta del Governo Draghi, chi ci dice che i finanziamenti del PNRR ci saranno ancora?

Forse Sacchi dovrebbe sottrarre tempo alle sale da concerto e confrontarsi con l’anima nascosta dei teatri milanesi.
Quest’ultima è rappresentata anche da Oliviero Ponte di Pino, voce critica tra le più lucide del panorama culturale italiano. Anche lui ha partecipato, senza successo, al bando con ateatro.it: «Il progetto era frutto della nostra riflessione sulle trasformazioni della cultura e del teatro in questi anni. Cultura nelle periferie non vuol dire colonizzare le periferie, bombardare i “povery” con spettacolini e concertini delle cattedrali culturali, dall’alto al basso. Sappiamo che la cultura – e lo spettacolo dal vivo – sono anche occasione di conoscenza di sé, di incontro, di partecipazione, di emancipazione, di riqualificazione territoriale, di creazione di cittadinanza, a partire dalle realtà che operano nei quartieri e con i cittadini. Dal basso in alto. È la visione che ispira da anni le politiche culturali della Unione Europea, che a Milano viene praticata da molte realtà attive nei quartieri. Ma è un’evoluzione che le nostre istituzioni politiche e culturali faticano a capire. Con il nostro progetto, avremmo voluto far conoscere alcune realtà che, non solo a Milano, lavorano in maniera creativa in questa direzione. Queste esperienze avrebbero dovuto costituire la base per una riflessione pubblica su una prospettiva di azione culturale e politica che sta arricchendo il nostro spazio pubblico».

Belli anche altri progetti. Che tuttavia non hanno persuaso il Comune. Ad esempio, quello elaborato da Gaia Calimani, presidente di MTM: «Con il teatro Leonardo, oltre la Circonvallazione, avevamo previsto un mese d’attività coinvolgendo Spazio Lambrate, Museo del Fumetto, la scuola di Grock e quattro librerie. Un progetto tutto al femminile intitolato “Viva. Le ragazze raccontano”. Teatro, poesia, danza, al prezzo politico di 5 euro. Avevamo coinvolto le scuole del territorio. Avevamo previsto un seminario gratuito di una settimana per adolescenti, con la restituzione finale per i genitori. Il Comune ci aveva incoraggiato e ha approvato il nostro progetto, ma con una valutazione non abbastanza alta da permetterci di accedere ai finanziamenti. Abbiamo incontrato l’assessore, ma il risultato è stato deludente: non ci sono state prospettate soluzioni alternative, magari extra budget. Forse la selezione è finita in mano a professionisti validi e imparziali, ma che non conoscono a fondo la realtà milanese. Diversamente non si spiega la bocciatura di Atir, Linguaggicreativi e Contraddizione, il cui impegno per le periferie è noto. Il nostro progetto è saltato e non ci sono strategie di recupero. Ho dovuto avvisare gli artisti e gli operatori coinvolti a uno a uno. Partecipare al prossimo bando? Ci penseremo. Non abbiamo l’inclinazione a essere umiliati».

Se per teatri importanti come MTM l’esito del bando è stato una mannaia, ancora più dura è la sentenza per le compagnie più piccole. È il caso di Teatro del Simposio, guidato da Francesco Leschiera: «Siamo avviliti. Abbiamo avuto poca visibilità negli ultimi tempi, e per la prossima stagione non abbiamo neppure una data in cartellone. Abbiamo perso anche il bando Cariplo. Ma non molliamo».
Il progetto di Leschiera per “Milano è viva” partiva da lontano. Lo scorso anno il Simposio aveva battuto le periferie con Omero e l’“Odissea” a bordo di un pulmino giallo, e un progetto chiamato Yellow bus. «Quest’anno avremmo voluto portare in giro una riscrittura di Shakespeare a bordo di una 2 Cavalli, con un’associazione che si occupa di street art e arte figurativa. L’idea era di incoraggiare i presenti a dipingere su delle pareti portate da noi».
Secondo Leschiera, il bando “Milano è viva” avrebbe dovuto premiare le realtà artistiche che già operano nelle periferie. Senza un budget uguale per tutti. «È stato spiacevole selezionare teatri come la Contraddizione e poi non finanziarli per esaurimento dei fondi. Mi chiedo se abbiano premiato Piccolo e Scala perché sono nomi di richiamo, e quindi ritengono che questo porti il teatro a spettatori che alla Scala o al Piccolo non ci sono mai stati. Mi faccio le domande, ma non so darmi risposte. In tanti si stanno lamentando, ma ognuno pensa al proprio orticello. Infatti chi ha vinto non interviene nella discussione».

Anche noi ci poniamo delle domande. L’individualismo è un problema serio del nostro teatro. Ma sappiamo che le coperte corte generano spesso invidie, livori, guerre tra poveri. Altre domande vorremmo porle all’assessore Sacchi. Abbiamo provato a contattarlo. Urge una risposta, altrimenti alcune parole usate da Leschiera (giallo, odissea, contraddizione) ci serviranno a tratteggiare i contorni di una vicenda indecifrabile.

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