Sei performer, metronomi e leggii per uno spettacolo che incrocia metafisica, filosofia e matematica
L’abbiamo visto, rivisto e ascoltato. Ha debuttato alla Biennale Teatro di Venezia nel giugno 2026, è transitato poi ad OperaEstate Festival di Bassano del Grappa, ed è stato in cartellone al Piccolo di Milano per una settimana all’inizio di ottobre, andando contestualmente in onda per la trasmissione “Il teatro di Radio3”.
A dispetto di altre recensioni, siamo senza riserve entusiasti di “Tacet”, un piccolo gioiello abbozzato da Jacopo Giacomoni e raffinato nella fucina della Biennale College 2024-25, in particolare nella sezione Drammaturgia Under 40: un merito va alla direzione artistica di Ricci/Forti che, non solo ha affidato il giovane drammaturgo al “tutoraggio” di un senior come Davide Carnevali, ma soprattutto ha avuto la lungimiranza di promuovere la collaborazione con la regista Silvia Costa, che ha generato un’atmosfera visiva e sonora riccamente suggestiva. Il testo finale si è quindi già distinto nel 2025 vincendo il Premio Riccione per il Teatro.
Tanto sul piano estetico, quanto su quello contenutistico, siamo di fronte ad un dispositivo non convenzionale, che richiede – e al tempo stesso sollecita – l’attivazione di una sensibilità capace di ascolto: del detto e del non detto, del visibile e dell’immaginifico; un ascolto soprattutto intimo.
Tacet è l’espressione che, nelle partiture musicali per orchestra o coro, indica che uno strumento o una voce debbano restare in silenzio. Se uno degli spunti da cui Giacomoni ha preso le sue mosse è stato domandarsi «che cos’è un silenzio sulla scena? e soprattutto, cosa accade quando si sta in silenzio insieme al pubblico», si è di fronte al paradosso che questo spettacolo, che intendeva parlare di silenzio, non potesse che farlo calare (il silenzio) soltanto alla fine. Infatti, la vera sfida è stata cercare di rappresentarlo – a parole, suoni, corpi – e far interrogare il pubblico su di esso.
Ma di quale silenzio stiamo parlando? La prima declinazione è quella rituale e sociale, politica in ultima analisi. Ed è questo uno degli aspetti più apprezzabili di quest’opera: la capacità di parlare del nostro tempo presente senza nominarlo e senza riferimenti spiccioli o didascalici.
Il primo dei quattro capitoli di cui la partitura scenica è composta si intitola “Coro” e indaga la pratica del minuto di silenzio. La sua istituzione non a caso risale al primo conflitto mondiale, dopo l’esperienza di una guerra dai risvolti inediti, totale e iperbolicamente distruttiva, non più confinata ai campi militari ma dilagata nello spazio quotidiano dei civili.
Così entra in scena un minuto di silenzio: è Silvia Costa ad incarnarlo, vestita di nero, e a scandire il suo scorrimento con 60 passi che si ripetono costanti ed inesorabili attorno ad una circonferenza centrale.
Sulla linea di fondo palco, cinque interpreti, tra cui Jacopo Giacomoni, seduti in abiti chiari e piena luce di fronte ad un leggio, dapprima creano una colonna sonora con gesti corporei o vocalizzi per ciascuno differenti; poi cominciano a raccontare a turno vicende tra loro parallele per frammenti interrotti e poi ripresi: sono le storie di innumerevoli minuti di silenzio, che tra loro non hanno nulla a che fare e che tuttavia in questo intarsio riecheggiano di risonanze.
Gli esempi sono tratti da tutto il mondo e dalle situazioni più disparate, dallo stadio alla Duma, mettendoci a confronto anche con occasioni divisive come la commemorazione della morte di Berlusconi o quella di Andreotti.
Questo coro è quindi composto da silenzi che si passano la parola e forse si inseguono l’uno con l’altro, come le tracce di sangue di cui è macchiata la Storia: ci si presentano qui, una dopo l’altra tra mille altre omesse e, per quanto non manchino passaggi comici, l’effetto non può che essere di un naufragio.
“Il Museo dei Silenzi” è il titolo del secondo capitolo, capace di riverberarsi retrospettivamente anche sulla prima parte. Dei tanti minuti di silenzio che abbiamo osservato nella nostra esistenza, quanti davvero sono stati custoditi? Quanti sono stati vanificati? La lingua spagnola sembra risolvere questa evanescenza ricorrendo al termine guardar, che contiene entrambe le accezioni di osservare e custodire.
In questo secondo quadro la scena si anima, ed è attraversata dai corpi che tentano di offrire la prima rappresentazione fisica del silenzio, evocandolo con parole, movimenti, oggetti. Si annoverano altri silenzi iconici, come quello leggendario quanto disorientante di Kurt Cubain nel corso del live all’MTV Unplugged del 1993; quello ricordato da T.S. Eliot che ricostruì l’incontro nell’oltretomba tra Didone ed Enea che l’aveva abbandonata e a causa del quale si era suicidata; oppure quello che circonda la testa di Beethoven, stando alle parole di Derek Walcott nella poesia “Endings”, quando tutto sta per svanire.
La verità che prende parola tocca forse la nostra paura del silenzio, di quel vuoto in cui si rischia di precipitare e che assomiglia così tanto all’abisso dell’irreparabile, della morte: il silenzio rivela il rumore della nostra impotenza.
La partitura poi procede omaggiando chi ha reso il silenzio opera d’arte, dispositivo interattivo e spettacolo: John Cage. Si rievoca la sua visita alla camera anecoica di Harvard, da cui uscì con la smentita che il silenzio assoluto esistesse: lo abitano i suoni del nostro corpo e della sua impercettibile fisiologia.
Quanto faticoso possa essere convivere con il silenzio e l’osservazione di ciò che in esso accade, di ciò che a noi accade, viene dimostrato ricordando un concerto dello stesso Cage, che portò il terzo movimento di “Empty Words” al Teatro Lirico di Milano nel 1977: un’elaborazione musicale del “Diario” di Henry David Thoreau che puntava alla rarefazione del testo spogliandolo delle sue parole, fino ad intervallare qualche sillaba a lunghi silenzi. Le reazioni furono perlopiù sarcastiche e violente, accomunate dall’attivazione nel pubblico di una serie di domande che diversamente non si sarebbero mai posti. Tra queste forse mancava proprio quella che riguarda l’inaccettabilità del silenzio.
Passano, a piede libero e inosservati invece altri silenzi, che si modulano su scale temporali diverse: durano anni, secoli, ere geologiche, come la fossilizzazione o le trasformazioni ambientali.
L’ultimo capitolo, “Immagine residua”, è un climax di intensità verso la dichiarazione di intenti degli autori. Volendo evitare lo spoiler, ci si può limitare a dire che proprio da lì acquista un significato ulteriore l’esperienza attraversata dal pubblico: quella di essere stati in silenzio ed in ascolto, l’uno accanto agli altri, insieme; ed aver vissuto un tempo che forse, come l’acqua, trasformandosi in altro come il mare e la pioggia, tornerà indietro.
La drammaturgia non lineare e ad incastro tiene ed incanta. Ricorda “Ashes” dei Muta Imago, ma Jacopo Giacomoni ha altri riferimenti: la graphic novel “Here” di Richard McGuire, ci confessa, che «sovrapponendo diversi frammenti temporali su uno stesso spazio, crea in sostanza una poesia dell’accostamento, una sincronicità, che avrei sempre voluto “tradurre” sul palcoscenico».
Si riconoscono alcune cifre già consolidate nella poetica di Giacomoni, tra i fondatori e coregista della compagnia Malmadur nata nel 2013 a Venezia: oltre a soggetti che indagano questioni sociali aperte senza pervenire a soluzioni definitorie o consolatorie, la recitazione è monotonale, quasi inespressiva, rendendo ancora più stranianti alcuni momenti dissonanti; il testo, nutrito da fonti che spaziano dalla cultura alta ad altre più kitch, non narra ma procede per elencazione, accostamenti, variazioni di motivi di base, con innesti che risultano ancora più ironici perché a-tonali.
Il ritmo che coagula l’esecuzione è stato reso possibile anche da una scelta precisa della regia: il cast «è stato composto scegliendo persone che avevano a che fare con il suono perché il testo è una partitura» commenta Silvia Costa. E così troviamo la sound artist e poetessa Gaia Ginevra Giorgi, ricercatrice attiva trasversalmente nelle arti performative; il danzatore Dylan Guzowski; la performer vocale Elena Rivoltini, formata nel canto lirico rinascimentale e barocco e che oggi esplora le potenzialità drammaturgiche della voce in contesti variegati che comprendono anche la spoken poetry; e infine il sound artist Matto Zoppi, la cui ricerca performativa unisce voce, elettronica, letteratura.
La sensibilità allo spazio sonoro è da sempre una cifra identitaria delle opere dirette da Silvia Costa che, dopo la lunga collaborazione con Lorenzo Tomio, è ora spesso affiancata da Nicola Ratti. Grazie alla sua impronta sonora, l’ambiente scenico si mantiene saturo e al tempo stesso rarefatto. «Non era facile creare un suono per uno spettacolo basato sul silenzio – commenta ancora Costa – Abbiamo deciso che ogni movimento del testo dovesse essere come l’ingresso in una stanza, in cui entrare su un nastro di registrazioni, e che ciascuna stanza avesse connotazioni diverse».
Mentre il testo ha già ottenuto riconoscimenti significativi, merita un’attenzione dedicata la regia di Silvia Costa: la sua cifra si riconosce in particolare nell’attrazione verso un rigore formale geometrico e minimale, all’interno del quale si stagliano più nitidi elementi dalla forte carica evocativa. Il caso più emblematico è l’imponente cerchio sospeso sulla parete di fondo della scena, che rispecchia la circonferenza percorsa e ripercorsa in 60 passi dal metronomo umano interpretato da Costa stessa; quel cerchio incombente quanto una luna in osservazione, quell’unità circolare che sembra tutto assorbire e trasformare, resta una presenza enigmatica ed interlocutoria, anche nella conclusione dove assumerà un ruolo protagonistico.
Giacomoni stesso riconosce che «Silvia è stata molto brava a rispettare il meccanismo abbastanza spietato e molto vincolante del testo e, nel contempo, a giocarci insieme, inserendo le composizioni coi corpi e con la luce, aprendo una dimensione poetica e liminale che alle sole parole era preclusa – ci racconta – Apprezzo molto il rigore che Silvia ha portato lungo tutto il lavoro. Questo testo poteva, nelle mani di un regista meno coraggioso, o più narcisista, rischiare di diventare un sovraffollamento di immagini, di proiezioni, o il pretesto per virtuosismi ed eclettismi attoriali. Silvia è stata invece essenziale e sincera, asciutta, radicale, senza orpelli né piaggerie».
Tacet
drammaturgia Jacopo Giacomoni
regia Silvia Costa
con Silvia Costa, Jacopo Giacomoni, Gaia Ginevra Giorgi, Dylan Guzowski, Elena Rivoltini, Matto Zoppi
musiche Nicola Ratti
disegno luci Andrea Sanson in collaborazione con Isadora Giuntini
vestiti Fabio Quaranta
assistente alla regia Luna Scolari
scenotecnica Alovisi Attrezzeria
foto di scena Luca Del Pia
ufficio stampa Antonella Mucciaccio
produzione La Biennale di Venezia, Cranpi, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Riccione Teatro
Visto a Bassano del Grappa, OperaEstate Festival, il 23 agosto 2026
