Testimonianze Ricerca Azioni 21: la morte come risorsa

Opera bianco (ph: Lorenzo Crovetto)|Claudio Ascoli e Matteo Brighenti|Claudio Ascoli e Marco Triarico
Opera bianco (ph: Lorenzo Crovetto)|Claudio Ascoli e Matteo Brighenti|Claudio Ascoli e Marco Triarico

Testimonianze Ricerca Azioni fuori da Teatro Akropolis fa un certo effetto. Manca la casa, quel luogo deputato della città di Genova, così particolare e caratterizzato che, per undici anni, non ha mai fatto mancare il tetto al prezioso festival ligure.
La rassegna si è infatti auto sfrattata a causa dei lavori che, ad inizio 2022, ridaranno vita a quel teatro garantendo più di una sola sala, più capienza e più opportunità creative. Il gruppo ci tiene a sottolineare che non si farà nessuna stagione, intesa in senso tradizionale e troppo lontano dai loro bisogni artistici ma, di certo, ci saranno maggiori occasioni di spettacolo ed incontro, anche in senso cinematografico.

E così è la sala Mercato del Teatro Modena ad ospitare la dodicesima edizione, che si è svolta a novembre scorso. La direzione artistica di Clemente Tafuri e David Beronio, orgogliosa del Premio Hystrio – Digital Stage 2021, è molto chiara nell’esplicitare la riflessione sulla morte “intesa come componente vitale, non più come tabù ma come risorsa”. E’ questo il tema non solo di Testimonianze ma, in senso più allargato, di tutte le loro opere.

Giovedì 4 novembre siamo in sala per assistere alla prima serata della rassegna. In scena “Jump!” a cura del progetto di ricerca artistica Opera Bianco di Vincenzo Schino e Marta Bichisao, in questi giorni a Roma per un altro festival, Teatri di Vetro.
Muovendosi di continuo nello spazio vuoto del palcoscenico, tre performer, elegantemente vestiti, entrano in scena dalle prime file della platea dando vita ad un dialogo corporeo in movimento costante. Nel silenzio si sentono qua e là le risate degli spettatori che, puntuali, arrivano di fronte alle più classiche e rassicuranti gag clownesche che i danzatori attivano.
La torta in faccia, il rincorrersi senza trovarsi, la caduta come metafora diventano un carillon dell’illusione che ci distrae e ci intrattiene per mascherare, senza volutamente riuscirci, ciò a cui realmente stiamo assistendo.
La regia e la coreografia costruiscono, nell’assenza totale di elementi scenografici, una tesi sul ritmo, sul “vorrei ma non posso” dei protagonisti, che si trovano a far fronte a mille contesti dei quali non sono definiti i contorni. Siamo al circo? Forse. Ma di quel mondo abbiamo solo gli interpreti, e nemmeno tutti. Mancano gli acrobati, i trapezisti e soprattutto manca la magia. I pagliacci sono privati di tutto fuorché dell’assurda condizione di esistere, impossibile senza un luogo da abitare.
I movimenti circolari o di altre geometrie si ripetono costanti mentre cresce l’assenza, l’affanno e la disperazione. Spunta un tappeto rosso e rotondo che i performer si affrettano a srotolare per avere, finalmente, una pista sulla quale esibirsi. Ma è troppo tardi, lo spettacolo è già finito.


La seconda serata del festival rivede in scena “Pragma – Studio sul Mito di Demetra”, che già avevamo visto nel 2018 seppur ad uno step differente.
La performance, della durata di circa quaranta minuti, fa parte di una ricerca sulle origini preletterarie del teatro che Compagnia Akropolis porta avanti dal 2013. E’ il risultato del lavoro operato su fonti greche e sugli studi filosofici di Colli, Kerényi e Nietzsche. Rielaborando frammenti antichi in presenza del corpo in scena, lo spettacolo diventa un vero e proprio rito che si nutre di danze arcaiche e che vuole sottolineare il potere archetipo della visione tragica.

E’ parzialmente dedicata al rito anche la serata dell’8 novembre, che inizia con la performance “Intuition 1” di Riccardo Guratti. Lo spazio è inizialmente vuoto ma non per molto. Il danzatore entra e si muove con una prossemica a cavallo tra una prova senza pubblico e qualcosa di diverso, che scopriamo poco a poco. Non è immediato accorgersi, nelle ripetizioni di movimento del protagonista, che qualcosa si sta componendo.
Esattamente come in un momento di preghiera, il rituale è suddiviso in più fasi. In un primo stadio c’è il tentativo di distruzione della danza, intesa come semplice intrattenimento, da parte del corpo parlante. Nella seconda fase lo spazio viene purificato, pulito dalle impurità, preparato per la costruzione geometrica e simbolica che avrà luogo nell’allineamento di simmetrie e corrispondenze che concluderà il tutto.
Guratti costruisce lentamente, attraverso la collocazione di frammenti di carta dorata sul palco, una sorta di fiore che rimanda ad un mandala semplificato, sui bordi del quale danza attingendo al rinascimentale per arrivare alla liberazione. La scena diventa quello spazio intimo dove il performer guarda e si incontra con lo spettatore, per compiere le azioni insieme. Mentre il protagonista si sposta, si mette in crisi, si dà tempo, si concede il privilegio del vuoto, la sensazione del pubblico è quella di compiere in prima persona le stesse azioni perché l’obiettivo raggiunto di chi è in scena è quello di creare un luogo privato ma allo stesso tempo comune.

La stessa sera Greta Francolini e Chiara Bollettino presentano la breve performance “Annunciazione”.
Un grosso televisore domina la scena, in proscenio, nei primi minuti. Mostra il ciclo produttivo della carne insaccata.
Le due danzatrici entrano quasi in incognito, orizzontalmente al video. L’intento è quello di svelare l’anima che si cela anche nella superficialità delle cose, pur garantendo alla performance un inizio, uno svolgimento e una fine, anche nell’assenza di una storia vera e propria. La vera protagonista è la musica, la sola a bucare la voluta bidimensionalità del contesto. Le due giovani performer si muovono in coppia ma danzano autonomamente, superano la costrizione del palco, percorrono i corridoi delle americane, in alto, si spostano, sempre uguali a se stesse, fino a cadere dal proscenio, immobili, sotto al palco.

Claudio Ascoli e Marco Triarico
Claudio Ascoli e Marco Triarico

“Riflettendo Napule ’70” è invece un documentario che vede come assoluto protagonista Claudio Ascoli, anima dello storico gruppo teatrale napoletano Chille de la Balanza.
Il film, della durata di quasi due ore, è un raffinato lavoro firmato da Marco Triarico e viene presentato a Testimonianze Ricerca Azioni in un incontro-spettacolo alla presenza degli attori della compagnia, del regista e di Matteo Brighenti, che nel video svolge l’importante ruolo di “domandatore”, come specifica lo stesso Ascoli durante il confronto con il pubblico.
Al racconto della nascita della compagnia, proprio negli anni del colera per il capoluogo partenopeo, si affianca un importante affresco degli anni Settanta in Italia, che si sposa naturalmente con il periodo pandemico attuale. Le immagini sono state girate a gennaio 2021, durante la Giornata di resilienza civile del Teatro e dello Spettatore, un evento ideato dai Chille per sensibilizzare le persone sulla necessità della riapertura dei teatri.
Ancora una volta Akropolis riesce a proporre al pubblico, sempre più numeroso e sempre più giovane (a dispetto di un generale invecchiamento delle platee liguri), un’occasione unica e allargata di testimonianze, ricerca e azioni. Silenziosamente e con tanta cura, il gruppo riesce ad offrire ad un territorio complesso una proposta artistica che travalica il teatro per abbracciare tutte le discipline, in particolar modo il cinema, affermato coprotagonista anche nel nuovo spazio che non vediamo l’ora di abitare.

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