Crocco-Miele. Conversazione d’attori con ospiti

Alessandra Crocco nel primo frammento di Demoni

Alessandra Crocco nel primo frammento di Demoni

Varco il portone verde di Palazzo Tamborrino-Cezzi (siamo a Lecce) al crepuscolo di un martedì di luglio. La luce è perfetta per quello che deve accadere. Il rincorrersi di azzurro e rosso nel cielo, che intravedo dalle ampie vetrate oltre l’androne, rende il mio transitare per i disadorni corridoi un attraversamento quasi metafisico fra il mondo di fuori e quello di dentro.
L’insolita ‘stanza d’aspetto’ allestita all’esterno dello storico edificio è già dimenticata e la memoria si dischiude al ritrovamento di ricordi ben più profondi.

In una stanza piccola e buia mi attende seduta Marija. Io devo solo sedermi accanto a lei (mi viene detto) e ascoltare.
Il primo dei tre frammenti del “Progetto Demòni” (l’accento è come nel singolare demònio, non lo sapevo) di Alessandra Crocco e Alessandro Miele, presentato nell’ambito di Teatro dei Luoghi Fest, è un frammento in molti sensi. Non è solo il primo momento di una trilogia che forse condurrà ad una esperienza teatrale più complessa, ma è anche un frammento di me che sola sono (e mi ritrovo) in quella che definirei una ‘conversazione d’attrice con ospite’.
Un esserci inedito che mi riconcilia col teatro e i suoi tempi. Un teatro raffinato, che custodisce nell’anima i tempi della letteratura.

In quei pochi minuti vivo infatti un tempo che trascende oltre misura il momento presente. Lei parla e poi mi parla. Sussurra un canto. Senza preavviso i suoi occhi (neri?) incontrano i miei. L’incontro d’anime narra di un risentimento e di un allontanamento che è di entrambe. La luce di una candela quasi consumata, allestita su di un logorato treppiede in ferro, triangola il nostro stare insieme e diventa molte cose, mentre reciprocamente percepiamo l’una il sentire dell’altra.

Esco da questo primo appuntamento felice (e un po’ meno sola) e non vedo l’ora di incontrare Liza.
Il che accade di mercoledì, con una luce più pomeridiana che crepuscolare. In questo secondo frammento appartengo sempre di più alla narrazione. Sono Nikolaij ed è l’alba dopo una notte d’amore. Sono seduta su una delle poltroncine di un ambiente ottocentesco per nulla disadorno, e questa volta sono io ad attendere. Immagino feste danzanti e un pianista che dà vita allo splendido strumento accanto a me. Le file di volumi nella biblioteca mi ipnotizzano e solo per caso mi accorgo che lei mi sta già osservando da una porta in fondo alla stanza.

Il rifiuto che definiva il primo frammento cede qui il posto alla sensualità, che però è anch’essa abbandonica, come nel riflesso di un abito nero nella coda di un pianoforte…

La paralisi di sofferenza che definisce il corpo nel primo momento diviene lento approssimarsi nel secondo per esplodere in un frenetico movimento nell’ultimo di tre.
Il terzo frammento interrompe l’incantesimo della connessione duale per aprirsi ad una più canonica platea.
Entriamo in dieci nell’ormai familiare palazzo. E con il consueto ‘esprit d’admiration’ saliamo le ampie scale. In lontananza udiamo la voce di Iggy Pop. Ed entrando è Nikolaij che incontriamo. Indemoniato quasi, mentre rincorre il ritmo di “The Passenger”.

Le pareti della stanza sono interamente ricoperte di cellophane mentre il pavimento è nero di un terriccio misto ad acqua.
E’ l’idea madre di questo progetto: quella di un uomo che cade e si risveglia in un deserto di fango. “Non c’è niente che possa crollare… da noi non cadranno pietre ma tutto si scioglierà in fango”.

Un altro modo del separare chiude il ciclo. E’ quello definitivo. Una morte oltre la quale non resta che il commiato con il fiato corto.

DEMONI – FRAMMENTI

da I Demoni di Dostoevskij
di e con Alessandro Miele e Alessandra Crocco
con il sostegno di MADEin Jumpin, Laboratorio Urbano Palazzo Palmieri di Merine/Cesfet, Diffusione Teatro, rivista Gli Asini

Visto a Lecce, Palazzo Tamborrino-Cezzi, il 22, 23 e 24 luglio


 

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