Giornata Mondiale del Teatro in compagnia di Rezza/Mastrella. Intervista doppia

Flavia Mastrella e Antonio Rezza

Flavia Mastrella e Antonio Rezza

«Questo premio dovevamo riceverlo venticinque anni fa, credo che dovremmo far aspettare la giuria venticinque anni per vedere chi di noi sarà ancora vivo. Mi auguro di essere io».
Con questa lapidaria battuta Antonio Rezza ritirò a dicembre il Premio Ubu, consegnato a lui e a Flavia Mastrella. Inutile negare che Rezza e Mastrella sono due delle voci più originali del teatro italiano e ancora dopo venticinque anni da outsider dal carattere spinoso, ma al tempo stesso ironico, continuano a stupire pubblico e critica.
Sempre fuori dal coro hanno costruito di giorno in giorno un percorso artistico che ha attraversato teatro, televisione, cinema e editoria, usando questi mezzi espressivi sempre in maniera inaspettata.
Domenica sono stati ospiti al teatro Rasi di Ravenna per Ravenna viso-in-aria con il loro “Fratto_X”.

Sotto il nome di “ricerca” oggi spesso si nascondono spettacoli performativi molto seriosi e concettuali, lontani dal pubblico. Voi invece siete sempre riusciti a unire profondità e ironia. È possibile quindi fare un teatro ricercato anche divertendo il pubblico?
FLAVIA: Noi non facciamo proprio teatro, comunichiamo nei teatri… l’ambiente ci ha dato la possibilità di esprimerci, ci ha mantenuto vivi permettendoci uno sviluppo costante, una messa a punto delle nostre smanie in estensione. Il sentimento popolare che permea i nostri riti è decontestualizzato, elegante, esasperato. Purtroppo i lavori di ricerca in questo momento si affidano per le scelte estetico – drammaturgiche a esperienze già teorizzate in passato e ben sviluppate tra gli anni ‘70 e ‘80 del ‘900. Ecco perché sono seriose e inadeguate. Un autore dovrebbe passare del tempo a vivere tra la gente! Consiglio a tutti, se non hanno mai provato, di prendere un treno regionale, al mattino, tra le ore 6 e le 8, o il pomeriggio tra le 16 e le 20, in alternativa di fare una fila alla posta quando si ritira la pensione.
ANTONIO: La ricerca spesso serve a nascondere i limiti di chi la fa. “Chi ri-cerca ri-trova”: è proprio qui il misfatto. Chi ri-trova ri-porta alla luce il già esistito, il già trovato. A noi non interessa la ricerca perché non ci interessa ritrovare. La strada giusta va abbandonata appena porta al compromesso. L’assenza di ironia nella ricerca dipende proprio dal fatto che trovare il già trovato non produce gioia né perversione. Qualunque idea originale ha sempre un significato demoniaco perché sfugge all’ordine costituito. Credo quindi che la ricerca non abbia ironia perché non si sottrae al controllo dell’autore. E quindi non conosce la depravazione.

Nella vostra lunga carriera avete attraversato stagioni molto diverse del teatro italiano, in che periodo stiamo andando secondo voi?
FLAVIA: Dall’autocrazia del caos, all’autoritarismo con leggi ferree ma aleatorie.
ANTONIO: Il periodo è sempre lo stesso, e anche la direzione. Il malessere dell’uomo sta nel considerare il periodo in cui vive peggiore del precedente solo perché la sua presenza deve avere un significato. L’essere umano tende a sopravvalutare il presente perché lo abita, fa del tempo una questione personale. Le cose dipendono dall’essere e quindi la situazione è sempre quella: il potere delle piccole idee tende a nascondere le grandi invenzioni. Bacon diceva che con l’avvento della fotografia la pittura soggettiva non aveva più significato.

Quando la televisione era ancora aperta al teatro avete registrato pezzi memorabili; perché secondo voi il teatro è stato dimenticato dal piccolo schermo?

FLAVIA: Per Rai 3, nel 2000, abbiamo realizzato una serie di interviste documentarie Troppolitani, un sondaggio antropologico amaramente comico su Roma. Antonio è apparso più volte in varie trasmissioni, Ghezzi ci ha dedicato delle notti, a Blob, con il nostro cinema. Ma non è mai stato trasmesso un lavoro performativo neanche dopo la mezzanotte. La difficoltà è sempre la stessa, la padronanza dell’opera. Alla radio invece ci andiamo insieme e più spesso.
ANTONIO: La televisione racconta le cose che accadono e da un po’ di tempo anche il teatro. La dinamica infame si trasferisce dal piccolo schermo al grande palco: l’essere televisivo e l’attore in contumacia ci allietano con la storiella della buonanotte. Solo che la televisione sta in soggiorno e l’attore no. Quindi l’attore usa lo spazio del palco come se fosse il salotto della casa del vicino. Innesca un clima amichevole con lo spettatore quando il rapporto è puramente economico. La televisione parla di sciagure e il teatro le racconta a pagamento. Il problema non è che il teatro non va in televisione, ma che la televisione non è mai uscita dal teatro. E lo governa come fosse un telegiornale. Coglioni a parte che si dilettano in commedie fatue. Ma questo è un altro genere.

Delitto sul Po

Rezza e Mastrella in un’inquadratura da Delitto sul Po, pellicola del 2000 realizzata per Rai3

Con il digitale e le web tv si potrebbe ritrovare un’armonia?
FLAVIA: Sono discipline comunicative diverse, se non si ha padronanza della materia, si rischia una comunicazione esclusivamente documentaria.
ANTONIO: Per poco, tutto è strumento di controllo, chi fa il digitale spesso ha fatto televisione statale o privata, e spesso ne conserva la mentalità gerarchica. Non tutti, ma chi lo fa lo sa.

In questo spettacolo tornate su un tema che vi è caro, il teatro come mistificazione. Cos’è per voi il teatro?

FLAVIA: E’ il santuario giusto per i nostri riti comunicativi.
ANTONIO: Il teatro è azione, non è narrazione. Il teatro è fraintendimento e non racconto clientelare. Il teatro è tutto ciò che non viene finanziato.

Com’è comporre uno spettacolo a quattro mani?
FLAVIA: Lavoriamo a due cervelli, ognuno si prende le sue libertà e senza affezionarsi alle idee. Siamo sempre pronti a buttare tutto ciò che ci ricorda la banalità di un concetto moderato.
ANTONIO: Flavia crea gli habitat dove io vivo per un anno. Faccio prove di pura libidine insieme a Massimo Camilli. Organizziamo prove aperte per mettere in moto il corpo. Alla fine io e Flavia montiamo lo spettacolo come fosse un film.

Per l’appunto nei vostri spettacoli non si parla di scenografia ma di habitat. In che mondo vivono i personaggi che create?
FLAVIA: Potrebbe somigliare all’inconscio.

Antonio, sulla scena entri ed esci da decine di personaggi; ce ne sono alcuni che ti rimangono addosso quando scendi dal palco?
ANTONIO: Direi di no, perché non essendo un attore sono diverso da quello che sta sul palco. Oppure talmente uguale da non poter dire se “ci sono o ci faccio”.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare assieme negli anni?
FLAVIA: Il nostro cerimoniale è sempre lo stesso, di volta in volta cambia lo stato emotivo.
ANTONIO: Non cambiamo il metodo, preferiamo cambiare noi.
 

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  • Luca T ha detto:

    I cretini illuminati da lampi d’imbecillità vengono innalzati dai visionari accecati da ingiunzioni all’adorazione.

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