I Cavalieri di Mario Perrotta: da Aristofane a Petrolini

I Cavalieri

Il giuramento dei Cavalieri

Per il secondo atto della sua “Trilogia sull’individuo sociale”, Mario Perrotta si rivolge al commediografo della dissacrazione impietosa delle istituzioni ma anche dell’utopia e dell’iperbole, quell’Aristofane, cioè, che nel 424 a.C. mise in scena la commedia “I Cavalieri” per denunciare la natura becera e disonesta di quelli che dovevano essere i servitori del popolo.

Ma la veste che la commedia antica indossa nella riscrittura “rovistata e scorretta” di Perrotta è quella di un cabaret farabutto e allettante al tempo stesso, in cui gli stilemi del teatro politico di matrice mitteleuropea (dalla suddivisione dell’azione scenica in quadri ai cambi a vista, passando per il costruttivismo della scenografia fatta di una struttura di tubi innocenti) si fondono, forse venendone travolti, con le suggestioni di un avanspettacolo elegante e crudele, con in testa, ovviamente, quello di Ettore Petrolini.

Impregnato di malvagità gaglioffa e ammaliatrice, dunque, lo spettacolo si apre con il grottesco “Condominio Italia”, una sorta di coro schizofrenico in cui le voci dei sei attori (ognuno aggrappato all’asta di un microfono, quasi fosse un sostegno per riuscire a vomitare il peggio di sé) rimbalzano implacabilmente l’una contro l’altra, in un susseguirsi di frasi vuotamente idiote, rapidi monologhi e canzonette d’ensemble: un affastellarsi di parole che dipinge il ritratto putrido di una società in cui l’amoralità, il luogo comune e la retorica da Ventennio sono ormai penetrati a tutti i livelli.

Dal magistrato corrotto al piccolo evasore, dalla neolaureata senza lavoro al razzista: nessuno si salva in questa prima parte, in cui la macchina spettacolare, che risente forse di qualche momento di farraginosità, inizia a mettersi in moto per raggiungere una vera e propria vertigine di demenzialità feroce.

Sembra prospettarsi, infatti, l’avvento di un Uomo Nuovo, che combatta il potere vigente con le sue stesse armi: delinquenza, corruzione, abbrutimento mentale e, se possibile, anche un totale ebetismo dialettico. Si tratta, come in Aristofane, del salsicciaio (Lorenzo Ansaloni), che si getta nell’agone politico incitato e stordito dal vaniloquio dei propri sostenitori, cioè il resto della compagnia, che lo convincono a scendere in campo recitandogli i risultati di assurdi sondaggi secondo cui, inconfutabilmente, il suo successo sarebbe assicurato.

A questo punto lo spettacolo diventa una vera e propria macchina da guerra, che arriva al massimo dell’abiezione nel momento in cui mette in scena “Porca a Porca”, calderone mediatico dove la politica è solo una delle questioni da trattare, forse anche la più ridicola, nell’andirivieni di stacchetti musicali, sgambetti e moine velenose delle sorelle Badoglio (Paola Roscioli, Maria Grazia Solano, Donatella Allegro).

In questo agone mediatico, sotto la guida di un laccatissimo presentatore (lo stesso Perrotta), l’Uomo Nuovo si trova faccia a faccia col suo avversario (Giovanni Dispenza), in un confronto verbale serratissimo e dal ritmo inarrestabile, che spezza le frasi e trasforma gli attori in marionette  impazzite. Ecco allora prodursi un vero e proprio profluvio di assurdità, idiozia e retorica del ridicolo, che va ad incorniciare superbamente i nutriti riferimenti al nostro presente, tra governi tecnici, sacrifici e uomini politici che giocano a chi grida più forte, trincerandosi dietro un “vergogna” strillato a ripetizione per non dover proporre argomentazioni che, con ogni probabilità, non si possiedono affatto.

L’azione scenica raggiunge una dimensione di follia tale che pare quasi che l’orrore del quotidiano possa arrivare a rovesciarsi nel suo contrario, in quella speranza di cambiamento che animava la comicità potente di Aristofane, così come il teatro politico di Brecht.
A suscitare questo attimo di speranza è lo sciopero del sesso da parte delle donne (ci si rifà, chiaramente, alla “Lisistrata” di Aristofane) che, nonostante la fiera convinzione delle promotrici, ha breve durata, pronto a sgretolarsi sulle note di “A’ cammesella”, conturbante richiamo all’ordine che ci fa precipitare in una dimensione ancora più triviale, se possibile, delle precedenti.

Si tratta dello smacco finale, ennesimo e definitivo, una sorta di ritorno a quel “Condominio Italia” dell’inizio anche se, adesso, quelle che sentiamo sono le voci di chi inizia ad accettare la crisi e i mali del Paese, in un infischiarsene di tutto quello che succede per guardare i propri piccoli interessi, visto che, tanto, c’è sempre chi sta peggio.

Sull’immagine degli attori che, con indosso la maschera di Pulcinella, mimano i gesti-simbolo dell’Italia ritratti fino a quel momento (fottere, mangiare, rubare) si chiude questo cabaret spietato in cui l’analisi, la denuncia e il sarcasmo passano attraverso una struttura quasi impeccabile. Recuperando forse addirittura l’ossatura della commedia antica, filtrata, ovviamente, dal cabaret, lo spettacolo sembra edificarsi a partire da un assetto ritmico preciso e da una ferrea alternanza fra parlato e cantato.
Le musiche di Mario Arcari scandiscono l’azione e permeano la recitazione del gruppo, conferendogli compattezza, e consentendo anche ai leit motiv vocali (“c’è la crisi, non si campa più con sta crisi!”) e gestuali (la perenne oscillazione avanti e indietro del bacino) di inserirsi e trovare il giusto risalto semantico.

Ogni moina è un pugno in pieno volto in questo lavoro sottile e grossolano al tempo stesso, in cui non si può non ridere anche se, ogni volta, quel riso si congela nella gola.

I CAVALIERI – ARISTOFANE CABARET
uno spettacolo di Mario Perrotta
dai testi di Aristofane
regia: Mario Perrotta
con: Mario Perrotta, Paola Roscioli, Lorenzo Ansaloni, Maria Grazia Solano, Giovanni Dispenza, Donatella Allegro
musiche dal vivo eseguite da Mario Arcari e dagli attori della compagnia
durata: 1h 10
applausi del pubblico: 4′ 20”

Visto a Mira (VE), Teatro Villa dei Leoni, il 25 febbraio 2012

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  • Spettatore mirese ha detto:

    Visto anch’io a Mira. Aggiungerei, solo per dare un’idea di quanto Aristofane sia stato ripreso e rivisitato, che i risultati degli “assurdi sondaggi” attualizzano la funzione svolta dagli oracoli nei Cavalieri aristofanei (è ripresa l’entrata del Salsicciaio, spaesato fintantoché non comprende l’idea comica; inoltre “Porca a porca” liberamente traduce l’agone tra lo stesso Agoracrito e il demagogo Cleone/Paflagone). Ci sono peraltro riferimenti sparsi a più commedie di Aristofane: dalla tirata di Diceopoli nel monologo di apertura degli Acarnesi (ripresa quasi letterale: tranne che la corda rossa dei ritardatari viene mutata in “poltrone rosse”, col riferimento ai seggi parlamentari), all’agone tra Discorso Giusto ed Ingiusto delle Nuvole (qui il padre picchiato dal giovane Fidippide, diventa una madre); dal richiamo al Filocleone delle Vespe (a proposito dell’operato dei giudici: è ripresa la monomaniacalità del vecchio dicasta) alla ripresa non solo della Lisistrata (ampia, in particolare la scena della “cammesella” riprende la scena di seduzione tra Mirrina e CInesia) – peraltro dichiarata da Perrotta stessa a fine spettacolo-, ma anche delle Donne all’Assemblea. Mi è sembrato di cogliere accenni anche alla Pace e agli Uccelli di Aristofane (il monologo iniziale di Pisetero ed Evelpide: tutti vogliono venire nel nostro Paese, mentre noi, nauseati, non vediamo l’ora di andarcene), inoltre qualcos’altro potrebbe essermi sfuggito.

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