Questo film è per voi! L’omaggio di Wenders a Pina Bausch

Una scena del film
Pina - Wim Wenders

L’immagine della locandina del film (photo: pina-film.de)

Nella sala Santa Cecilia lo aspettano duemila persone. E’ lunedì sera, e Wim Wenders arriva a Roma per presentare, in anteprima italiana come evento speciale al Festival Internazionale del Film di Roma, il suo “Pina”: il primo film d’autore in 3D.
Accanto a lui siedono Cristiana Morganti (che KLP ha intervistato perché ci raccontasse qualcosa del dietro le quinte delle riprese) e Damiano Ottavio Bigi, due dei danzatori del Tanztheater di Wuppertal diretto dalla coreografa tedesca.

Wenders presenta il film con un breve incontro con il direttore artistico Piera De Tassis e il responsabile della sezione L’altro cinema/Extra Mario Sesti. Racconta la genesi del film, il 3D e il suo rapporto con Pina Bausch.

Il mondo della danza (e non solo) non aspettava altro. Dopo l’anteprima mondiale alla Berlinale, dal 4 novembre potremo ammirare in Italia il film tributo che il cineasta “cult” tedesco ha dedicato alla grande coreografa del Tanztheater. Un film “per” Pina Bausch, in cantiere da anni ma realizzato – per i casi della vita – solo dopo la sua scomparsa.
Un’unione artistica, la loro, forse predestinata: entrambi hanno rappresentato un esempio di rivoluzione nelle rispettive arti, attraverso linguaggi innovativi e rivoluzionari.
Negli anni Settanta Wenders è stato il maggior esponente di quel ‘nuovo cinema tedesco’ che insieme alla nouvelle vague francese hanno segnato il cinema per sempre: una svolta nel rapporto con la macchina da presa, con l’interpretazione degli attori, nell’utilizzo della fotografia.
Pina Bausch, dal canto suo, ha addirittura inventato un genere artistico: quel teatro-danza che ha proiettato generazioni di danzatori e coreografi aldilà della danza classica ma anche aldilà della danza moderna di matrice statunitense. Un approccio nuovo col corpo, utilizzato in maniera drammaturgica.

Wim Wenders

Wim Wenders (photo: serenoregis.org)

A tale proposito, Wenders non si stanca di ripetere che “Pina” non esisterebbe se non ci fosse il 3D: questo è il motivo per cui ne hanno parlato per vent’anni, tanto che lui – giura – avrebbe abbandonato qualsiasi altro progetto tale era la voglia di lavorarci. Eppure solo negli ultimi tempi avevano trovato la chiave giusta grazie alla grande rivoluzione digitale. Il 3D, secondo Wenders, è non solo il modo giusto per vedere la danza sul grande schermo grazie alla sua capacità di definire la profondità e lo spazio, ma anche e soprattutto dona spessore agli esseri umani, ai loro corpi che sembrano vivi e ai volti che diventano paesaggi.

Ma quando la decisione era ormai stata presa e i camion con i materiali per filmare erano pronti per trasferirsi a Wuppertal, Pina se n’è andata in punta di piedi.

Il film è composto dalle riprese video dei riallestimenti di quattro spettacoli storici della Bausch (“Café Müller”, “Le Sacre du printemps”, le tre versioni di “Kontakthof” e “Vollmond”) e da numerosi assoli che i componenti della compagnia hanno riallestito sotto la guida di Wenders, il quale li ha inseriti – poetici e surreali – nei contesti urbani di Wuppertal, la cittadina della Renania dove, dal 1972, ha sede il Tanztheater, e dove la rivoluzione di Pina Bausch ha avuto inizio e si è sviluppata.
Wenders (che proprio a Wuppertal aveva girato nel ‘73 “Alice nelle città”) spesso ha filmato per strada le performance degli interpreti, oppure sullo sfondo di panorami industriali o della piscina comunale. A queste immagini si sono sommate le frasi e i volti di tutti i componenti della compagnia, da chi conosce Pina da trenta e più anni fino ai giovanissimi.
Sarà proprio la scena famosissima di “Kontakthof” (la sfilata con i movimenti che mimano primavera, estate, autunno e inverno) a mostrarceli in sequenza più volte: prima in teatro, poi sulle scale del Tanztheater, infine sulla suggestiva cresta di una collina. Le loro parole spiegano più di ogni altra cosa che persona eccezionale era Pina Bausch per il suo acume, la sua intelligenza, la sua sensibilità, la sua dedizione. Emerge anche il modo di lavorare tipico della coreografa: le creazioni nascevano attraverso un continuo scambio in cui lei domandava (“Fammi la luna!”) e le veniva risposto con tutto il corpo.

Non esagero dicendo che “Pina” è un capolavoro: è senz’altro più di un film, più di un documentario, grazie ad immagini che escono dallo schermo come le emozioni che Pina trasmetteva e che Wenders riesce a donare con un approccio appassionato, militante, e con un’intensità che emerge man mano che scorrono le immagini.
Il film ha una tale forza che non gli sarà difficile sfondare quella nicchia di addetti ai lavori dell’universo coreutico per arrivare al grande pubblico.

Subito prima della proiezione Wenders ha chiesto quanti, tra il pubblico presente, avessero visto dal vivo uno spettacolo del Tanztheater. Ho alzato la mano orgoglioso, insieme a pochi altri. Subito dopo ha chiesto quanti invece non ne avessero mai visti: centinaia di mani alzate. “Questo film è per voi” ha sentenziato, facendo il miglior regalo a Pina Bausch e il miglior augurio per il successo nelle sale.
Le premesse ci sono: un grande successo in Francia, Germania e Inghilterra, candidato agli Efa e selezionato a rappresentare la Germania agli Oscar, ha già il merito di rendere immortale un’arte tanto passionale e poetica.
Dieci minuti di applausi e standing ovation per Wenders all’anteprima romana.
Da venerdì “Pina”, distribuito da BIM, sarà nelle sale cinematografiche italiane, in 3D e 2D.

Una scena del film

Una scena del film (photo: pina-film.de)

 

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