Andrea Cosentino fa a pezzi Fedra

Fedra - rivista a tranci

‘Fedra – rivista a tranci’ (ph: Roberto Filippetti)

Fedra è una figura della mitologia greca creata per rappresentare, come sempre, una tragedia umana: una donna che si innamora follemente del figlio di suo marito. Conflitto tragico che ha attraversato i secoli – partendo dal teatro antico e sconfinando nella letteratura più “alta” – e che, a qualsiasi autore di telenovela, farebbe “leccare i baffi”.
Ecco perché, quindi, si può prendere a prestito o, addirittura, farla a pezzi.

“Fedra – rivista a tranci” è il titolo del testo che Andrea Cosentino ha affidato alla regia di Valentina Rosati, la stessa che nel 2007 aveva già diretto uno studio sulla Fedra di Sarah Kane, “Phaedra’s Love”, intitolandolo “L’Amore di Ippolito”. In questo caso Ippolito, “principe depresso” e senza scampo, era la figura immobile al centro di un palazzo reale (e attuale), in cui regnava una potente confusione di ruoli e sentimenti, dove Teseo – re, padre e marito – rappresentava il culmine di tutte le manchevolezze dell’uomo.

La tristezza di Ippolito descriveva, nel 2007, quel malessere diffuso, contemporaneo, che ha i tratti della depressione e che, paradossalmente, sta prendendo sembianze sempre più quotidiane tanto da non stupire più.

Come per lo “studio” su Ippolito, in cui la passione del singolo era testimonianza di qualcosa di “sensibile” a livello collettivo, anche la Fedra di Cosentino rappresenta un “malessere diffuso e contemporaneo”. E ci riesce, proprio grazie al fatto che, in qualità di inventore di un linguaggio teatrale che è televisivo e ricercato, oltre che davvero esilarante, fa Fedra a pezzi. Infatti, se “le rivisitazioni in chiave contemporanea” sono spesso rischi (solitamente guastano il materiale tragico e finiscono per disperderne il senso), l’operazione di Cosentino “salva” tutto ciò che del tragico è ancora oggi “condivisibile” (parliamo di impossibilità dell’amore, tanto quanto di vanità del potere), smantellando la struttura della tragedia, in favore della forma “televisiva” che è il marchio cosentiniano.

Quel dettaglio del titolo (“rivista a tranci”) risulta essere una trovata in perfetto stile Cosentino. Il gioco di parole tra rivista, dal verbo “rivedere”, sinonimo di rivisitazione, e la rivista, cioè il “genere di spettacolo teatrale di carattere leggero”, del resto, è giustificato: il testo, in effetti, è un riesame, sintetico e lucido, delle passioni che furono di Fedra ma che sono anche nostre oggi, attraverso una Fedra, Elisa Marinoni, che si presenta sul palco in abito da soubrette, si muove come la “sciantosa”, si atteggia da divina, e trasmette il suo conflitto interiore con carica da attrice “consumata” (e non solo dal dolore che interpreta). La “divina” viene però ridicolizzata dal microfono di Teseo (interpretato da Andrea Cosentino) che, in abito elegante e sigaro in bocca, commenta, sostituendo la funzione del coro tragico, con le mosse di un “vocalist”.

Bersaglio sempre a tiro è anche Simone Castano, l’Ippolito oggetto di scherno di Teseo, e oggetto del desiderio di Fedra, che qui, infatti, è un “fantoccio”. Non l’unico. Oltre a quello di pezza (che pure finisce a pezzi), anche quello in versione “Ken di Barbie”, e il manichino del crash test del finale, sono vestiti come il personaggio vero.

Trucchi da nuovo teatro di figura quelli inventati da Cosentino, che ricorrono nei suoi lavori e che rendono gli spettacoli prodotti teatrali doc del made in Italy: sono “prezioso artigianato” che rivitalizza la tradizione italiana anche dal punto di vista contenutistico, allontanando la denuncia sociale in favore di un modo di fare satira intelligente e “alto”, talmente tanto da sembrare irraggiungibile.

FEDRA – RIVISTA A TRANCI

di: Andrea Casentino
con: Simone Castano, Andrea Cosentino, Elisa Marinoni
regia: Valentina Rosati
scenografia: Paolo Garau
luci: Dario Aggioli
assistente alla regia: Angelica Marcucci
direttore d’allestimento: Mauro Marasà
durata spettacolo: 1h
applausi del pubblico: 3’ 7”

Visto a Milano, Teatro Litta, il 25 novembre 2011

No Comments

  • Dario Aggioli ha detto:

    A parte che ribadisco, questa volta pubblicamente (non ricordo se averlo fatto già) sull’assurdità delle stellette che non hanno un criterio oggettivo, ricordo Simone Pacini che stronca e da 3 stelle e mezzo e un Lo Gatto che osanna e da 3 stelle…

    Ma spesso mi sono trovato a serate con il critico di KLP che impacciato prendeva il tempo…
    Spesso mi sembrava errato il tempo degli applausi, qui ahimè per onor di cronaca, devo andare contro un mio stesso lavoro:

    NON è PROPRIO POSSIBILE che l’applauso sia finito dopo 3 minuti e 7 secondi, perché faccio partire la musica con il buio e la traccia dura 2 min e 20 circa e non l’ho mai portata alla fine. In tutte queste sere credo che l’applauso non abbia mai superato il minuto e 40 (mediamente 1′ e 20”)!!!

    Mi spiace farlo presente ad uno spettacolo prodotto in collaborazione con Teatro Forsennato, ma quel che è giusto, purtroppo, è giusto!

  • Daniela - KLP ha detto:

    già, sugli applausi ci piacerebbe che tutti avessero lo stesso cronometro alla mano… e non è ironico!
    sulle stelle questo cronometro è decisamente più complicato sia universale; ma continuiamo a giocare con le stelle. Ci piace e continueremo a farlo, si rassegnino i redattori e i lettori di KLP! Che però si dica che uno osanni e l’altro stronchi con 3 stelle è assai difficile; ci sono decisamente maggiori sfumature. E questo per il fatto che Klp non pubblica pezzi che non siano letti, visti, rivisti e ragionati (anche sulle stelle!) dalla redazione.
    Krapp è abbastanza allergico ai ‘critici’ (così ci hai definiti), ancor più oggi che pullulano in ogni dove; tuttavia non ne vede molti dalle sue parti… Preferiamo definirci “osservatori partecipanti” (per evocare terminologie di altre discipline), ognuno con i propri gusti personali.
    Dario, sappiamo che sei amante delle polemiche, ma talvolta forse sono un po’ troppo pretestuose.
    Dissacrante-mente divertissement (vedi alla voce: Pascal).

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