20 anni di Piccola Compagnia della Magnolia: la nostra difesa del teatro d’arte

Giorgia Cerruti in Ape Regina (ph: Stefano Roggero)
Giorgia Cerruti in Ape Regina (ph: Stefano Roggero)

La retrospettiva al Teatro Franco Parenti di Milano dopo il debutto del nuovo spettacolo “Ape Regina”

C’è qualcosa di ostinato nella traiettoria della Piccola Compagnia della Magnolia. Una fedeltà testarda a una visione teatrale autonoma, immaginifica, non conciliata. Un’arte che non rincorre il presente, ma lo guarda di sbieco, lo attraversa con la lente deformante del sogno, della letteratura, dell’allucinazione poetica. Un teatro che non si piega a una funzione, ma che abita il linguaggio come uno spazio di interrogazione e di fragilità.

A celebrarne i vent’anni di attività è stato anche il Teatro Franco Parenti di Milano, che ha voluto dedicare una piccola retrospettiva a questo gruppo di ricerca indipendente, fondato nel 2004 da Giorgia Cerruti e Davide Giglio. Un’occasione per ritornare sul loro lavoro, per attraversare un percorso che ha sempre messo al centro il corpo, la voce, e la necessità di un tempo teatrale altro, dilatato, mai riconciliato con le urgenze del sistema.

Tre gli spettacoli in scena, a comporre un trittico che ben sintetizza la poetica della compagnia, “Favola”, da un testo inedito di Fabrizio Sinisi, è un gioco di maschere tra video e presenza reale, in cui l’infanzia diventa dispositivo narrativo e perturbante, “Zelda”, viaggio nella mente e nel corpo di Zelda Fitzgerald, infine “Hotel Borges”, opera visionaria scritta e diretta da Cerruti per Giglio, si muove tra citazioni e ossessioni, accostando Borges, Arrabal, Cocteau.

L’intervista realizzata negli spazi silenziosi del Parenti, restituisce l’intimità e la lucidità dello sguardo dei due fondatori. C’è, nei loro racconti, una consapevolezza precisa: quella di aver portato avanti per vent’anni una ricerca radicale, con pochissime concessioni, sostenuta da una costante tensione etica ed estetica. Non un’estetica da difendere, ma un pensiero da incarnare.
Eppure qualcosa, oggi, sembra cambiato. Se all’inizio la compagnia si muoveva come corpo estraneo, con una poetica troppo dissonante per le logiche produttive dominanti, oggi i loro spettacoli vengono accolti e ospitati anche da quelle istituzioni che, vent’anni fa, apparivano distanti.
La retrospettiva al Parenti ne è un segnale. Così come le collaborazioni in atto, le repliche nei teatri nazionali, i progetti futuri che si aprono. Magnolia non è diventata conciliabile, ha semplicemente resistito abbastanza a lungo da rendere evidente la sua necessità.

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