Mostri, guerra, amore: il prossimo triennio di Andrea De Rosa. Intervista

Andrea De Rosa (ph: Andrea Macchia)
Andrea De Rosa (ph: Andrea Macchia)

Il direttore artistico del TPE racconta il suo lavoro, fra direzione artistica e regia

Quella di quest’anno al Teatro Astra di Torino non è stata solo la rituale presentazione della prossima stagione del TPE, ma un progetto ben più ampio e articolato, che si snoda su un triennio e si fonda su un’idea forte, quella dell’identità e della possibilità di dare vita a “Mostri” (2025-2026), di subire una metamorfosi in contesti di “Guerra” (2026-2027) o, all’opposto, di venire travolti dall’esperienza dell’“Amore” (2027-2028).

Abbiamo incontrato il direttore artistico Andrea De Rosa, ideatore del progetto, per farcelo raccontare meglio.

Cosa comporta dover costruire una proposta artistica articolata su un triennio? Quali le sfide e le difficoltà?
Quando sono stato nominato direttore artistico del Teatro Piemonte Europa, tre anni fa, la progettazione di un piano triennale era stata una richiesta del Ministero.
Mi sono detto: interpretiamolo come un’occasione, una possibilità positiva, perché – è chiaro – può anche essere vissuto come un fardello. È difficile programmare il lavoro di un teatro per tre anni, però… ecco, mi è sembrata un’occasione da sfruttare. Dover pensare a un triennio significa poter pensare a un progetto con una sua coerenza, continuità e un’identità riconoscibile. Cosa comporta? Certamente un sacco di problemi, e non sono sicuro che riuscirei a farlo se dirigessi un teatro di dimensioni più grandi (il nostro teatro ha una sola sala), ma comporta anche una grande opportunità. Perciò, cosa faccio? Chiamo gli artisti, ci parlo, lavoro con loro, ed è la cosa che mi piace di più del lavoro che svolgo.

La scelta del tema o della linea da seguire nasce anche dal confronto con gli artisti?
No, la linea la elaboro prima, a partire dalle mie curiosità, ma anche dalle mie preoccupazioni, dalla mia sensibilità forse, poi comincio a dialogare con loro.
Nel triennio che si è appena concluso avevo proposto di indagare il nostro rapporto con la “Verità”. Avevamo vissuto la pandemia e la chiusura dei teatri, e c’era bisogno di confrontarsi con la verità scientifica (tema del primo anno), con le verità che non vogliamo vedere (tema del secondo anno) e, infine, con le verità che diventano ossessive (tema del terzo anno).
Di fatto, si è trattato di tre articolazioni di uno stesso tema, attraverso cui abbiamo raccontato cosa sta succedendo oggi nelle nostre vite, nel nostro orizzonte storico, che poi è la cosa che mi preme di più.
Personalmente non mi appassiona il teatro che non ha un occhio rivolto verso il presente. Portare in scena dei bei testi perché sono dei bei testi non mi interessa, né come direttore-regista né come spettatore. Magari sul momento mi diverto, mi emoziono, poi subentra la delusione.
Il rapporto del teatro con l’attualità è però molto complesso, perché c’è il rischio, a volte, di fermarsi alla denuncia, di scadere nel facile moralismo, altre volte nella retorica. L’attualità ce l’abbiamo davanti agli occhi, sui nostri telefoni, siamo costantemente bombardati dalle informazioni. Il teatro, secondo me, dovrebbe conservare il rapporto con il tempo presente senza scadere nell’attualità, questo è il desiderio… non so se ci riesco.

Lo scopo del teatro, quindi, non dovrebbe essere quello di dire come stanno le cose, ma piuttosto di far sorgere delle domande. È così?
Sì, anche quando queste non vengono fuori in modo razionale. La domanda, d’altronde, si può nascondere sotto varie forme, meno visibili. A volte, basta anche solo indurre a spostare lo sguardo dal “conosciuto”, sperimentare un altro punto di vista, procurare un’inquietudine nel modo di percepire le cose. Questo è il lavoro che, secondo me, il teatro può fare, e a me piace che lo faccia. E mi fermo qui, perché credo sia sempre meglio non dire cosa il teatro debba o non debba essere, in assoluto.
C’è certamente anche un teatro che rassicura gli spettatori, perché vedi chiaramente chi sono i buoni e chi i cattivi. Al contrario, a me interessano gli spettacoli e i film in cui paradossalmente sento che quel cattivo potrei essere io.

Quali sono i parametri o gli eventuali limiti che guidano la scelta delle proposte? Quanto spazio viene riservato, per esempio, alle proposte nazionali, internazionali e a quelle del territorio?
Cerco di tenere sempre la barra dritta sul tema. Non è facilissimo. Devi rispettare centomila parametri, come un certo numero di produzioni, un certo numero di ospitalità… A volte c’è da impazzire a tenere tutto insieme, ma sono aiutato da uno staff di collaboratori eccezionale. Si dice sempre che sono tutti bravi, ma ora, dopo tre anni di lavoro insieme, posso dirlo: sono veramente collaboratori senza i quali non riuscirei a fare tutto il lavoro di cui stiamo parlando.

Nel progetto si intravede una rinnovata attenzione per le proposte del territorio.
Inizialmente non conoscevo abbastanza le realtà del territorio, arrivando, come sai, da Napoli. Erano state semplicemente inglobate. Ora le coinvolgo – come faccio con tutti gli altri artisti – intorno al tema. Parliamo: “Qual è la tua proposta? Mi piace, non mi piace. Come pensi di svilupparla? È in linea con il progetto? Non lo è? Chi recita? Chi ha tradotto il testo? Va bene, non va bene…”.
Tenere tutto insieme è difficile e complesso, ma c’è anche un piacere che è enorme, cioè l’avere un dialogo “vero” con gli artisti. Ripeto, non è semplice, però è bello dirigere così un teatro, mi piace molto.

A questo proposito: quanto c’è di te, del tuo gusto personale, nella scelta delle proposte?
Guarda, nei progetti che partono insieme con gli artisti c’è tanto di me, ma c’è tanto anche degli artisti con cui dialogo. Ti faccio un esempio tratto dalle stagioni passate, ma anche da questa che comincerà.
Con Antonio Latella c’è un rapporto consolidato, si è parlato a lungo, sia prima di “Wonder Woman” nella passata stagione, sia quest’anno per la scelta del titolo del nuovo spettacolo (“Gli angeli dello sterminio”, di Giovanni Testori, adattamento di Federico Bellini, in scena dal 9 al 18 gennaio 2026). Abbiamo accarezzato alcuni progetti, altri li abbiamo scartati, a volte anche perché non me li posso permettere, non ci sono le risorse. E la collaborazione con lui, per esempio, si è affinata giorno per giorno, finché non abbiamo trovato il progetto giusto.
Con Federica Rosellini, che porterà in scena “iGirl” di Marina Carr (dal 10 al 15 marzo 2026), abbiamo lavorato tanto e di nuovo lavoreremo insieme, sia producendo questo suo monologo, sia perché lei interpreterà “Dracula” nel mio spettacolo (dall’11 al 30 novembre 2025).
“Atomica” (dal 3 al 7 dicembre 2025) dei Muta Imago è un testo che è venuto fuori quando ho raccontato loro su cosa volevo lavorare. In questo caso, il mostro è un personaggio realmente esistito, che si è reso conto di essere diventato un mostro dopo aver premuto il bottone che avrebbe sganciato la bomba su Hiroshima.
Ci sono altri progetti su cui chiaramente metto un po’ il cappello, nel senso che non sono parte di me, però incontrano in qualche modo il desiderio della mia stagione.

Questo triennio in qualche misura nasce dal precedente, c’è una sorta di continuità. Cosa trattieni dell’ultima stagione, e che cosa invece ti aspetti da questa che viene?
Faccio fatica a dire qualcosa che trattengo in particolare. Ci sono stati nella scorsa stagione, come nelle precedenti, spettacoli più riusciti e altri meno, se vogliamo usare questo termine. E non è detto che sia un male.
Trattengo l’intera stagione in quanto tale, perché è come un’unica narrazione, come un libro che si compone di capitoli diversi, ma sempre in qualche modo collegati tra loro.
Ci sono capitoli che ami di meno, ma intuisci il disegno e procedi nella lettura. Non è una stagione schizofrenica, in cui si viene sballottati da un’idea all’altra.

Io tratterrei anche la partecipazione del pubblico giovane, sempre più corposa e appassionata: che ne dici?
Sì, sono d’accordo e – non vorrei illudermi – ma ho come l’impressione che questo modo di progettare e programmare attorno a un’idea che riverberi nel presente stia incontrando tanto favore nel pubblico giovane. I ragazzi di oggi sono preoccupati, angosciati dal mondo che c’è intorno.
Quando ero ragazzo io, c’era l’incubo della guerra nucleare, e ciò che mi faceva arrabbiare è che gli adulti non ne parlassero. C’era un desiderio di rimozione, del tutto legittimo, però mi suonava strano andare in vacanza e far finta di niente…
Avere l’occasione di qualcuno che ti parli, che si preoccupi con te di quello che accade, secondo me, intercetta il desiderio dei giovani; ne hanno bisogno.

Aspettative?
Dalla stagione “Mostri” mi aspetto tanto, da tutti questi personaggi che porteremo in scena e che potrei o avrei potuto essere io. Difronte al mio “Dracula” ci stiamo molto interrogando, insieme a Fabrizio Sinisi (che scrive il testo), su quale senso abbia trattenere in vita, per sempre, qualcuno; non voler a tutti i costi morire è diventato un emblema delle nostre società, producendo una quantità di vite che soffrono. Staccare la spina è la cosa giusta, se è questo il desiderio di chi vuole smettere di soffrire.
E poi, mi aspetto tanto dalle stagioni successive, che ruotano intorno al tema della Guerra e dell’Amore. Non parleremo di guerra, ma di cosa possono diventare o diventano le persone durante una guerra. Nell’ultimo anno ci interrogheremo su cosa diventiamo quando amiamo, nel bene e nel male. In che modo si giocano i rapporti di potere?
Non sono temi su cui puoi rimanere vago.

Esiste ancora, secondo te, e in quale misura, una differenza fra teatro pubblico e teatro privato, più commerciale e di ricerca?
Io credo esistano ancora grandi differenze. Il teatro che dirigo non potrebbe esistere senza la volontà di spendere del denaro pubblico. E questo vale per la maggior parte dei teatri che produce spettacoli di un certo valore, in Italia. In che direzione si vada è un po’ il tema di questi giorni. La stagione del Teatro La Pergola di Firenze presentata da Stefano Massini, bellissima stagione, non potrebbe stare in piedi senza il denaro pubblico. Per quanto i nostri teatri siano grandi, non superano mediamente i cinquecento posti, e con cinquecento posti non puoi sostenere una stagione con spettacoli che richiedono sette o otto attori in scena.
Il vero problema è che il teatro pubblico in Italia è povero, con un budget ridicolo rispetto a quanto accade all’estero. È un grande problema del teatro e della cultura in generale.

Come metti in relazione la tua esperienza di regista con quella di direttore artistico? Cosa ricevi dall’una e cosa dall’altra?
Le cose sono molto in rapporto tra di loro. Non mi sento uno che deve scegliere e basta. Mi sento un po’ artefice anche degli spettacoli che non sono miei, non ne sono responsabile fino in fondo, ma ne sento la paternità.
È un lavoro, quello del direttore artistico fatto in questo modo, che mi impegna anche molto creativamente e poi, ovviamente, le stagioni che delineo seguono il mio desiderio di regista. Il primo destinatario della proposta artistica in fondo sono io, con i miei spettacoli. Dialogo con me stesso.

Se dovessi fare un bilancio della tua esperienza di direttore, quali conclusioni trarresti?
Molto positive. L’esperienza napoletana è stata molto più traumatica, per i motivi politici che l’hanno accompagnata e anche per il modello di direzione artistica che avevo davanti agli occhi. Invece, farlo così come lo sto facendo ora, mi piace moltissimo. Tra poco, per esempio, ho un appuntamento con Federica Rosellini per vedere a che punto è il lavoro su “IGirl”, scene e costumi… Non sono uno che va a vedere lo spettacolo solo a prove concluse. Desidero seguirlo.

E del pubblico torinese cosa pensi?
Al momento ci sta premiando. E sono molto felice. Mi piace anche che mi vengano a dire quando lo spettacolo non gli è piaciuto.

Si sta anche creando un bel dialogo con lo Stabile…
Sì, intanto perché in passato sono stato prodotto, seguito, coccolato, amato dal Teatro Stabile di Torino; quindi, lo sento un po’ anche come casa mia. Non dimenticherò mai che ho debuttato con uno spettacolo prodotto dallo Stabile alla Manica lunga della Cavallerizza: “Elettra” di Hofmannsthal, un esperimento folle, ci si ascoltava con le cuffie.
C’è un ottimo rapporto, così come con il Teatro Regio, con cui ho lavorato spesso, lo scorso anno con “Un ballo in maschera”.

Nel futuro ti vedi continuare più come regista o come direttore artistico?
Guarda, se potessi continuare così, sarei felicissimo.

Qual è il tuo mostro?
E’ il mostro del mio spettacolo: la paura di morire, il non voler lasciare andare, che credo sia il tema di “Dracula”.

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