7 contro Tebe di Civica e Sacchi di sabbia: tragedia, comico, attualità improvvisa

Sette contro Tebe (photo: Pietro Cassini)
Sette contro Tebe (photo: Pietro Cassini)

A poche ore di distanza dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, sul palco romano di Tor Bella Monaca la tragedia di Eschilo inizia con l’esercito alle porte di Tebe

Dopo “I dialoghi degli dei” e “Andromaca“, è “7 contro Tebe” la terza tappa del percorso condiviso tra la compagnia Sacchi di sabbia e Massimiliano Civica, in scena per un solo weekend al teatro Tor Bella Monaca di Roma.
Sono sul palco quattro sedie rivolte al pubblico, due indietro, dalle parti del fondo, accostate, due più avanzate, ai lati della scena, su cui stanno due pupazzi vestiti alla greca; al centro un cavalletto regge due scudi.
Due uomini usciranno e prenderanno possesso delle sedie dietro: sono il coro, Gabriele Carli, Enzo Illiano, in abiti di vecchie beghine. Seguirà il Corifeo (Giulia Gallo), infine Eschilo in carne e ossa (Giovanni Guerrieri).

Ogni dettaglio è all’insegna della più sgualcita povertà dell’apparato, che si presenta asciutto, scalzo, anzi: mal calzato.
I primi minuti sembrano ripercorrere i più comuni cliché del teatro amatoriale – che è un passo oltre il teatro popolare, da qualunque lato lo si guardi. Tutto risponde a questo contesto da saggio di fine corso, di data feriale inserita nel festival dell’anfiteatro di provincia, non solo nella scena spoglia, ma nel rozzo idiotismo degli accessori (le sedie sono quattro normali da conferenza, gli scudi sono di cartoncino), dei costumi, tagliati o rimediati da capo a piedi in quel nero un po’ polveroso che tutto è fuorché neutro, rimasuglio ingenuo terzoteatrista, di quelle scarpe diverse ma comunque nere.

L’amatoriale è poi nel coro femminile agito da uomini en travesti, che non è filologia (né elisabettiana, né giapponese, casomai più vicino alla mamma Agata donizettiana), né sublimazione o assolutizzazione ma economia a doppio fondo comico, disposta alla smorfia crassa sulla vecchia che pare un uomo, così come quegli scalcagnati occhiali da sole curvi sul naso del personaggio di Eschilo, il drammaturgo acidamente criticato da un Corifeo femminista (non è sconcia anche questa attualizzazione?).


L’amatorialità è nella disposizione attoriale costantemente proiettata alla platea, specialmente urticante se il personaggio non è buffo, nella scorciatoia dei dialetti che ammiccano al pubblico con il loro portato di consolatorio micro-ecumenismo egocentrico e bonario che propone una farsa di “straniero”, simpatico ma macchiettistico, diverso ma facile da accettare.
E pure nella struttura del testo non mancano continui richiami a quell’universo dopolavoristico: la ripetizione ne è la chiave strutturale, il modulo ne sarà la gag/tormentone tanto fisica quanto verbale, il farsi identico e prevedibile delle scene, fatta eccezione per l’ultima, quella che vede Eteocle e Polinice sfidarsi sul campo per la catastrofe finale.
Eppure precisamente in questa struttura ripetitiva ha sede lo snodo che condurrà al vero obiettivo del lavoro: se la ripetizione è popolare, come la fiaba ci insegna, è però anche mitica, anche rocciosa e arcaica, come il disporsi molteplice delle colonne in un tempio, come i moduli che le compongono.

Per quanto il mascheramento sia ben riuscito, Massimiliano Civica non è infatti un regista di laboratori a tempo perso, e i Sacchi di Sabbia non sono un quartetto di impiegati in libera uscita. Lui è il regista colto che ha impiegato tre anni per la traduzione dell’Antigone messa in scena nel 2019, oggetto di uno dei tre magnifici documentari di Akropolis, “La parte maledetta”; loro sono quattro comici di vaglia, abilissimi maneggiatori delle questioni ritmiche, sonore, quattro attenti strumentisti di sé stessi, capaci di spaziare da Sandokan a Mozart, dalla sacra rappresentazione e dal lavoro in ottava rima al graphic novel di Gipi.

E così da un lato al lettore sofocleo non sfuggiranno le continue cesellature che alleggeriscono il tronco del testo, ricavato – al netto di una sortita polemica introduttiva, portata avanti dal Corifeo contro Eschilo stesso – attorno alla descrizione dei sette duelli e rispettivi duellanti, armi e scudi compresi. Una cura tale da evitare il quasi inevitabile rischio della ripetitività, insito in un gioco scenico in cui i due coristi descrivono i guerrieri, e il Corifeo ed Eschilo li mimano con i due pupazzi, il tutto distribuito di volta in volta in identici passaggi, come una settemplice ritualità (ecco l’arcaismo della ripetizione).

D’altra parte la lingua, anzi le lingue adoperate dagli interpreti si sollevano subito dal mero fine comico (peraltro riuscito, alla prova dei fatti), declinandosi in un plurilinguismo solido che ha i suoi punti forti nel napoletano stretto, musicale, materico di uno dei due coristi, a cui fa da contraltare il bleso toscano dell’altro, mentre Eschilo mastica uno pseudocolto volgare maccheronico, in cui squilla il senese “doventare” tanto spesso letto in Tozzi, alto e sprezzante verso il polemico italiano dell’annoiato Corifeo, così corretto, così grigio.

Ma i punti più efficaci del lavoro, quelli veramente da godere quasi a occhi chiusi (e viene da chiedersi: come siamo arrivati fin qui?) è quando tutte e quattro le voci si scontrano, si sottomettono l’una all’altra, si assestano ciascuna su un piano o un registro proprio, si interrompono tagliandosi la strada e infine si sommano in qualcosa che è un’armonia: sono brevi momenti in cui quattro strumenti suonano con una grazia e un’intesa miracolose, e il significato è sospeso a favore di brevi concertati sopraffini. E quando, nuovamente spaesati e doppiamente rabbrividenti, si ode l’eco “guerra, guerra, guerra” risuonare sui corpi a vicenda abbattuti dei due gemelli che hanno dato via la vita per una città alla quale entrambi si sentivano legittimamente destinati, trascinando l’asciuttezza di una messinscena poverissima nel corpo di un simbolo vivo e insieme – è la sera del 24 febbraio – nell’inferno dell’attualità. Senza nemmeno un cambio luci.

In scena stasera a Parma, Teatro al Parco, il 23 marzo a Castelfiorentino (FI) e il 27 a Padova.

7 CONTRO TEBE
uno spettacolo de I Sacchi di Sabbia e Massimiliano Civica
da Eschilo
con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Iliano
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in co-produzione con I Sacchi di Sabbia

durata: 60′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Roma, Teatro Tor Bella Monaca, il 24 febbraio 2022

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