Teatro delle Albe firma una riflessione sul lavoro dell’artista, tra luci e ombre
Si può intessere una riflessione profonda, universale e contemporanea, sulle mille sfaccettature dell’artista, andando indietro nel tempo, e portando in scena uno dei geni più fecondi della storia dell’arte del nostro Paese? E, in questo modo, ci si può ancora interrogare su tutto ciò che attraversa l’animo di un artista?
Certo che lo si può fare, proprio perché nella sua più intima essenza, l’artista, oggi come ieri, cova dentro di sé le medesime antinomie sociali ed esistenziali, avendo la capacità, nel medesimo tempo, di operare una radiografia del suo difficile rapporto con il mondo, di cui intuisce, a volte più di tanti altri, le disumanità e le contraddizioni, ma spesso, per suo agio, cercando di nasconderle.
Figura sempre immersa nella costruzione delle sue opere, l’artista è spesso dotato di un ego stratosferico ma colmo di dubbi, con le sue finte certezze, le invidie e i rancori, caratteristiche che ne fanno semplicemente uno di noi.
L’artista preso in considerazione da Marco Martinelli in “Lettere a Bernini” (anche volumetto pubblicato da Einaudi) per riflettere su tutto questo è lo scultore e architetto seicentesco, di origine napoletana, Gian Lorenzo Bernini, che ci ha lasciato opere scultoree meravigliose, come “Apollo e Dafne”, esposto alla Galleria Borghese, o il baldacchino e il colonnato di San Pietro a Roma, per fare solo alcuni esempi.
“Anni fa Ermanna e io entrammo in San Carlino, il capolavoro di Borromini, e rimanemmo incantati, travolti, tramortiti – racconta Martinelli – Da lì ho cominciato a leggere di tutto; e più entravo nella vita di Borromini, più si faceva avanti il rivale, Gianlorenzo. All’inizio tendevo ad allontanarlo, mi dava fastidio questa figura così prepotente, così protetta dai papi, il dittatore artistico della Roma del suo tempo. Non era solo un grande artista, era un imprenditore, decideva lui chi lavorava e chi no. Poi a un certo punto, grazie a Ermanna, mi sono fatto rapire anche io dalla grandezza di Bernini e il primo pensiero è stato quello di creare un dialogo fra i due”.
Sul palco, nella grande scenografia di Edoardo Sanchi, vediamo un Gian Lorenzo Bernini muoversi nel suo studio, fra grandi cassettoni e il tavolo da lavoro, su cui modella le proprie opere, o che sprona gli allievi a catturare la vita per immetterla nel marmo (ma c’è anche, sornione, un computer).
Attraverso una lingua ricca di sfumature, dall’incedere dialettale che ce ne indica le provenienze, parlando in prima e terza persona, mescolando linguaggio dotto e servile, Marco Cacciola, in modo teatralmente incisivo, ci dona tutta l’ambivalenza del Bernini, portatore di quell’animo turbolento che lo rendevano capace, come risaputo, di folgorazioni creative uniche e diversificate, che si intessevano però in un animo sempre proteso alla ricerca di denaro e potere, colmo di frustrazioni, invidie e sete di vendetta, come quella contro il fratello Luigi, reo di avergli rubato l’amante, Costanza Bonarelli.
Le lettere del titolo dello spettacolo fanno riferimento all’irrisorio pagamento offerto dal Maestro alla grande intagliatrice di lapislazzuli Francesca Bresciani, che protestava di ciò, per iscritto, con cardinali e potenti, i quali poi si lamentavano dell’accaduto con lo scultore, il cui potere, in questo modo, ne veniva in qualche modo scalfito da uno ben più grande, “che dispone e consente ma insieme controlla e censura”. Ed è da qui che il nostro “Bernino”, come confidenzialmente viene chiamato da Martinelli, sbotta contro tutti e tutte per quelle lettere, facendo uscire da sé la vera anima strafottente e maldestra.
Ad un certo punto i grandi cassoni di legno, che nella nostra immaginazione dovevano contenere le opere finite del maestro, si aprono, e le immagini proiettate di un concerto, non a caso del grande direttore Furtwengler, che con il potere hitleriano si è contaminato, in un passato più vicino ma significativamente importante per farci intendere come ogni artista, in ogni tempo, ha dovuto avere a che fare con il potere.
Non poteva poi mancare il teatro, che con la sua grande forza di immedesimazione riesce a nutrire la forza creatrice di ogni artista. Strafottente e maldestro, il nostro Bernino si dilettava anche dell’arte scenica, recitando persino con il futuro papa Clemente IX, scrivendo testi, alcuni dei quali, ci sono stati tramandati, e che Martinelli non si lascia sfuggire di proporre, come quello con la celebre maschera di Coviello. Eccoli dunque, i suoi allievi che cercano maldestramente di recitare, e che il Maestro puntualmente corregge: “Attenzione – dice Bernini ai suoi allievi – che se non imparate a recitare, non imparerete mai a scolpire! Gli affetti e i sentimenti, prima di trasferirli nel marmo, li dovete patire in voi… Int’a voce vostre …. Int’a carne vostre”.
Alla fine sarà però un’altra lettera che riuscirà in qualche modo a denudarlo: una lettera che lo informa della morte per suicidio dell’odiato “rivale” visionario Francesco Borromini. Ecco così che, nel bellissimo e commovente finale, reso in modo davvero profondo da Cacciola, Martinelli in qualche modo si mescola dentro all’anima di ogni artista, facendoci capire cosa resta di quell’arte così fragile e illusoria, per la quale da sempre, sperimentando in ogni campo, ha consumato tutta la propria vita: la fatica e la gioia di cercare indefessamente una luce che illumini; ed è da quella luce che sono nati “Apollo e Dafne”, ma anche le chiese di Sant’Ivo dalla Sapienza e di San Carlino alle quattro fontane, a Roma, del suo odiato e amato Borromini.
LETTERE A BERNINI
di Marco Martinelli
regia Marco Martinelli
ideazione Marco Martinelli, Ermanna Montanari
con Marco Cacciola
angelo messaggero Maria Cecilia Bellavite Valencia e Gabriele Augugliaro (in alternanza)
disegno luci Luca Pagliano
scenografia Edoardo Sanchi
musiche originali e sound design Marco Olivieri
tecnico audio Paolo Baldini
voci Ivan Simonini, Gianni Vastarella, Riccardo Savelli
realizzazione immagini video Filippo Ianiero
tecnici video Filippo Ianiero, Fagio
realizzazione scene Antonio Barbadoro con la squadra tecnica delle Albe Alessandro Pippo Bonoli, Gilberto Bonzi, Fabio Ceroni, Enrico Isola, Danilo Maniscalco, Lorenzo Parisi in collaborazione con Rinaldo Rinaldi
assistente alla scenografia Laura Pigazzini
consulenza linguistica Valeria Pollice, Gianni Vastarella
fotografie dello spettacolo Enrico Fedrigoli
coproduzione Albe / Ravenna Teatro – Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
durata: 1h 15′
Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, l’8 febbraio 2025
