All’Elfo Puccini di Milano, l’artista veneta rielabora il celebre racconto di Kafka “Una relazione per un’accademia”
“La Scimmia”, portata in scena da Giuliana Musso all’Elfo Puccini di Milano, è un incontro straordinario tra teatro, filosofia e umanità. L’interprete e autrice vicentina trasfigura il celebre racconto di Kafka “Una relazione per un’accademia” (1917) in una riflessione teatrale contemporanea. L’arte diventa quindi strumento per esplorare le contraddizioni dell’essere umano e le sue gabbie invisibili.
Il personaggio che Musso incarna è una scimmia umanizzata – ma non completamente civilizzata – che si rivolge a una platea di accademici. Con bombetta, bastone, cravatta, panciotto e gessato, la scimmia racconta la sua storia. Avanza con movenze claudicanti e ritmi straniati, quasi un piccolo Charlot. La sua fisicità coniuga realismo magico e malinconia comica. Non è più un animale libero, ma nemmeno un essere completamente umano: la scimmia è un ibrido, sospeso tra istinto e razionalità, tra barbarie e civiltà, simile a un moderno Jekyll e Hyde.
“La Scimmia”, con la traduzione e consulenza drammaturgica di Monica Capuani, è un grido straziante e ironico. Una creatura che desidera essere umana, ma che non riesce a dimenticare la propria bestialità. Giuliana Musso interpreta questo personaggio con maestria, mescolando il comico e il drammatico, il clownesco e le profondità. Il viso di biacca antropomorfa, la mascella prominente, gli occhi ammaliati e animaleschi, i capelli folti come retaggio dell’antico pelo: tutto si muove con un’aria spaesata, oscillando tra disperazione e leggerezza. Ogni passo e sguardo, ogni guaito, invita il pubblico alla complicità.
L’ironia kafkiana è perfettamente trasposta. Lo spettacolo diverte, ma inquieta. La scimmia non può fare a meno di cercare la sua “libertà”, pur consapevole che essa è solo una trappola. Il suo rapporto con la platea è quello di una continua sfida: ci fa ridere e ci mette a disagio, ci provoca a riflettere sul nostro comportamento sociale e sull’illusione di essere emancipati.
La scimmia è imprigionata tra il viscerale e il razionale. Si muove al ritmo di musiche pungenti, create al pianoforte da Giovanna Pezzetta, che ne scandiscono i movimenti. Ogni nota è un passo incerto, ogni pausa una riflessione sul nostro bisogno di adattarci a una società che ci impone regole che ci manipolano e mascherano.
In scena, le luci, calde e fumose, si intrecciano con il corpo ciondolante della protagonista, creando un’atmosfera fiabesca e inquietante, come un sogno senza risveglio. Gli oggetti scenici, dalla sedia di legno nodoso alla porta stellata, suggeriscono il passaggio tra la giungla primitiva e la prigione della civiltà.
Musso, con talento e precisione, talvolta usando il falsetto, dipinge questa figura con delicatezza e ferocia. La sua versione del primate è sobria, diversa da quella mirabilmente interpretata alcuni anni fa dall’attrice milanese Monica Bonomi: quella scimmia, così marcatamente belluina, manteneva tutto il retaggio degli stadi evolutivi precedenti. Le tracce della bestialità affioravano prepotenti. Ne immaginavamo persino l’odore e il tepore del pelo. Ne avvertivamo pienamente lo spaesamento nella civiltà dell’alienazione, e il riflusso continuo alla ferinità selvaggia.
La scimmia di Giuliana Musso è più integrata. È ironica, ma non ride mai davvero. Si fa clown per sopravvivere, fenomeno da varietà o da baraccone. Ma è consapevole che la sua arte non la libererà. L’imitazione degli esseri umani diventa il suo strumento di sopravvivenza. Le movenze oscillano tra la zoppia e la danza, creando una tensione che tiene il pubblico col fiato sospeso. La scimmia, vestita di tutto punto, nasconde un’ironia disarmante, ma anche qualcosa di mostruosamente delicato.
Lo spettacolo esplora la riflessione sulla libertà. La scimmia può fumare, bere acquavite, sputare come noi. Pur “assimilandosi”, si rende conto che l’adattamento non porta alla salvezza, ma alla prigionia. Essa racconta la nostra disumanizzazione. Denuncia chi si conforma a modelli esterni. Il corpo diventa strumento, mentre l’anima si perde nella ricerca di un’identità imposta. Il suo sguardo penetrante, vivido, mai aggressivo, invita il pubblico a interrogarsi su come l’educazione – intesa come imposizione sociale – ci privi della nostra essenza.
Come affermava Tolstoj: «Il diritto a educare non esiste […] l’educazione, concepita nel senso di riuscire a rendere gli uomini simili a modelli prestabiliti, è sterile, ingiusta e impossibile. […] L’educazione è l’azione coercitiva, unilaterale, esercitata da un individuo su un altro individuo; mentre la formazione culturale implica un rapporto libero tra le persone».
Lo spettacolo non dà risposte facili, ma lascia nel cuore un senso di angoscia, come un sorriso agrodolce che ci spinge a riflettere. È il nostro specchio: vediamo le contraddizioni di un essere che, nel tentativo di adattarsi, ha perso la propria identità. Sulla scorta di Kafka, Musso ci ricorda che, per essere veramente liberi, bisogna avere il coraggio di restare fedeli alla propria natura.
LA SCIMMIA
di e con Giuliana Musso
testo originale di Giuliana Musso
liberamente ispirato al racconto Una relazione per un’accademia di Franz Kafka
traduzione e consulenza drammaturgica di Monica Capuani
musiche originali composte ed eseguite da Giovanna Pezzetta
movimento a cura di Marta Bevilacqua
costumi Emmanuela Cossar, trucco Alessandra Santanera
produzione musicale Leo Virgili
produzione La Corte Ospitale
coproduzione Operaestate Festival Veneto
con il sostegno del Teatro Comunale Città di Vicenza (progetto Residenze 2018 – We Art 3) e con il sostegno di MiC e Regione Emilia-Romagna
consulenza scientifica Valeria Vianello Dri, Annamaria Rossetti, Giovanna Bestetti
durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 2’ 30”
Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 13 febbraio 2025
