La compagnia sarà in scena stasera a Udine con “I would I were a Bird”
Siamo stati in Valle d’Itria, tra Cisternino, Ostuni e Martina Franca, per l’edizione 2025 di Puglia Showcase, la vetrina delle compagnie di teatro e danza pugliesi di cui KLP parlerà nei prossimi giorni nei dettagli.
Tra le realtà scoperte e riscoperte, la compagnia di danza Equilibrio Dinamico, in scena al Teatro Verdi di Martina Franca, davanti a una bella platea di studiosi, critici e operatori nazionali e internazionali, con l’ultimo lavoro: “La sagra della primavera. Il rituale del ritorno”, su musiche di Igor Stravinsky “aumentate” elettronicamente dal compositore Benedetto Boccuzzi.
Nell’occasione abbiamo incontrato la coreografa, direttrice artistica e fondatrice della compagnia, nata nel 2011, Roberta Ferrara.
Dopo una settimana di “campo estivo” a Orsolina28 Art Foundation a Moncalvo, in provincia di Asti, dove Roberta è stata invitata in qualità di docente e coreografa per condividere la pratica e il repertorio della sua compagnia all’interno dell’Intensive Program for Pre-Professional Dancers, Equilibrio Dinamico sarà nuovamente in scena oggi, 14 luglio, alle ore 21 a Udine, al Teatro S. Giorgio per FESTIL_Festival estivo del Litorale, con “I would I were a Bird”.
Roberta, nella vostra “Sagra della primavera” il sacrificio individuale lascia spazio a una dimensione collettiva e utopica. Quando hai capito che era giunto il momento di confrontarti con questo grande classico della danza?
Sentivo da tempo il richiamo di questa partitura, ma l’ho ascoltato davvero solo dopo un viaggio personale e artistico pieno di interrogativi, culminato con la maternità. La “Sagra della Primavera” è un’opera totalizzante, che parla di ciclicità, di rinascita, ma soprattutto di sacrificio.
Da cosa nasce l’esigenza di un ribaltamento del significato originario?
Nella mia rilettura ho sentito l’urgenza di spostare il centro: non più l’offerta di un corpo isolato, ma una comunità che si trasforma insieme. Questo ribaltamento nasce da una profonda esigenza di riconnettermi con il senso del rito oggi: in un tempo che ci vuole divisi e performativi, ho voluto mettere in scena una collettività che si sostiene, che si rialza insieme. Un’utopia danzata, sì, ma necessaria.
Ho notato nello spettacolo una profonda cura per il gesto, il dettaglio. Come a voler decostruire il rituale per renderlo contemporaneo. Come hai sviluppato un linguaggio condiviso all’interno della compagnia?
Il gesto, per me, è un luogo di verità. Lavoriamo molto sull’ascolto, sulla sottrazione, sull’essenzialità. Il linguaggio nasce da lì: non da un’estetica imposta, ma da una ricerca condivisa con i danzatori, dove ognuno porta qualcosa di sé e poi lo affida agli altri. In questo processo, il rituale si ricompone in chiave contemporanea: non lo citiamo, lo viviamo. Il corpo, anche nel dettaglio più minuto, racconta, dona energia.
Sempre a proposito della compagnia: sin dall’inizio avete rivendicato con forza il vostro essere un “ensemble”, in controtendenza rispetto a molte formazioni contemporanee. Dimmi una grande opportunità e una potenziale minaccia di questa scelta artistica.
Essere un ensemble è un atto politico, prima ancora che artistico. Significa scegliere la pluralità, l’intesa, la responsabilità reciproca. La grande opportunità è quella di crescere insieme, come organismo vivo: la creazione si arricchisce ogni volta che qualcuno porta un frammento della propria visione. La minaccia? Forse l’illusione che la collettività basti da sola. Serve sempre una guida, un orizzonte, e bisogna lavorare tanto per mantenere in equilibrio le differenze, le dinamiche interne. Ma è un rischio che vale la pena correre.
Il titolo contiene un’espressione molto evocativa: “Il rituale del ritorno”. A quale ritorno allude? Alla memoria? Alla natura? Alla collettività?
A tutto questo, e anche a qualcosa di più intimo. Il ritorno, per me, è un movimento che riporta a casa, che riapre una porta interiore. È tornare alla sorgente del gesto, alla verità del corpo, all’urgenza di danzare. In questi anni così complessi per il nostro settore e per il mondo intero, ho sentito il bisogno di evocare un ritorno al senso profondo dell’esserci. In scena, ma anche nella vita.
La tua compagnia sarà stasera in scena a Udine con “I would I were a Bird”. In questo lavoro sembra che tu abbia abbandonato ogni struttura narrativa per lasciare spazio a un’esperienza sensoriale, quasi meditativa. Come si costruisce una coreografia che “non racconta ma vola”? Quali strumenti usi per guidare i danzatori in questo stato di leggerezza e abbandono?
Credo che il volo, nella danza, inizi quando si smette di controllare e si accetta la sospensione. In questo lavoro ho voluto svuotare la scena da ogni aspettativa narrativa, per lasciare spazio a una dimensione più rarefatta, quasi contemplativa. Il lavoro con i danzatori è stato soprattutto percettivo: esercizi di respirazione, visualizzazioni, meditazioni in movimento. Ho chiesto loro di “abitare” il tempo, non di riempirlo. È un lavoro sull’abbandono, ma anche sulla fiducia: nel corpo, nello spazio, nel gruppo.
Un’ultima nota personale: sei mamma da pochissimi mesi. Un figlio nel mondo della danza contemporanea è sicuramente un evento. Soprassedendo ai motivi di questa mia affermazione (per i quali ci vorrebbe un’intervista a parte), voglio chiudere con una domanda semplicissima: come stai?
Sto imparando. Ogni giorno. Essere madre ha rimescolato tutto: il tempo, il corpo, le priorità, ma anche le visioni artistiche. Non è facile tenere insieme tutto, lo ammetto, ma è profondamente trasformativo. Samuel mi ha insegnato il respiro lento, l’ascolto profondo, il senso del presente. Non so ancora bene “come sto”, ma sento che sto tornando a me in un modo nuovo. E anche questo, forse, è un rituale del ritorno.
