Tra lutto e illusioni, Francesco Scimemi a OperaEstate Festival racconta la fragilità della perdita
«Non so di preciso cosa sia la magia, ma so che inizia sempre quando non te ne vuoi più andare. Dai luoghi, dai pensieri, dalle persone». Sono parole tratte dal diario di Cesare Pavese, che ben condensano lo smarrimento che prova il protagonista di “Abracadabra”, Francesco Scimemi, di scena con Babilonia Teatri a Bassano del Grappa (Teatro Remondini) in occasione di OperaEstate Festival. Già presente nel riadattamento di “Romeo e Giulietta” firmato dalla stessa compagnia, Scimemi è illusionista originale, noto anche per la sua verve comica; ma qualcosa nella sua arte è cambiato dopo la scomparsa, nel 2023, della sua compagna di vita e di scena Fiammetta Alessandrini.
Che si tratti di un’opera sull’elaborazione del lutto, anzi, sulla sua impossibilità, è dichiarato da Scimeni appena sale sul palco e occupa il centro della scena. In verità lo spettacolo inizia prima, mentre la platea va riempiendosi: lui, Enrico Castellani e Valeria Raimondi accolgono il pubblico distribuendo quattro carte a ciascun spettatore, che nel corso della serata diverrà parte attiva di vari prodigi.
Lo showman poi va a occupare uno spazio dove può presentarsi senza frac, in semplice tuta da ginnastica, legittimato a fallire come mago di fronte all’ineluttabilità della morte e a mostrarsi umano, fragile, pur non perdendo la sua innata ironia. Respinge teorie e terapie ispirate a un ottimismo efficientista, che invitano a chiudere a chiave il dolore in un cassetto o a realizzarne una metamorfosi magica che ci renda più: più forti, più maturi, più saggi; mentre tutto, anche il passato, assume un segno meno. E noi, con lui, siamo autorizzati a fare a pugni con le nostre perdite personali e con quell’oscillazione sorprendente e contraddittoria che resta la vita. L’aria iniziale da clownerie, infatti, tornerà a soffiare nel corso della pièce a ritmo alterno, dettando un movimento a fisarmonica del timbro emotivo dello spettacolo e del vissuto degli spettatori: tra aperture all’incanto, al riso, alla sorpresa e chiusure sotto il peso della gravità, della commozione, dell’impotenza, in un’altalena senza sosta.
Per quanto la vicenda umana raccontata in prima persona rispecchi tanti destini silenziosi, parlare di cancro oggi è ancora un tabù. Babilonia Teatri ne sfida la crudezza: il rintrono delle diagnosi, la deflagrazione di una malattia che nasce da pochi millimetri, l’inefficacia di terapie che riducono il paziente a oggetto di protocollo.
Si rende visibile, inoltre, l’impotenza che corrode i caregiver, e l’inabissarsi nel lutto bianco prima della morte. Ma altre dimensioni, altrettanto delicate, restano inesplorate, forse perché la delicatezza del tema trattiene dall’essere più caustici: l’aspetto velenoso del pharmakon, l’evasività delle politiche di prevenzione, l’inerzia politica nel contrasto ai fattori della più massiva epidemia globale.
Che si tratti di questo o di altre cause, è ben reso l’impatto viscerale, nel quotidiano e nell’identità di chi resta, che provoca la perdita di persone capitali della nostra esistenza: quelle che s’incarnano in noi, condizionano la qualità della nostra esperienza con la loro proprietà transitiva, invischiano la loro vita con la nostra.
Castellani e Raimondi sono prevalentemente servi di scena. Ma il fatto di essere anch’essi compagni di vita insinua delle simmetrie romantiche, più evidenti quando intonano alcuni recitativi scritti e scanditi secondo la loro distintiva tecnica cumulativa e ossimorica.
Il racconto procede secondo una struttura a quadri, la cui cornice è delimitata da vari trucchi e gag. Uno di questi in particolare assume un respiro meno intimistico e più ampio: Scimemi, facendo un parallelismo col cimitero del Verano di Roma, rievoca la sua città d’origine, Palermo, la cui mappa mentale è segnata dalle lapidi dei morti ammazzati dalla mafia.
La regia, come sempre negli spettacoli di Babilonia, è nuda: la macchina teatrale, i fari, le corde, gli attrezzi sono completamente visibili. Ciò che resta imperscrutabile è il meccanismo dei numeri di magia, a partire dalla classica divisione in tre parti del corpo di una donna, Emanuela Villagrossi, fantasmatica e muta silhouette in un elegante abito rosso.
La narrazione è ritmata anche dalla cosiddetta playlist del morto, colonna sonora che interagisce strutturalmente con la drammaturgia: si attraversano Ivano Fossati, David Bowie, Andrea Laszlo De Simone e altre atmosfere e parole musicali espressive. Anche la costruzione visiva, pur muovendo da una scena essenziale, crea immagini di grande eloquenza, che non richiedono didascalie: una poltrona vuota, un tappeto di fumo addensato, la figura isolata di Villagrossi indagano quel confine impalpabile tra presente e memoria, tra assenza e presenza, e restituiscono la magia di quell’amore e di quegli spazi condivisi.
“Abracadabra” non ha uno sviluppo scenico che conclude. Potrebbe proseguire come il dolore e gli infiniti pensieri o ricordi che lo accompagnano. Riproduce il nostro percorso di funamboli sempre in bilico. Più che a diventare maghi, ci invita a riconoscerci umani.
ABRACADABRA
di: Babilonia Teatri
con: Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Francesco Scimemi, Emanuela Villagrossi
scene, costumi e disegno luci: Babilonia Teatri
coordinamento tecnico dell’allestimento: Marco Serafino Cecchi
assistente all’allestimento: Chiara Lanzillotta
direttore di scena: Katiuscia Meli
elettricista e fonico: Alberto Martino
cura della produzione: Elena Tedde Piras e Francesca Bettalli
ufficio stampa: Cristina Roncucci
comunicazione: Francesco Marini
foto: Eleonora Cavallo
video: Ivan D’Alì e Giulia Lenzi
grafica: Veronica Franchi
produzione: Teatro Metastasio di Prato
con il sostegno di Operaestate/CSC di Bassano del Grappa e Ariateatro Ets
durata 1h 10’
Visto a Bassano del Grappa, Teatro Remondini, il 17 luglio 2025
