Fino al 14 settembre Kollatino Undeground trasforma la periferia in spazio per poetiche che intrecciano teatro fisico, circo, acrobatica, musica ed ecologia
È cominciato sabato 30 agosto e durerà fino al 14 settembre, in largo Mengaroni a Tor Bella Monaca, nella estrema periferia romana, Anomalie – Festival internazionale di nuovo circo contemporaneo, giunto alla sua 19ª edizione. Un progetto ideato dal Kollatino Underground e cresciuto insieme alla comunità del Municipio VI, con il sostegno del Ministero della Cultura – FUS, di Roma Capitale e di Roma Creativa 365.
Il programma 2025 mette in scena 32 spettacoli firmati da 22 compagnie, tra prime nazionali, regionali e internazionali, con un’attenzione particolare alla presenza femminile e alle nuove generazioni. Clownerie, teatro aereo, acrobatica, installazioni e sperimentazioni sensoriali: un mosaico di linguaggi che abita la periferia trasformandola in palcoscenico e laboratorio di immaginari condivisi.
Accanto agli spettacoli, i laboratori gratuiti dedicati a bambini, adolescenti e aspiranti creativi, insieme ai progetti di circo sociale e alle scenografie di street art firmate dal collettivo 610, confermano l’anima plurale e partecipata di un festival che da quasi vent’anni sceglie di portare l’arte sotto casa, come gesto politico, poetico e comunitario.
Tutti gli eventi si svolgono in quattro palchi allestiti nell’area riqualificata (grazie a un recente investimento della Fondazione Bulgari) di largo Mengaroni dove, insieme al campo da basket e allo skate park, spicca il Cubo Libro, uno spazio culturale che ogni giorno inietta cultura in una periferia che altrimenti ne sarebbe priva, attraverso eventi, spettacoli, laboratori.
Il primo giorno di festival ha visto due one man show intrattenere e divertire il variegato e chiassoso popolo di “Torbella”. Ha iniziato il giocoliere e clown Maurizio Mancini l’Uovo Elettrico con “Cose di casa”, uno spettacolo che fa vivere gli oggetti del quotidiano in un crescendo di trucchi e trovate assurde. A seguire, Piero Ricciardi e il suo “Why Not?”, uno spettacolo ad alto tasso di interazione col pubblico (chi scrive ne sa qualcosa!), fatto di equilibrismi e anarchia.
L’arte di strada prosegue il suo percorso al festival a partire da venerdì 5 settembre, con una serata che intreccia memoria e sperimentazione: “Melic – corde per tessere” di IF Circus, in prima nazionale, porta in scena corde intrecciate da donne over 60 trasformandole in simbolo collettivo e sospeso, mentre la “Famiglia Carlucci” di 3Didanè decostruisce con ironia e amarezza la tradizione del clown classico. A seguire, la tempesta creativa di “Supernova” del Collettivo Flaan accende la piazza con beatbox, verticalismi e una potente energia corale. Per tutto il weekend, il pubblico potrà vivere anche l’esperienza immersiva di “Come i Pesci”del Circo El Grito, un teatro circense sensoriale per pochi spettatori alla volta che vivranno l’esperienza tramite un “veroscopio”.

Sabato 6 settembre la giocoleria diventa poesia con “Viola Vertigo” di Scorza e prende corpo con la vitalità di “spaiATa” di Gioia Santini, che celebra la diversità con leggerezza e invenzione. La serata culmina con il debutto nazionale di “Scartabaret“ della compagnia Circo Madera, un cabaret eco-poetico che trasforma materiali di riciclo in numeri circensi sorprendenti.
Domenica 7 settembre si apre con la delicatezza perturbante di “Senza Denti” di Silvia Laniado, seguito dall’eleganza acrobatica della ruota tedesca di Roberto Sblattero in “Acrosteel” e dall’attesissimo “Il Peggio delle Pagliacce“, clownerie al femminile corrosiva e liberatoria che unisce artiste da tutta Italia.
Venerdì 12 settembre si entra in territori intimi e visionari: “Brigitte et le petit bal perdu“ di Nadia Addis propone un microspettacolo Lambe Lambe, mentre “Camelot“ di Mr. Pope e Blumamba reinventa la fiaba in chiave urbana. Con “To Play or Not to Play” Lannutti & Corbo interrogano il senso del gesto teatrale, prima che “Davaiii“ del duo internazionale DA Circ intrecci violoncello e acrobatica in un dialogo vibrante.

Sabato 13 settembre il programma alterna ironia e riflessione: “Ci penso io“ di Andrea Scarimbolo mette in scena un artigiano del tempo, “Cheap Chips“ di Giorgia dell’Uomo trasforma una busta di snack in rito condiviso e “Winner“ del Circo Pacco parodia con comicità irriverente il mito olimpico.
Il festival si chiude domenica 14 settembre con due spettacoli di grande intensità: “Intus“ della Steam Duo, un viaggio tra acrobazia e poesia visiva, e “Bagatella“ di Lorenzo Aureli, danza sospesa e potente che sigilla l’edizione con leggerezza e forza verticale.
Ma un festival non è solo un elenco di spettacoli. Per farci raccontare le sue complessità abbiamo rivolto alcune domande alla direzione artistica, composta anche quest’anno da Chiara Crupi e Nicola Danesi De Luca.
Anomalie è nato quasi vent’anni fa: in che modo è cambiato il festival e in cosa è rimasto fedele alla sua idea originaria?
20 anni fa alla prima edizione eravamo a Casale Caletto, periferia est di Roma.
Il festival nasceva dall’incontro, battezzato dall’allora assessore alla cultura del V municipio Antonio Medici, tra due anime che non si conoscevano, il Kollatino Underground e Tony Clifton Circus. Da una parte uno degli spazi rappresentativi della sperimentazione teatrale romana, dall’altra una compagnia che del circo e del teatro di strada aveva fatto il suo mondo di riferimento.
Il programma di quella edizione rispecchiava questa doppia anima dividendosi esattamente a metà tra sperimentazione teatrale (gruppi come Muta Imago e Santasangre, ad esempio) e artisti provenienti da festival di circo e teatro di strada di tutta Europa.
Due mondi apparentemente molto distanti ma che, per due settimane, trovarono casa comune sotto un tendone da circo in una delle periferie all’epoca più dimenticate di Roma, con intorno enormi caseggiati abitati da famiglie che non avevano mai visto niente di simile. Sembravamo dei marziani: eravamo, appunto, una anomalia, eravamo quello che lo spettacolo dal vivo dovrebbe essere sempre, una sorpresa, una pausa dalla realtà, una alternativa onirica alla normalità.
Negli anni il festival è cambiato scegliendo progressivamente il circo come linguaggio ideale, ma l’obiettivo è sempre stato lo stesso: portare lo stra-ordinario in luoghi che vivono un ordinario difficile, grigio, apparentemente privo di sogni e opportunità.
Portare il circo contemporaneo in periferia è una scelta poetica e politica: cosa significa oggi scegliere Tor Bella Monaca, “la parte estrema della città dove il cemento trattiene le storie e i sogni si fanno strada tra le crepe”?
Ci siamo innamorati a prima vista!… dei colori vividi, dei sorrisi e dell’atmosfera di largo Mengaroni, agorà di Tor Bella Monaca, tanto da rendere la piazza il centro pulsante del nuovo progetto triennale di Anomalie. Obiettivo possibile solo grazie alla sinergia e alla collaborazione del Cubolibro e del Che, associazioni che sono quotidianamente pilastri attivi di cambiamento e di sviluppo culturale e sociale per la comunità territoriale. Ringraziamo in particolare la cura di Claudia Bernabucci.
Tor Bella Monaca è innanzitutto, come molte periferie delle metropoli, un luogo forte, con un carattere duro, respingente e violento che non ti nasconde mai, anzi te lo sbatte in faccia da subito quasi con fierezza. È incomprensibile come la nostra società abbia lasciato indietro, a volte anzi creato quasi appositamente, quartieri come questo, relegando le persone che ci vivono ad una sorta di esilio dal resto della comunità cittadina. Eppure è un luogo privo di ipocrisia, dove vige la legge del più forte e nel quale da estraneo è difficile conquistare anche solo il diritto ad essere ospitato.
In luoghi come questo tutto ha più senso ed è e deve essere più intenso e obbliga anche gli artisti ad essere ancor più sinceri e a dimostrare quanto la loro arte sia forza. È dunque una sfida continua ma anche un’occasione di ritrovare il senso del proprio lavoro e misurarne la qualità.
Sarebbe folle pensare che questo festival possa cambiare il quartiere ma la speranza è riuscire a regalare un breve momento di sogno e magari seminare un piccolo virus in qualche bambino, mostrando che esistono altri mondi, altre possibilità, altre realtà, altre vite ed altri sogni.
Il programma 2025 presenta molte prime nazionali e una forte presenza femminile: come avete costruito questa “costellazione” di artiste e artisti?
Il programma è la mappa di una costellazione in cui ogni debutto è una stella che porta con sé un archetipo: il volo, la metamorfosi, il gioco, la fiducia, la fragilità, il lasciarsi andare. La composizione è frutto di un lavoro di ricerca che intreccia più livelli: da un lato la volontà di portare a Roma le nuove creazioni del panorama internazionale – molte delle quali in prima nazionale – dall’altro l’impegno a far emergere le voci originali della scena italiana, con un’attenzione speciale alle artiste che stanno ridefinendo il linguaggio circense.
Intercetta così le ricerche più radicali nel circo di creazione contemporaneo, alcune delle quali portano la firma di artiste, delle quali abbiamo apprezzato il coraggio di spostare lo sguardo dell’orizzonte poetico – che diventa, inevitabilmente, anche politico.
Abbiamo voluto costruire un mosaico capace di tenere insieme genealogie diverse: dal gesto antico della tessitura trasformato in poesia aerea, alle marionette itineranti fino al micro-circo intimo e prezioso. Non è solo che ci sono “più donne in programma”, non ci interessano le quote rosa. Ci interessa la profondità e la forza di codici estetici che molte artiste stanno introducendo, ridisegnando la scena del nuovo circo e della clownerie con visioni capaci di spostare prospettive e generare nuovi immaginari.
Al tempo stesso abbiamo cercato di costruire dialoghi intergenerazionali, accostando artistə emergenti, giovanissimi giocolieri ad autorə già riconosciuti come Circo El Grito, Circo Madera o Lannutti & Corbo, creando ponti tra esperienze e sensibilità.
La stella polare del nuovo triennio restano gli spettacoli senza parole, linguaggio universale e interculturale che suggerisce immaginari surreali e fragili disequilibri, impattando con la sola forza della suggestione e dell’emozione. Che appartiene a tutte le età, a tutte le etnie, a tutte le lingue. Che non ha bisogno di traduzioni, perché si fa gesto, sguardo, sospensione. È senza parole che Anomalie attraversa le periferie.
La partecipazione della comunità – attraverso laboratori, circo sociale e street art – è un tratto distintivo del festival: che valore ha per voi questo dialogo con il territorio?
Noi siamo ospiti di un territorio, di una piazza che esiste ed è viva grazie al lavoro e alla presenza costante di una associazione che vive e conosce il quartiere tutto l’anno, non come noi che arriviamo, stiamo tre settimane ed andiamo via. Il dialogo con il territorio è dunque, fortunatamente per noi, facilitato dalla complicità con questa realtà che lavora con una passione ed una capacità incredibili e grazie a questo è diventata un punto di riferimento.
Grati per ciò che Cubo Libro fa tutto l’anno, permettere ai bambini e ragazzi del quartiere di sperimentare la possibilità di farsi attori e non solo spettatori passivi, nel circo o nella street art come nella propria vita, proponiamo il laboratorio di Piccolo Circo e gestione delle emozioni a cura di Catherine di Carlo Campaz e la street art grazie a Mimmo Yunior e Leon Ferreira.
Parallelamente il festival porta con sé la Radio Anomala, che da ormai sei anni racconta il festival attraverso le parole di giovani speaker. In collaborazione con Radio Città Aperta che incontra Radio Sonar la radio di quartiere.
Ulteriore progetto che segue il festival da 15 anni è il laboratorio #spazioagito creato in collaborazione con la onlus Crocevia e Danilo Licciardello, che documenta la relazione fra spettacolo dal vivo e contesti marginali all’interno della cornice del festival.
Guardando al futuro, qual è l’“anomalia” che volete continuare a difendere e coltivare con il festival?
Nicola: sopravvivere in questa epoca precaria per le realtà artistiche sarebbe già un buon risultato ed allo stesso tempo un’anomalia. La speranza è sempre che il quartiere che ci ospita possa sentire sempre di più questo festival come una propria festa, un appuntamento importante per la comunità, un’occasione da difendere. Insomma, ci piacerebbe un giorno sentirci a casa a Tor Bella Monaca, e che Tor Bella Monaca avesse sempre più possibilità di vedere i propri sogni diventare realtà e trasformarsi da anomalie a diritti.
Chiara: guardando al futuro, l’anomalia che vogliamo continuare a difendere è la possibilità di portare spettacoli di altissimo livello là dove non si guarda, di abitare le periferie come luoghi generativi, di bellezza e non di disagio e mancanza. Coltiviamo l’idea che la cultura non sia un lusso ma un diritto, che il nuovo circo possa essere linguaggio poetico e sociale, che ogni corpo in scena – fragile, ribelle, laterale – possa aprire una breccia nel quotidiano e restituire visioni. In un tempo in cui il dibattito sul FUS mette in luce l’esclusione di molti festival dal sostegno pubblico, ribadiamo che la cultura non può essere ridotta a un bando né misurata a punteggio. È proprio nei territori più fragili che va difesa e nutrita, con risorse strutturali e visione politica.
