Uno sguardo internazionale per la 19^ edizione di Mirabilia, che avrà il suo epilogo a Dogliani dal 26 al 28 settembre
Un pubblico sempre più numeroso ha accolto a Cuneo gli ultimi tre giorni di Mirabilia Festival grazie ad un’offerta caleidoscopica di discipline performative, che spaziano dal circo contemporaneo alla danza, dal teatro urbano alle arti visive. Il festival conferma la sua vocazione di laboratorio di comunità e di sguardi: un crocevia dove artisti provenienti da ogni parte del mondo intrecciano linguaggi, mettendo alla prova i confini delle arti sceniche e invitando il pubblico a lasciarsi attraversare da narrazioni inedite ed emozioni.
Le famiglie sostano in piazza Foro Boario, ribattezzata per l’occasione “Piazza dei Balocchi”, dove Rodolfo e Carla, gentili giostrai d’altri tempi, accompagnano i piccoli nel loro Microcirco, alla scoperta di giochi tradizionali, come la pesca delle ochette, il tiro ai barattoli, il giro sul cavallo di legno o le bolle di sapone giganti. Di tanto in tanto trattengono i genitori dall’intervenire: è importante riservare ai bimbi il piacere della scoperta in autonomia.
Nel frattempo, un vivace brunch all’Open Baladin favorisce l’incontro tra artisti e programmatori, e in piazza Virginio proseguono le sperimentazioni di installazioni multimediali e performance ideate da studenti e studentesse dell’Università di Torino e da Studium Lab. Tra le più interessanti citiamo “Come mi vedo? Come ti vedi?”, una performance di danza che esplora l’identità femminile non come categoria definita, ma come un territorio in continua evoluzione. L’idea è frutto dell’incontro tra una fotografa e le performer di UTPlay – Università di Torino Performance & Digital Playground. Due linguaggi differenti si fondono per creare un dispositivo scenico originale: la fotografia stampata del corpo intero, che le danzatrici portano con sé, e il corpo reale, che si muove in scena. La performance si sviluppa come un rito, dove i gesti delle danzatrici e le fotografie che portano con sé offrono al pubblico prospettive inedite. Lo spettatore diventa parte di un dialogo intimo e collettivo, un’esperienza che non cerca risposte definitive, ma apre uno spazio di riflessione e autodeterminazione in cui la presenza femminile si manifesta in tutta la sua complessità.
Il mattino è il tempo dedicato alle famiglie, alle voci delle nuove generazioni, ma anche agli incontri, come il Caffè Letterario del sabato, per riflettere sul rapporto tra arti performative e democrazia. Si alternano sul palco i rappresentanti delle compagnie cilene ospiti del festival: La Patogallina, La Huella Teatro, Colectivo CKA, Silere Arts. E, a queste, si aggiunge il preziosissimo contributo di Horacio e Natasha Czertok di Teatro Nucleo, compagnia italo-argentina che ripropone in occasione del festival lo storico spettacolo “Quijote!”. In scena il sabato sera in piazza Galimberti, vi si coglie la lezione di Dario Fo, che affonda le sue radici nel teatro greco antico e nella commedia dell’arte – espressioni entrambe di una società e di un’arte orizzontale, democratica -, ma anche la dimensione di gruppo che incide fortemente nella creazione e chiama all’assunzione di responsabilità.
La prima battaglia che Don Chisciotte compie è proprio contro l’indifferenza di fronte alle ingiustizie subite dagli umili. A distanza di tempo le parole di Cervantes, tradotte e adattate da Horacio Czertok e recitate dalla profonda voce di Renato Carpentieri, risuonano sorprendentemente attuali. Fu la visione di questo spettacolo, una trentina d’anni fa, a suggerire al direttore artistico Fabrizio Gavosto l’idea di costruire un festival dedicato al teatro di strada e alle arti performative connesso con il territorio e con le comunità.
Lo spettacolo messo in scena da La Patogallina, un’altra compagnia cilena con una forte vocazione politica, “Solo nos queda cantar”, ripercorre la storia del Cile e del Sudamerica attraverso diciotto canzoni di vari stili. Lo stile è leggero e divertente, il pubblico si lascia trasportare con allegria in un’atmosfera quasi da karaoke, ma vi è spazio anche per un’amara e sarcastica riflessione su tempi passati e presenti.

A pochi chilometri da Cuneo, nella suggestiva cava di alabastro va in scena “Storia di un ruscello”, ideato e interpretato da Erica Meucci: un invito a connettersi con i suoni e i ritmi del mondo naturale che, all’imbrunire, diventa ancora più fascinoso.
Per le strade e nelle piccole piazze, di tanto in tanto, si assiste a performance più tradizionali, perlopiù senza parole, che prediligono il linguaggio dinamico e poetico del clown di strada. Il surreale “Woow!”, della Compagnia Bruboc, incanta e diverte grandi e piccini: a bordo di un bizzarro veicolo di metallo, un po’ scooter un po’ tapis roulant, due strani personaggi – lui alto e stralunato, lei vestita con un buffo costume ricoperto di piume bianche – che sembrano arrivare da un paese lontano, viaggiano, si fermano, scherzano, mangiano e interagiscono con il pubblico.
Talentuosissimo e infaticabile, Mr. Ritmo (Domenico Ciano) che, con l’utilizzo di pochi oggetti quotidiani, alcuni strumenti rudimentali, le claquettes e la collaborazione di tre involontari spettatori, allestisce una piccola orchestra, trascinando il pubblico in un’esplosione musicale di energia e virtuosismo.
All’allegria di Mr. Ritmo fa da contrappunto Astolfo (Marco Borghetti) che, in una piazzetta attigua, attira l’attenzione dei passanti con il suo abito bianconero quadrettato, un voluminoso trolley, le movenze rapide e improvvise, alcuni giochi di magia e, soprattutto, un’aria stravagante e un po’ scontrosa.
Mirabilia è anche teatro partecipato. Alcuni spettacoli nascono infatti dalla collaborazione con persone e artisti del luogo, nei giorni che precedono il festival, e danno vita a performance interattive in cui la città diventa palcoscenico e i passanti co-creatori dell’evento. Forse il più dirompente è “Proyecto X” dei cileni Silere Arts che, dal tetto dell’Open Baladin, lasciano cadere enormi cubi metallici gonfiabili invitando il pubblico a interagire, per poi addentrarsi nella piazza principale di Cuneo al grido di “Io sono antifascista” e concludere cantando “Bella Ciao” sotto il balcone da cui, il 26 luglio del 1943, il giorno successivo alla caduta del fascismo, si affacciò Duccio Galimberti per pronunciare il suo celebre discorso. Dirompenti, divertenti e partecipatissime tutte le repliche dell’evento.
Gli ottoni e le percussioni dei Rusty Brass invadono gioiosamente cortili e vie trasformandole in travolgenti “Strade poetiche”, in collaborazione con i musicisti del Conservatorio G. F. Ghedini di Cuneo, che si affacciano dalle finestre o si uniscono alla banda dai tavolini di un bar o in sella a una bicicletta.
Altri spettacoli si svolgono indoor, come “Kraken” del collettivo cileno CKA, un esempio di come Mirabilia si apra coraggiosamente anche alle nuove sperimentazioni dell’arte performativa. Fondendo danza contemporanea, videomapping e suoni digitali, lo spettacolo genera un’esperienza per alcuni disturbante, ma senza dubbio molto interessante, immersiva e multisensoriale, che rinnova il concetto di spettacolo: una partita di tennis, giocata nella palestra Geometri, diventa lo spunto drammaturgico per inscenare l’allenamento ossessivo, la tensione della partita, l’esaurimento fisico finale.
Nella Chiesa di San Francesco va poi in scena uno tra gli spettacoli più interessanti del festival, “I’m not a hero” di Balletto Civile: intenso, poetico, contemporaneo. Le due interpreti si muovono tra pneumatici abbandonati a terra, alla ricerca del proprio senso, si interrogano sul ruolo del potere e sul concetto di libertà. Uno degli pneumatici sembra alludere a un pozzo da cui si è fatalmente attratti. È facile cadere ed essere risucchiati dal fondo; per risalire occorre che qualcuno offra il suo aiuto, per risalire occorre essere insieme. Nell’alta e raffinata qualità dei movimenti, a cui si accompagna un’efficace drammaturgia di parola, si legge la mano di Michela Lucenti.
Il corpo diventa tramite di narrazione, memoria e trasformazione nello spettacolo di Calidè, che in piazza Galimberti trasforma il fuoco in cuore pulsante della scena. Sei giovani interpreti lo attraversano e maneggiano, restituendolo al pubblico come energia in continua evoluzione, in un’incisiva coreografia collettiva dal forte respiro rituale. Fiamme che tracciano linee nell’aria, bagliori che squarciano l’oscurità, scintille che aprono spazi di immaginazione. Il fuoco diventa metafora di vita: calore che unisce, forza che divora, luce che rinnova. Un viaggio che non ha bisogno di parole, perché parla direttamente ai sensi.
Attraversando le sale del Museo Diocesano, il pubblico resta sospeso tra osservazione e partecipazione con “Nel segno del Leone” di Natiscalzi DT, un viaggio che fonde gesto e simbolo, forza e vulnerabilità. Guidati dagli sguardi magnetici di due danzatori e una danzatrice, che li accompagnano lungo corridoi e scale, gli spettatori riflettono su dinamiche umane universali: l’energia che spinge a emergere, il desiderio di riconoscimento e il confronto con le proprie fragilità. Ogni movimento si fa rito, ogni passo una scia luminosa, ogni pausa un invito a respirare la tensione tra l’apparire e l’essere. Lo spettacolo è il primo capitolo di “Zodiacos”, un progetto biennale in cui Natiscalzi esplorerà l’astrologia come chiave per comprendere la condizione umana, trasformando lo spazio scenico in una metafora di energia cosmica.

Il corpo diventa strumento di riscoperta e liberazione, anche nell’assolo di danza acrobatica “La solitudine dei dispari” di Ethan Scotton, diretto dal padre Milo Scotton di Artemakia. La performance è un susseguirsi di sequenze coreografiche che fungono da ponti tra passato e futuro: i ricordi non vengono dimenticati, ma accolti e rielaborati, permettendo di ripartire con consapevolezza e leggerezza. Lo spettatore è immerso in uno spazio in cui il gesto comunica emozioni complesse e intime. L’iniziale vulnerabilità si trasforma gradualmente in forza, dimostrando come il corpo, in questa danza, diventi uno strumento di liberazione: il movimento cura, racconta e trasforma. È un viaggio che invita a guardare dentro di sé, a riconoscere le proprie fragilità e ad accoglierle come parte integrante di un processo di rinascita.
Ancora danza con “Punti di conTatto”, un ipnotico duetto di Luca Tomasoni e Noa Von Tichel, che mette in luce la forza del tocco come linguaggio universale, capace di creare legami e raccontare l’umano, trasformando l’esperienza del pubblico in un momento condiviso e poetico. Lo spettacolo si svolge in dialogo con la grande opera di bronzo “Black hands with lights signs” dell’artista italo-senegalese Maïmouna Guerresi. Collocata al centro del cortile della Fondazione CRC, l’opera rappresenta due mani unite, simbolo di accoglienza e unione, attraversate da sottili linee bianche che l’artista chiama “percorsi di luce”.
La Chiesa di San Francesco ospita la sezione “short” del festival, con due assoli di danza. Il primo di questi è “Finzioni”, un lavoro in costruzione di Lupa Maimone e Riccardo Serra di Oltrenotte. La performance trasporta lo spettatore in un’esperienza ipnotica in cui i gesti dell’artista, sola in scena, diventano piccole “finzioni reali” a cui, come bambini, si crede senza esitazione. Le braccia si moltiplicano, costruiscono e dissolvono significati in un flusso continuo di metamorfosi. Le sigarette accese spariscono per riapparire altrove. L’effetto è magnetico e sospeso, invitando il pubblico a farsi guidare da un’esperienza visiva che non segue una narrazione lineare, ma si svolge al ritmo di un sogno, dando vita a mondi immaginari che dissolvono il confine tra teatro, danza e circo.
L’assolo “Au Delà”, esito dell’incontro tra Raphael Bianco e un danzatore del Burkina Faso, si propone come un atto di apertura verso l’altro e una ricerca di connessione tra culture e sensibilità differenti. Mentre il corpo diventa veicolo di narrazione, memoria e trasformazione, il pubblico assiste a un movimento che non è solo estetico, ma (e forse soprattutto) etico e culturale.
Sotto la tettoia di piazza Virginio, la giovane compagnia Tam Tam Teatro presenta un’essenziale ma efficace messa in scena del “Macbett” di Ionesco, sospesa tra realtà e surrealismo. Gli attori, con una sapiente gestione di pause, ritmi spezzati e intonazioni, amplificano l’effetto comico e inquietante dello spettacolo. Ogni gesto e ogni sguardo si trasformano in una caricatura che riflette l’ambizione smodata dei personaggi, mentre la scenografia volutamente povera stimola l’immaginazione e accentua il paradosso dell’azione.
La sala all’italiana del Teatro Toselli accoglie un viaggio tra mondi digitali e dimensione reale con “Virtual Reality”, lo strepitoso spettacolo di Dekru, che conquista grandi e piccoli con un mimo impeccabile e di straordinaria precisione, trasformando lo schermo virtuale in fiaba, ironia e sogno. Pubblico in piedi per applaudire gli straordinari artisti che, a fine spettacolo, si fermano a dialogare con gli spettatori.
Con un’ultima, suggestiva performance, Mirabilia si congeda dalla città di Cuneo. La folla gremita in piazza Galimberti si stringe in un ultimo abbraccio collettivo per assistere a “Epiphytes” della compagnia belga Des Chaussons Rouges, un’esperienza aerea e ad alto impatto visivo che trasforma lo spazio in un organismo vivo e pulsante. Come le epifite, piante che crescono senza consumare le risorse dell’ospite, lo spettacolo evoca la ciclicità e la capacità della natura di rigenerarsi, restituendo al pubblico la percezione di far parte di un ecosistema comune. I movimenti lenti e aggraziati delle acrobate richiamano i ritmi delle piante, invitandoci a un ascolto più profondo e a una maggiore connessione con il mondo che ci circonda. Gli sguardi meravigliati dei bambini seduti a terra, le loro bocche spalancate di fronte alle evoluzioni vertiginose ma salde delle acrobati, rappresentano il futuro a cui guardare o un passato a cui tornare.
Nel silenzio che segue l’ultima performance, resta il senso di un’esperienza condivisa: un festival che non si esaurisce nello spettacolo, ma si riflette nei corpi, nei luoghi e nelle relazioni. Mirabilia non chiude, semina. Conclusa la sua permanenza a Cuneo, il festival si sposterà a Dogliani dal 26 al 28 settembre per concludere la sua riuscitissima 19^ edizione.
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