Atomica. Muta Imago, le parole al centro

Atomica (ph: Eleonora Mattozzi)
Atomica (ph: Eleonora Mattozzi)

Lo spettacolo è ispirato al carteggio tra il filosofo tedesco Günther Anders e il militare statunitense Claude Eatherly, che diede il via libera al lancio della bomba su Hiroshima

Il segno scenico inequivocabile del teatro dei Muta Imago, quello che più contraddistingue la loro identità di artisti, è la dimensione sinfonica, nell’accezione più etimologica. Si tratta della capacità di concertare: suoni, corpi, luci, parole sanno trovarsi in un duplice accordo, quello verticale, armonico (la gestione dello spazio e la sua connotazione, l’incontro di luci e testo e attori in sezioni trasversali del corpo dello spettacolo), e quello orizzontale, melodico (la drammaturgia del testo, l’ispessirsi e l’assottigliarsi della vibrazione e della tensione, l’agogica).

Anche in questo caso, nell’ultimo e appena debuttato “Atomica” per Romaeuropa e Teatro di Roma, tale segno di unità e controllo è un dato identitario che si mantiene perlopiù adatto alla descrizione del risultato. Basti pensare alla dimensione sonora, continua per tutto lo spettacolo, ma non ridotta a tappeto, anzi drammaturgia anche quella, persino nel silenzio, nell’incontro con le voci, e nella gestione dell’illuminazione sempre vigile ma mai protagonistica, con l’eccezione dell’abbagliante esplosione della bomba, mimata un po’ sconciamente da una batteria di led sul fondo, un episodio che ha le caratteristiche di un acme, di un colpo di timpani, di un fortissimo, per restare nel parallelismo musicale.

Per i due precedenti lavori, una riscrittura delle “Tre sorelle” cecoviane e l’esperimento di drammaturgia sonora quasi pura di “Ashes”, in questa dimensione strumentale si riusciva a trasfondere, a tradurre in viva materia teatrale una forma dell’esistente impalpabile. Esemplare, forse inarrivabile, magari anche perché gestita senza sovrastrutture, in “antepiano”, per usare un termine operistico, è proprio il meraviglioso, straziante “Ashes”, un’operazione di scavo sapientissima nella materia sonora e linguistica, di sensazioni tattili, olfattive, illuministiche dei ricordi.

Qui, nel lavoro sul carteggio fra Günther Anders e Claude Eatherly, l’equilibrio è segnato e sbilanciato dalla densità della parola del filosofo tedesco. “Atomica” è infatti una riscrittura scenica di alcune lettere, oggi stampate da Mimesis col titolo di “L’ultima vittima di Hiroshima”, precedentemente recuperate da Goffredo Fofi per le edizioni della Linea d’ombra (1992), una riscrittura in cui il nucleo di pensiero, l’affondo morale sulla questione della tecnica, della responsabilità e della colpa hanno connotati concettuali che reclamano uno spazio, quasi un’intercapedine tra sé e il linguaggio spettacolare, come se quello non facesse che da cuscinetto alle parole, così scabre e incandescenti da non permettere a nessun artificio di applicarglisi saldamente.

Atomica (ph: Eleonora Mattozzi)
Atomica (ph: Eleonora Mattozzi)

Claude Eatherly è un ventiseienne texano, meteorologo militare, quando – a bordo dello Straight Flush – apre la strada del cielo giapponese (sgombro di nuvole e adattissimo allo sgancio) al lavoro di Enola Gay e del suo carico. Giunto presto a conoscenza delle conseguenze del suo e altrui operato (settantamila morti sul colpo, più altrettanti nei mesi a seguire), sprofonda in un vortice di frustrazione, senso di colpa e desiderio di punizione, rese al mondo in una scombinata messa in prova di un novello Raskol’nikov.
Mentre gli altri militari addetti alle operazioni atomiche si lasciano coprire di allori, Eatherly abbandona l’esercito e si getta a capofitto in piccole azioni criminali, in tentativi di suicidio, fino a farsi rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Ma Hiroshima non può essere la causa di tutto questo, dicono i medici.
Come no.

Nel ’59 Anders gli scrive, lui pacifista, ormai ex marito di quell’Arendt che avrebbe, di lì a poco, seguito il processo Eichmann. Lo tranquillizza: certo che Hiroshima può essere la causa della sua caduta, della sua crisi, e la ragione è che egli, diversamente da tutte le altre rotelle degli ingranaggi tecnici e tecnocratici, non si è lasciato spezzare, è rimasto saldo, con gli occhi aperti di fronte alle conseguenze delle proprie azioni, per quanto inconsapevoli. La sua umanità è perfettamente intatta, benché il suo spirito sia piagato. Non abbia paura: egli è l’anti-Eichmann, colui che non svicola, ma si incastra nell’impossibilità di gestione di una responsabilità così enorme.

L’operazione di riscrittura di Riccardo Fazi e Gabriele Portoghese si limita (ma non è forse questo un degno operare, un’avveduta limitazione?) a costruire attorno a quel pensiero una distinzione in scene, che solo parzialmente hanno un carattere di sviluppo; un funzionale habitat; qualche intermezzo acutamente trovato, come “Il cielo in una stanza” cantato in tedesco e ballato da quello con gli scatti pelvici di un Elvis, dall’altro con un abbandono stortignaccolo à-la Rive-Gauche.

Atomica (ph: Eleonora Mattozzi)
Atomica (ph: Eleonora Mattozzi)

Sopra, o tra di essi, o oltre addirittura, sono sempre le parole che tornano a darsi come principali portatrici di senso, perché è nel discorso che si può, in qualche modo, venire a capo del trauma e di una modernità che lo amputa spesso sul nascere. Le parole del filosofo e quelle dell’uomo comune ma straordinario.
Anders, talvolta vicino al proprio corrispondente, talaltra lontano, dall’altra parte dell’oceano, è ora maestro socratico, che incoraggia e mette in crisi, che maieuticamente dipana i grovigli (sempre sopra un abisso, un abisso mai negato), che dà un nome ai processi del pensiero di Eatherly; ora sembra condividerne ancor più intimamente, silenziosamente, il mondo interiore, come preannuncia quella sorta di “lento” silenzioso, senza contatto fra i due, che inaugura lo spettacolo. Ora, addirittura, di fronte all’ignara e fondata dimensione di sofferenza e integrità del texano, il tedesco sembra quasi posizionarsi da allievo al suo cospetto, un allievo, si potrebbe dire, di umanità, in un richiamo all’unità morale di sé che sembra un aggiornamento del richiamo stoico a guardarsi dalla seduzione della sua frammentazione.

Se è vero, come suggerisce recentemente Fabio Stassi nel suo “Bebelplatz”, che “non si potevano più chiamare con le stesse parole di un tempo i sopravvissuti alle bombe atomiche o quelli alla Shoah”, il disperato texano, che lo stesso Anders identifica come uno dei sopravvissuti a Hiroshima, con tutte le sue dolenti e insanabili cicatrici, suggerisce l’identità dei carnefici, laddove abbiano questi la dirittura morale di un Eatherly, con le proprie vittime, entrambi travolti dagli effetti di una tecnica di cui siamo incapaci di cogliere le reali conseguenze, stagliati contro il futuro di un “mondo senza vita” – quello di domani.

Da oggi al 7 dicembre al Teatro Astra di Torino.

ATOMICA
di Muta Imago
liberamente ispirato al carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly
regia Claudia Sorace
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
collaborazione alla drammaturgia Gabriele Portoghese
consulenza letteraria Paolo Giordano
musiche originali Lorenzo Tomio
disegno scene Paola Villani
direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia
costumi Fiamma Benvignati
si ringrazia l’artista Elisabetta Benassi

per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
una produzione INDEX
in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures; Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro
con il supporto di ATCL / Spazio Rossellini, MAB Maison des Artistes Bard, Viola Produzioni / Spazio Diamante

compagnia finanziata dal MiC – Ministero della Cultura

durata: 1h 20′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Roma, Teatro India, il 23 novembre 2025

0 replies on “Atomica. Muta Imago, le parole al centro”
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *