Diario di Lina: una dolente poesia di coppia per Anna Bellato e Francesco Colella

Diario di Lina
Diario di Lina

Lo spettacolo di Teatrodilina, scritto e diretto da Francesco Lagi, in scena all’Argot Studio di Roma

Francesco Lagi scrive sempre della stessa cosa. Ma: primo, ci si riferisce qui ai lavori visti da chi scrive, che sono quattro (ed è una dichiarazione di parziale incompetenza). Secondo, non è un commento squalificante, ma la registrazione di uno stupore verso un pensiero cocciuto, magari ossessivo. Anche di affinità, di stima: Lagi è un drammaturgo che non opera infingimenti o coperture, non corteggia il pubblico attraverso le “tematiche”, non si lascia distrarre da capricci momentanei, non è frivolo, non è furbo.
Fa parte di quella schiera di autori che scrivono per bisogno di conoscenza, non per sollazzo o curiosità, o spinto da motivazioni esogene, perché la scrittura scenica gli serve per chiarire a sé stesso delle cose. Con essa fa luce sul mondo. È un romantico.
La presbiopia non è un suo problema, no. È uno che guarda costantemente nel piccolo, che prova a metterlo alla prova di registri diversi e di diversi contesti; non già di diversi interpreti in scena, legato com’è a un ristretto gruppo di attori, ormai addomesticato alle sue stanze.

Quel tema, il tema, è la coppia (non direi “il rapporto di coppia”, perché non esclude anche tutto ciò che c’è prima e dopo il rapporto). A volte, come un chimico o forse un alchimista, prova a inserire nella provetta della soluzione che gli è nota un reagente nuovo, e sta a vedere cosa succede.
In “Le vacanze dei signori Lagonia” vi cola il carattere estremizzato dei protagonisti, un’ambientazione stramba e un finale felliniano e, da regista, fa della moglie un ruolo en travesti; in “Meno di due” lascia contaminare la propria scrittura dal tentativo di far reagire gli opposti e di recuperare l’ipotesi di una tenerezza comune, oltre le differenze, e si spinge a suggerire una mutazione del contesto tale da portare a un disinnesco antropologico di un certo tipo di sentimento, che la nostra giovinezza ci faceva giocare come naturale e apparentemente eterno.
Oppure, come un fisico, si concentra su specifiche frazioni temporali della vita di un fenomeno: in “Il bambino dalle orecchie grandi” sull’innesco, in questo “Diario di Lina”, spettacolo del 2023 ancora vivo in scena al teatro Argot Studio, l’arco finale della sua traiettoria.

Quest’ultimo lavoro, rispetto agli altri, è tra i più nudi, in tutti i sensi.
Gli attori sono due, sempre in scena; lo spazio è contornato e in parte percorso da un filare di fiori secchi, a forma di piccole palle, sbiancati, appena vivificati da strisce led che ci giocano, di tanto in tanto. In più due pouf pelosi, su cui a volte siedono gli interpreti, che si aprono per farne cavare due spazzole adesive da abiti.

In un’ora di spettacolo gli attori non escono mai di scena, e sono collocati sia spazialmente che temporalmente in un luogo indefinito, non segnato. È la casa dei protagonisti? Plausibile, certo. Potrebbe essere altrove, però, purché ci immaginiamo un luogo il cui perimetro è costituito di memorie non aggressive, memorie quasi smaterializzate, presenti ma già non più tangibili. Memorie tutte rientrate, come in un uovo cosmico, nella pallina da tennis che i due si scambiano e che, immaginiamo, deve aver transitato a lungo tra i denti di Lina, la loro cagnetta.

Diario di Lina
Diario di Lina

La nudità di “Diario di Lina” non è soltanto quella dello spazio rappresentato, tradotto in quello scenico. Anche il tempo sembra spogliato dei suoi attributi razionali, polverizzato. È vero, c’è un terminus post quem: tutto accade dopo la morte di Lina. Ma la durata nella quale si situano le parole e le (poche) azioni dei protagonisti sembra persa in un vuoto pneumatico. Pare difficile persino stabilire se il dispiegarsi sul palco dei dialoghi corrisponda a un ordine cronologico. L’unico minimo ancoraggio alla realtà oggettiva di una presenza nello spazio-tempo è l’accenno “tu non hai fame?”, un richiamo biologico che uno di loro fa, più volte – e la mancata risposta è segno che occorre, in fondo per entrambi, rintanarsi a fare i conti in un’isola deserta, a cui non abbiano accesso scadenze di sorta.

Lui e lei sono una coppia, lo capiamo subito, e Lina, che ha accompagnato la loro intera storia, sembra, e ce ne accorgiamo poco per volta, essersela trascinata dietro.
I due non si amano più. Chiave di volta di questa consapevolezza presso il pubblico, tutta suggerita attraverso piccoli segnali, più prossemici che linguistici in senso stretto, una frase: “Com’è successo?”, che s’impone, quale spartiacque, da punto di non ritorno.
Ed è da questo punto, ora centro tematico, che ruota, a spirale non sempre uniforme, talvolta in espansione, alta in remissione, “Diario di Lina”. Lasciarsi, insomma.

Ma anche la lingua parlata dai due è priva, per lo più, di un binario forte su cui innestarsi, quasi di ossatura: gli attori, a proprio agio, ciascuno secondo la propria natura, con la parola e la regia di Lagi, si esprimono in frasi minime, talvolta idiomatiche, le significano più con l’intonazione e con il corpo che con la sintassi o la coesione degli enunciati. La lingua non è dunque solo nuda, è scarnificata, depressa a volte come solo può esserlo ciò che resta di un discorso amoroso costruitosi (e insieme sfarinatosi) nella lunga pratica di convivenza. È un livello che scende, scende, e non si perita di farsi puro suono, significante e insignificante insieme, onomatopea, come nella scena in cui i due abbandonano la lingua degli umani per parlarsi a piccoli latrati.

Questo rigirarsi in attesa di un addio, o per prolungare tale attesa, è la geografia di “Diario di Lina”: e potrebbe durare ancora, il testo e lo spettacolo, o potrebbe persino fare a meno di porzioni, anche lunghe, della propria stesura, proprio per quella sua non misurabilità materiale.
“Diario di Lina” non è però uno spettacolo assoluto, cioè simbolico, buono per riconoscervisi senza fallo, perché i personaggi sono segnati da caratteristiche personali, specifiche. Quella forma di gratuità della forma, allora, unita a questa capricciosa opinabilità del lavoro, lo rende, a onta del tema, un lavoro non borghese. Lo stacca, pur essendo da essi informato, dai banali discorsi di coppia, dalla quotidianità della confidenza e della chiacchiera, così come lo allontana dalla tentazione del saggio psicologico o sociologico.

Il suo posto sta tra l’intimo e il pubblico: il suo habitat, al di là dei palati personali che possano trovarla affettato o insistito o trascurabile, è quello dell’opera di poesia. Imperfetta e suscettibile di cadute di stile (come il modo di usare la musica, spesso didascalico e melenso, più raramente metafora del processo raccontato), ma che occorre accettare come una possibilità di darsi del teatro dei nostri tempi di crisi. È un lavoro che domani probabilmente leggeremo come una prova della persistenza di tormenti piccoli, ma tenaci, anche nella nostra epoca apparentemente assorbita da altro.

Diario di Lina
con Anna Bellato e Francesco Colella
disegno suono Giuseppe D’Amato
disegno luci Gianluca Di Meo
scenografia Francesca Bottaro
regista aiutante Leonardo Maddalena
scritto e diretto da Francesco Lagi
uno spettacolo di Teatrodilina
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi

Durata: 60′
Applausi del pubblico: 2′ 50”

Visto a Roma, Teatro Argot Studio, il 12 marzo 2026

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