“Mosca cieca” di Silvia Guerrieri: resistere al dolore, sublimare la colpa

Mosca cieca
Mosca cieca

Al Teatro Mascheranova di Pontecagnano si punta sulla nuova drammaturgia

Un piccolo spazio, una giovane compagnia. Entrambi incontrati per la prima volta. E, se c’è un aspetto di questo gironzolare tra sale e foyer al quale riusciamo a riconoscere un pregio – e di riflesso un valore che un po’ legittima questo nostro operare da imbrattacarte del nuovo millennio –, è proprio il piacere della scoperta: di luoghi, persone, cose che accadono in un modo che è rimasto fondamentalmente lo stesso da un paio di migliaia di anni a questa parte, un incontro tra esseri umani che si consuma in quel contatto diretto che s’instaura tra palco e platea, tra l’azione attoriale agita e lo sguardo spettatoriale che su quell’azione si posa.

Il teatro in questione si chiama Mascheranova, grazioso spazio in quel di Pontecagnano, appena fuori Salerno, e che pur operando da tempo sul territorio, negli ultimi anni ha optato per una programmazione prettamente orientata ad uno sguardo attento a quanto succede nella scena contemporanea. Ed è per l’appunto significativo che, la prima volta che mettiamo piede in questo luogo, sia per assistere a uno spettacolo di un giovane gruppo di attrici, guidato da Silvia Guerrieri (anche autrice), vincitrice con questo lavoro del Premio Drammaturgia Omissis 2023, destinato agli autori under 35.

“Mosca cieca” il titolo dell’opera, un crossover tra passato e presente, tra cronaca e letteratura teatrale, un intreccio che mescola con sapiente gioco un evento reale, fatto di ordinaria violenza domestica (un fatto di cronaca nera del 2018 avvenuto a Mosca), ad un Čechov eletto a nume tutelare per crearne un riverbero possibile in un contesto odierno.
Tre le sorelle protagoniste, che in omaggio al dramma cechoviano assumono i nomi delle omologhe abitatrici di casa Prozorov: Masha, Olga e Irina. Tre sorelle che però rapidamente si sganciano dal precedente illustre per ricalibrarsi in una storia facilmente declinabile al tempo presente (ma trasversale ad ogni tempo), fatta di abusi consumati all’ombra del cupo equivoco tra affetto e possesso, in cui chi dovrebbe amare e proteggere si trasforma in orco che vessa e deflora.

Tre donne, tre attrici in scena, tre corpi e tre voci che raccontano una storia truce con la delicatezza dell’evocazione e senza la crudezza dell’ostentazione, sfruttando al meglio gli strumenti espressivi che il mezzo teatrale mette a disposizione. Con semplicità, senza orpelli scenografici, fatta eccezione per un velatino che ce le mostra in silhouette prima di vederle comparire in scena, e del fumo artificiale che è lì a simboleggiare le brume caliginose che troppo spesso circonfondono tragedie che si consumano per suppurazione nell’ardere sconcio di un domestico focolare: la fuliggine definita “quasi soffice” da una di loro sembra proprio voler rimarcare quella coltre ovattata sotto la quale s’agita invece tutt’altro.

Indossano abiti semplici, le tre sorelle, interpretate da Silvia Guerrieri, Diana Bettoja e Miriam Moschella, ben centrate nel conferire spessore e credibilità ai rispettivi personaggi; sulle loro vesti risaltano in più parti grosse composizioni floreali a sbalzo, probabilmente unico elemento davvero in esubero – rispetto al taglio minimale scelto per la rappresentazione – che più marcatamente che allusivamente richiamano, nel loro esserci vistoso e nel loro cascar giù dalle vesti, un’idea di deflorazione intrinseca al dramma inscenato.

Per il resto, la costruzione drammaturgica è efficace e coerente; la regia firmata da Athos Mion ne segue con misura il dipanarsi, dando spazio, in progressione dialogica, alle sfumature essenziali del dramma umano, vissuto nel cono d’ombra di un padre padrone dal cui giogo le tre sorelle finiranno tragicamente per affrancarsi. Non c’è una vagheggiata città di Mosca da raggiungere, ma uno status liberatorio da conquistare.

Mosca cieca
Mosca cieca

Lo sviluppo narrativo è giostrato con un continuo ricorso ai flashback, le frasi pronunciate ai microfoni inastati in proscenio scandiscono la differenza tra i ricordi del passato, amplificati ‘a parte’ come fossero fuori scena, e le sensazioni del presente recitate a nuda voce. Si parte da lontano, dall’infanzia e dalle minute scene del quotidiano, da una madre venuta a mancare e da un padre vissuto come figura con cui è stata sin dapprincipio ambivalente la relazione, fino alla presa di coscienza da parte delle tre ragazze, ciascuna coi suoi tempi e ciascuna in base alla propria sensibilità, di essere per il proprio genitore, vedovo e brutale, “figlie in un corpo di donna”.

La figura paterna ingombra la scena col peso della sua assenza: è brace di sigaretta che nel buio preannuncia cose turpi, ed è presente nelle parole di figlie a cui l’affetto è stato precluso, lasciando spazio a un sordo rancore che le ha indotte a progettare un parricidio: “Ho detto amen”, la frase ripetuta in loop, diventa anafora di una confessione, ratifica di una liberazione, mentre sul fondo le luci baluginano: “Oggi è morto nostro padre”. Una confessione senza parole, di donne orfane per scelta, sorelle per la vita, che finiscono ingabbiate tra colpa e memoria, coniugando passato e presente in un verbo al futuro, necessariamente declinato alla prima persona plurale: “Vivremo”.

Mosca cieca
drammaturgia di Silvia Guerrieri
regia Athos Mion
con Silvia Guerrieri, Diana Bettoja e Miriam Moschella

Testo vincitore della prima edizione del Premio nazionale di drammaturgia Omissis (2023)
Finalista della XIII edizione del Premio Inedito Colline di Torino (2024)

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 3’ 20’’

Visto a Pontecagnano (SA), Teatro Mascheranova, il 9 novembre 2025

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