Antologia dell’ottimismo. Da Jacob Wren e Pieter De Buysser gli interrogativi del XXI secolo

Antologia dell'ottimismo
Antologia dell'ottimismo
Antologia dell’ottimismo (photo: Phile Deprez)

Che cos’è l’ottimismo oggi? Caricati nella borsa gli interrogativi, le aspettative curiose e il sempiterno quaderno, mi appropinquo alla volta di Polverigi per fiondarmi, dopo il saliscendi di colline verdi e castane, a Inteatro, che con quest’anno conta ben trentatre edizioni.
Meglio non può cominciare: una birra ghiacciata fuori della biglietteria in attesa de “Antologia dell’ottimismo”, spettacolo per la prima volta in Italia che, meraviglia delle meraviglie, parla di speranza in un mondo sempre più grigio, indipendentemente dalle nubi vulcaniche.
Una performance che (insieme a “Made in Paradise”, secondo spettacolo della serata), nel mio cammino di spettatrice-scribacchina, riaccende interrogativi e porta luce nuova in merito a certe necessità e modalità di fare spettacolo.

Dò un nome a questa sensazione, credendo d’aver scoperto l’acqua calda: istanza di contenuto. Nulla di nuovo per chi pratica le scene, eppure a volte capita di spostare il focus. Succede di “sorprendersi” ri-scoprendo, a monte dell’acqua calda, un meccanismo prodigioso, fuoco a legna, cucina a gas o caldaia che sia. Credo sia quanto accaduto a me con la visione di questi spettacoli.

“Antologia dell’ottimismo” è una performance creata nel 2009 dallo scrittore canadese Jacob Wren e dal performer belga Pieter De Buysser, un progetto di ricerca volto a indagare cosa significhi essere ottimista nel XXI secolo. Attenzione però, si parla di “ottimismo critico”: non un atteggiamento naif, ingenuo e fatalista che prevede di starsene aggrappati alla sorte col sorriso sulla bocca; ma, al contrario, una condotta attiva fondata sulla speranza pragmatica, sulla certezza che le cose del mondo possano cambiare (in meglio, ovvio) grazie all’impegno fiducioso e luminoso di piccole e grandi azioni.
E poiché in questi tempi i presupposti per cui essere speranzosi sul futuro sono davvero pochi, diciamo che un ottimista critico è un “resistente”. Oggi, infatti, è molto in voga essere pessimisti. Agli ottimisti, quindi, è richiesto un atto sovversivo capace di smascherare il pessimismo di regime.
Come poter affrontare una materia così sottile e impalpabile, ma allo stesso tempo tanto potente e fondamentale da cambiare le sorti dell’umanità? Un bel dilemma, che i due artisti risolvono con intraprendenza.
Poiché è necessario affrontare la questione da diversi punti di vista (l’ottimismo di un industriale è diverso da quello di un filosofo, di un artista, di uno scienziato…) sono stati raccolti i contributi più disparati. Nel 2008 i due hanno inviato una lettera a intellettuali, artisti, giornalisti, politici, uomini d’affari e scienziati, chiedendo di partecipare a quella che hanno definito una “celebrazione preventiva dell’ottimismo critico”. La lettera chiedeva una risposta, un contributo che avrebbe potuto esprimersi in diverse maniere: un brano musicale, un oggetto, un breve testo, un disegno, una pittura, un film, un video, o qualunque altra cosa potesse, per gli intervistati, raccontare l’ottimismo critico.
Non tutti i personaggi hanno risposto, in compenso è fioccato l’apporto spontaneo della gente comune e i contributi sono raccolti ancora oggi nel sito del progetto (www.anthologyofoptimism.com). Per questo “Antologia dell’ottimismo” è un cantiere sempre aperto, uno spettacolo – da statuto – in perenne ‘work in progress’. E il momento della performance non è altro che la nobile selezione-presentazione dei contributi raccolti durante la ricerca.


In una scena scarna e funzionale, con l’ausilio di cartelli colorati, pennarello, lucidi e microfono a gelato, Jacob Wren e Pieter De Buysser – rispettivamente assoldati con il ruolo esistenziale di pessimista e ottimista – ci introducono nella loro conferenza poetica: una lezione magistrale volta a segnare un percorso, una possibilità, una direzione.
Anche il pubblico viene coinvolto, invitato a commentare gli esempi citati o a fornire spiegazioni del perché qualcuno proprio non riesce a lanciarsi nel vuoto per abbracciare una più rosea prospettiva dell’esistenza. E tra momenti d’ilarità e riflessione, tra pessimi esempi (azioni di governo mirate a mantenere lo status quo del potere) e pratiche virtuose (il micro-credito, le energie alternative, e l’elezione di Obama che ha fondato la campagna elettorale sul concetto di speranza, del “si può”), i due tentano di stilare un piccolo manuale-prontuario per convincere anche il più fervido dei pessimisti ad abbandonare il tipico compiacimento depressivo e trasformarsi in un ottimista critico.

E torniamo all’istanza di contenuto. Viviamo in un tempo di teatralizzazione di massa. Tutto (e tutti) possono diventare materia del teatro. Ottima cosa, verrebbe da dire. A volte, però, capita di imbattersi in esperimenti performativi molto riusciti ma privi, appunto, di istanza di contenuto. Ossia: basta una idea anche minima per costruire uno spettacolo e basta svilupparla nella forma più spettacolarizzata possibile (e ce ne sono di mezzi a favore della spettacolarizzazione!). Tutti strumenti che hanno l’obiettivo di far esclamare un piccolo o grande “Oh!” collettivo. Magari anche con mezzi sofisticatissimi. E non si tratta di una pratica sleale, ma semplicemente di una politica di scena. Una tra le possibili.
Le due performance che aprono il festival di Polverigi (di “Made in Paradise” daremo conto nel dettaglio domani), invece, paiono due esempi puri e autentici di istanza di contenuto. Performance assolutamente contemporanee capaci di conquistare quell’”Oh!” in modo semplice, senza sofisticazioni tecnologiche o di forma che, forse, ne avrebbero alterato la portata, edulcorato il contenuto.
Una scelta scenica che rinuncia a orpelli, a ciò che non è strettamente funzionale, per riuscire a trasmettere il nocciolo di una questione. Sia anche ben chiaro che un buon contenuto non basta a sé stesso per fare spettacolo, sennò anche le conferenze e i convegni potrebbero considerarsi delle performance.
Il segreto credo sia nella consapevolezza dell’artista circa l’istanza autentica che lo muove. E schierarsi. Un artista deve schierarsi. Cercando di non rimpolpare la performance con contenuti fasulli se il suo modo di fare spettacolo muove da altri presupposti, altrettanto leciti. Così come rinunciare a perseguire, quando non necessaria, l’originalità ad ogni costo, come fosse un attestato di appartenenza all’ambìto bacile del teatro di ricerca.

ANTOLOGIA DELL’OTTIMISMO
di: Jacob Wren e Pieter De Buysser
con: Jacob Wren e Pieter De Buysser
produzione: Campo e Gent
coproduzione: Linz 2009 Kulturhauptstadt Europas; Brut Wien; Camp X Kopenhagen e KunstenFestivalDesArts 2009
durata: 1h 20’
applausi del pubblico: 2’ 05’’

Visto a Polverigi, Teatro della Luna, il 24 giugno 2010

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