Bruno Beltrão: con New Creation la strada entra in teatro

New creation (ph: Wonge Bergmann)
New creation (ph: Wonge Bergmann)

Il coreografo brasiliano e la compagnia Grupo de Rua de Niterói a Romaeuropa con l’ultimo spettacolo

Romaeuropa Festival ha chiuso la sua sezione danza 2022 con l’impressionante “New Creation”, titolo generico e un po’ disarmante di Bruno Beltrão, ospite del festival romano per la prima volta nel 2019 col suo precedente “Inoah” e fondatore, già nel 1996, a sedici anni, di quel Grupo de Rua de Niterói, ancora oggi sul palco della Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica.

Le note di sala promettono un lavoro di critica al Brasile di Jair Bolsonaro. Ed è evidente che l’energia corporea sprigionata dalla coreografia del brasiliano, a volte spinta a un tremito furibondo che arriva a trasparire anche nella contrazione dei volti, negli scricchiolii delle suole di gomma, nei tonfi dei corpi a terra e nelle loro esplosioni, possa essere letta in un senso genericamente antisistema, di ribellione a una qualsivoglia costrizione, anche quella di un governo fascistoide. E, perché no, anche il linguaggio, che ha il suo lessico prevalente nelle danze di strada, nell’hip-hop e nell’autoctona capoeira (vietata tanto dall’imperatore Pietro II quanto dal suo successore repubblicano Da Fonseca come probabile alimento alle ribellioni) è lingua-manifesto, antirepressiva per costituzione genetica.

Ma ciò che in questo linguaggio, nel modo in cui è agito sulla scena, e ciò che in quell’energia dei corpi colpisce è qualcosa di più viscerale, che non elimina – ma quasi sublima – quel legame alla realtà contemporanea, qualcosa, si direbbe, di più assoluto.


Chi assistesse alla prima esperienza con il Grupo, si troverebbe davanti a un’inesausta ricerca di figurazioni ed espressioni, condotta attraverso l’esplorazione delle possibilità del corpo, posta come condizione preliminare il virtuosismo esecutivo, l’atletismo più estremo.
Ora piccoli gruppi si esprimono in atti coreografici minimali, (“microballetti”, direbbe qualcuno): microcosmi in micro-configurazioni stabili o in lenta ma breve evoluzione. Altrove si assiste a una vera vita sociale di scena: vuoto ma aperto a ogni possibilità di segno e atmosfera, grazie alle luci mirabolanti di Renato Machado, il palco viene utilizzato come un campo di battaglia, con diverse fazioni o, se si volesse leggerle con la lente del Tanztheater, con piccole comunità boschive (amazzoniche?) brulicanti, capaci di sfrecciare a mezza altezza, coi ginocchi piegati, o di rimbalzare ai quattro angoli. Esseri “diversi” anche tra loro, viventi però di una stessa qualità corporea, irrorati nelle vene da uno stesso sangue sottile.

Nella seconda parte del lavoro, poi, capita che l’allusività possa addirittura sfarsi in figurazioni astratte. Non solo gli arti dei danzatori, ma i loro interi corpi sono ridotti a ideogrammi di una lingua sconosciuta – a puri fonemi corporei: anacoreti che fanno a sé stessi del proprio corpo colonna, dervisci rotanti.

Certo, chi desse uno sguardo al lungo ma lineare percorso di Beltrão, potrebbe azzardare che esso vada puntando alla progressiva teatralizzazione, alla “internazionalizzazione” (istituzionalizzazione?) dei suoi esiti. Che i suoi lavori, pur mantenendo evidenti i caratteri delle sue origini informali, passo passo, anche attraverso quell’uso avvertito delle luci, il disegno ricercato dei costumi e delle musiche, e un tentativo – imperfetto – di progettazione drammaturgica, tentino di distillarsi in opera teatrale compiuta e, in un qualche senso, pacifica.

L’equazione “opera ben confezionata = disinnesco delle pulsioni” è tutta da dimostrare, e il percorso non è compiuto. Il finale, ad esempio, risulta ancora scritto sull’acqua (in sala sono in pochi ad accorgersi che è il momento di applaudire), la struttura potrebbe sembrare un accumulo di felici trovate. Né è raro, soprattutto, che quei corpi guizzanti sembrino strapparsi di dosso la plafonatura estetizzante che potrebbe rischiare di contenerli, e che ha il suo simbolo nell’imbarazzante videowall glam sospeso a sinistra, che fa un paio di comparsate luminose – allusione urbana nelle intenzioni ma, più realisticamente, scotto pagato a un’estetica preconfezionata.

Per ora, all’altezza di “New creation”, il lavoro di Bruno Beltrão e del suo Grupo è ancora evidentemente traboccante di un’energia inestinguibile, rabbiosa, affamata, “di tutte brame /carca” come la lupa dantesca, coincidente con il contorno di quei corpi barbari in scena, a cui nulla sembra precluso.

New Creation
Direttore Artistico Bruno Beltrão
Assistente alla direzione Gilson Cruz
Con Wallyson Amorim, Camila Dias, Renann Fontoura, Eduardo Hermanson, Alci Junior, Silvia Kamyla, Ronielson Araújo “Kapu”, Leonardo Laureano, Leandro Rodrigues, Antonio Carlos Silva
Luci Renato Machado
Costumi Marcelo Somme
Musica Lucas Marcier / ARPX, Jonathan Uliel Saldanha
Video Eduardo Pave
Elettricista Sineir
Foto © Wonge-Bergmann
Produzione Grupo de Rua (Niterói – BR)
In collaborazione con Something Great (Berlin – DE)
Coprodotto da Künstlerhaus Mousonturm (Frankfurt – DE), Festival d’Automne à Paris & Centquatre (Paris – FR), Kampnagel (Hamburg – DE), Sadler Wells (London – UK), Kunstenfestivaldesarts (Brussels – BE), SPRING Performing Arts Festival (Utrecht – NL), Wiener Festwochen (Vienna – AT), Onassis STEGI (Athens – GR), Culturgest (Lisbon – PT), Teatro Municipal do Porto (Porto -PT), Le Maillon – Théâtre de Strasbourg (Strasbourg – FR) , Arsenal Metz (Metz – FR), Romaeuropa (Rome – IT), Charleroi Danse (Charleroi – BE)
Distribuzione Something Great
Commissionato dae Künstlerhaus Mousonturm nell’ambito di Alliance of International Production Houses in Germany
Con il sostegno di Goethe Institut

durata: 1h 05′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Roma, Auditorium Parco della Musica, il 19 novembre 2022

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