Cemento: il tormento di Bernhard si spegne nella noia

Cemento (ph: Angelo Radaelli)
Cemento (ph: Angelo Radaelli)

Il debutto del nuovo spettacolo di Roberto Trifirò al Teatro Out Off di Milano, che lo produce 

“Cemento”, forse il romanzo più emblematico di Thomas Bernhard, si configura come un’indagine spietata sulla paralisi creativa e sull’entropia del linguaggio.
Attraverso la forma del monologo interiore ininterrotto, l’autore seziona la psiche di Rudolf, un intellettuale impossibilitato a tradurre il pensiero in opera, sospeso tra l’ambizione estetica e il nichilismo esistenziale. Il romanzo non è solo la cronaca di un fallimento letterario, ma una riflessione rigorosa sull’architettura dell’isolamento, dove la scrittura diviene l’unico strumento di resistenza contro l’inadeguatezza del reale e la soffocante finitudine umana.
Stilisticamente incisivo, con una totale assenza di paragrafi che fomenta l’ansia e l’introspezione del personaggio, “Cemento” diventa la metafora di un’esistenza intrappolata nel pensiero e mai tradotta in azione.

La messa in scena di Roberto Trifirò, in prima nazionale al Teatro Out Off, intende esplorare esattamente queste caratteristiche. Senza distaccarsi dal testo, l’adattamento fa leva sulle parole come un elemento roboante che invade lo spazio fisico, così come invade la mente dello scrittore.

Trifirò porta sul palco un personaggio inerte, facendosi megafono per il monologo di un intellettuale spento che si rifugia negli autori del passato, incapace di abitare il presente. Questo Rudolf diventa paradossalmente uno specchio dei nostri giorni, metafora di un’epoca in cui l’esperienza umana è spesso delegata a strumenti di fruizione passiva (social media, binge watching, videogames). Qui, però, dovrebbe pulsare tutta l’angoscia di Bernhard: quella di un condannato a morte che si intrattiene con l’arte, la musica e la letteratura, sapendo che non muteranno il corso degli eventi. A differenza del nichilismo di Cioran, in Bernhard non c’è pacifica accettazione; l’altro è vissuto come un ostacolo intollerabile, una scusa, una costante deviazione dal proprio obiettivo.

La scenografia di Gianni Carlucci è statica e monolitica: cinque scrivanie separate da quinte nere. Tra di esse si sposta Trifirò, leggendo e lasciando fluire il testo con un’attitudine più evocativa che interpretativa. Stancamente adagiato su scomode sedie, recita davanti a un fondale trasparente in plastica, dietro al quale si intravede per quasi tutto lo spettacolo una figura femminile seduta. È un presagio dell’epilogo a Palma di Maiorca, il tentativo estremo di ritrovare la vita al di fuori delle mura domestiche.
Questa figura incarna infatti la giovane donna che l’aspirante scrittore incontra nella sua fuga sull’isola: uno slancio di apertura al mondo o, più probabilmente, l’ennesima fuga dalla verità (dato che l’agognato distacco dalla sorella e la solitudine della sua casa non lo avevano affatto portato a scrivere il tanto desiderato incipit).

Cemento (ph: Angelo Radaelli)
Cemento (ph: Angelo Radaelli)

La ragazza, interpretata da Priscilla Cornacchia, abbozza piccoli movimenti coreografici in una voluta assenza di dialogo scenico; una scelta che, lungi dall’apparire poetica, non fa che confermare la staticità dell’opera. Quello che narrativamente doveva rappresentare una “svolta” o un’apparente fioritura, resta un evento puramente enunciato, privo di vero apporto emotivo o di un sostanziale cambio di ritmo.

Se, come scriveva Schopenhauer, “La vita oscilla come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia”, l’esistenza del Rudolf interpretata da Trifirò smette del tutto di oscillare, abbandonandosi esclusivamente al polo della noia.

Lo spettacolo, pur basandosi su una lettura attenta dell’opera di Bernhard, e restando coerentemente ambientato nelle stanze mentali dello scrittore, assume una postura fin troppo statica e bradicardica. Del tormento interiore e dell’ossessione furiosa del musicologo non traspare quasi nulla; emerge solo la sua rinuncia, la sua inettitudine biologica alla vita. Ma se per Cioran l’inutilità dell’esistenza è vissuta con elegante distacco, in Bernhard bruciano un risentimento e un senso di colpa collerico che qui non emergono.

Il risultato è una rappresentazione che pare stanca, priva di slanci, dove la notevole attenzione alla drammaturgia e alla parola finisce per adagiarsi pesantemente sul corpo affaticato dell’attore, all’interno di un teatro che fatica a rianimarsi.

Cemento
di Thomas Bernhard
traduzione Claudio Groff
adattamento drammaturgico e regia Roberto Trifirò
con Roberto Trifirò e Priscilla Cornacchia
scene, luci e costumi Gianni Carluccio
assistente alla regia Alessio Boccuni
collaborazione ai movimenti Franco Reffo
voce narrante Marta Lucini
tecnico Iacopo Bertrand Bonalumi Lottieri
fotografo Angelo Redaelli
produzione Teatro Out Off

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 50’’

Visto a Milano, Teatro Out Off, il 18 febbraio 2026
Prima nazionale

stars 2.5

0 replies on “Cemento: il tormento di Bernhard si spegne nella noia”
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *