Closing Party. Il valzer d’addio di Mauro Paccagnella e Alessandro Bernardeschi?

Closing party (ph: Stéphane Broc)
Closing party (ph: Stéphane Broc)

Al Théâtre National Wallonie-Bruxelles lo spettacolo dei due danzatori italiani che chiude la trilogia dedicata alla memoria

Entrando nella sala Jacques Huisman del Teatro Nazionale di Bruxelles la scena è illuminata: linoleum bianco, fondo bianco, uno schermo tv e una quinta mobile nera. Lo spettatore, fin da subito, può percepire un invito: è chiamato dai due creatori e interpreti, Mauro Paccagnella e Alessandro Bernardeschi, a passare 55 minuti con loro, quasi come a sedersi ad una tavolata per una cena d’addio, a prendere una birra prima di una partenza, di un «arrivederci». La famosa quarta parete è rotta immediatamente con un breve discorso di presentazione e benvenuto prima di dare inizio a questo “pas de deux d’adieu”.

Dopo “Happy Hours” e “El pueblo unido jamàs serà vencido”, “Closing Party (Arrivederci e grazie)” chiude la trilogia sulla memoria del duo italiano ormai da anni a Bruxelles.
Attorno all’artista Mauro Paccagnella nel 1998 a Bruxelles si costituì il collettivo Wooshing Machine, spazio di sperimentazione scenica e plastica in cui il corpo, ognuno con la propria singolarità, partecipa alla creazione di un vocabolario gestuale e coreografico polimorfo, un laboratorio di ricreazione libera del gesto non categorizzato e non etichettabile.

La danza di Alessandro e Mauro è singolare: abita i loro corpi, si impregna della loro storia e memoria, ma soprattutto viaggia fra il teatro, la clownerie, la musica e il video senza paura di fuggire la definizione. La presenza di video e supporti tecnologici (lo schermo tv, il tablet e il telo di fondo su cui sono proiettate le immagini) sottolineano la multidisciplinarietà all’interno della quale i due artisti sviluppano la loro scrittura scenica, una scrittura piena di stravaganza e soprattutto ironia.
La clownerie e il riso costituiscono infatti gli elementi di forza sia delle due personalità artistiche che della composizione coreografica. Humor e autoderisione colorano la presenza scenica degli interpreti e diventano il prisma attraverso cui lo spettatore entra in relazione con loro e con quanto accade sul palco. Le risate nutrono la complicità con il pubblico, destinatario di sguardi e battute.

La drammaturgia dello spettacolo si sviluppa a frammenti, stralci di memoria si susseguono tessendo una maglia da cui è possibile tirarne diversi fili. Parrucche afro, ricce e nere, pian piano popolano il palco quasi a creare una costellazione; depositate al suolo, scandiscono un susseguirsi di evocazioni che ci permettono di aprire varie parentesi nella memoria. Appaiono così flash sulla loro storia personale, sulla relazione come amici e colleghi, su quella dei loro corpi di danzatori, su due artisti italiani che lavorano all’interno delle dinamiche di produzione proprie del Belgio…
Lo spettatore può tessere anche i fili di una memoria più collettiva: dalla storia italiana (dagli anni di piombo a Pier Paolo Pasolini passando per Anna Magnani) a un sapere comune, storie di ideologie e utopie, di sogni infranti e di un bagaglio musicale internazionale. Da Marianne Faithfull al Bolero di Bejard, dall’inno dell’internazionale comunista a Nilla Pizzi, da “The Sound of Silence” di Simon & Garfunkel a “Blackbird” di Nina Simone, la musica ha un importante peso drammaturgico, costituendo una sorta di motore dello spettacolo. 
La musica, insieme a parrucche, microfoni, tutu e la solitaria quinta nera, da dietro la quale entrano gli oggetti di scena e al cui retro sono appese borse gadget di vari festival, partecipano alla costruzione di un meta-discorso sul teatro, sulla danza e sulle dinamiche della produzione artistica belga. E torna alla mente la figura del giullare di corte, il cui riso intelligente riusciva a veicolare e a denunciare caratteristiche e malfunzionamenti della corte del re.
La riflessione coinvolge anche la loro storia e posizione di artisti: uno sguardo ironico è rivolto alle rispettive carriere. Cosa significa essere artisti? E danzare ad una certa età? Quali paure, ossessioni, etichette li hanno accompagnati?
Un esempio è la rivisitazione de “Il mio canto libero”: la canzone di Battisti si trasforma nel canto libero di Paccagnella, quel coreografo e danzatore italiano che in Belgio è riuscito ad ottenere il sostegno dalla Federazione Nationale Wallonie Bruxelles. 

Politica è la loro presenza così come la loro danza: sono corpi di danzatori adulti che gli anni iniziano a scolpire con nuovi dettagli. Lo stereotipo del danzatore giovane e prestante non c’è (più). A questo si sostituisce la poesia, la delicatezza e la singolarità del movimento dei due corpi. I gesti disegnano lo spazio scenico con consapevolezza, lucidità e presenza. Ciò che conta non è la forma, ma quello che il corpo, nella sua espressione libera e singolare, racconta e veicola, l’esattezza del movimento e del gesto, la capacità di creare e ricreare lo spazio performativo.

L’utilizzo della parola e della voce da una parte sottolineano quanto “Closing Party” sia uno spettacolo ibrido; dall’altro rivelano una concezione del corpo globale, in cui la voce è parte integrante delle capacità e della creatività del corpo.
La partecipazione fugace allo spettacolo del danzatore Ares D’angelo sembra entrare in questo discorso e allo stesso tempo rappresentare una consegna, una continuità, un’eredità da trasmettere.

“Closing Party (arrivederci e grazie)” è un passo a due, un valzer d’addio in cui affidarsi al gioco di evocazioni e frammenti incatenati da musica e sorriso, come sfogliare un libro pieno di ricordi che a volte appiano sbiaditi, altre più chiari e limpidi: non per forza legati da un filo razionale, perché ciò che li tiene insieme è il libro stesso. Sebbene il filo drammaturgico si sviluppi per scene frammentate, quello che le tiene insieme sono due armi potenti come l’ironia e la memoria.
Le borse di tessuto appese sul retro, che portano i nomi di festival e teatri, sembrano evocare le scarpette appese al chiodo: un addio alle scene, un ritiro, una riflessione retro-prospettica sulla propria carriera. Un appiglio al saluto definitivo si annida tuttavia nella frase con cui si congedano dal pubblico: “Ed è questo, per ora”. Un arrivederci che guarda al futuro.

Closing Party (arrivederci e grazie)
Messa in scena: Alessandro Bernardeschi e Mauro Paccagnella
con: Alessandro Bernardeschi, Mauro Paccagnella, Ares D’Angelo
Creatore luci: Simon Stenmans
Video: Stéphane Broc
Creatore suono: Eric Ronsse
Drammaturgia musicale: Alessandro Bernardeschi con Simon & Garfunkel, Cœur de l’Armée Rouge, Estratti di Saló e le 120 giornate di Sodome, Nilla Pizzi, Ravel, Sylvester, Lucio Battisti, Anna Magnani, Nina Simone, Marianne Faithfull, Edvard Grieg, Umberto Bindi, Paul Simon
Regia suono: Simon Stenmans
Produzione: Wooshing Machine
Coproduzione: Les Brigittines et Charleroi danse – Centre Chorégraphique de la Fédération de Wallonie-Bruxelles
Sostegno: La Fédération Wallonie-Bruxelles et de la Communauté Française Remerciements Lisa Gunstone, Fabienne Damiea

durata: 55′

Visto a Bruxelles, Teatro Nazionale, il 1° ottobre 2022

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